venerdì 23 maggio 2014

Ma quanto ci costa l'ANVUR?

Ecco gli anvuriani: Stefano Fantoni, Luisa Ribolzi, Andrea Bonaccorsi, Massimo Castagnaro, Andrea Graziosi, Fiorella Kostoris Padoa Schioppa e, dulcis in fundo, Sergio Benedetto, vero artefice e strenuo sostenitore a tutti i costi del sistema “medianico”. Con la partecipazione di Diego Novelli, ora Rettore di Tor Vergata.
Questi sono, chi più chi meno, i fautori dell'attuale sistema di valutazione basato sulle mediane degli indicatori bibliometrici. Un sistema che a guardare i risultati delle recenti abilitazioni scientifiche nazionali (ASN) e della valutazione della qualità della ricerca (VQR) ha suscitato non poche polemiche e si è rivelato uno strumento inadeguato per stimare la qualità della ricerca; un sistema che nessun paese evoluto si sognerebbe mai di utilizzare.
Ma gli anvuriani prestano la loro preziosa opera gratuitamente, oppure ricevono qualche gettone di presenza? Insomma, quanto ci costano i saggi dell'agenzia? Andiamo a leggere la tabella pubblicata l'anno scorso da Roars e prepariamoci al collasso:
Apprendiamo che i sette saggi, per aver messo in piedi il loro bel sistema automatico e quantitativo di valutazione, nel complesso percepiscono la bella somma di 1.281.000 euro!!! Senza contare tutti gli altri docenti coinvolti nella VQR che a loro volta saranno stati ben foraggiati anche se con compensi che non raggiungono le cifre dei 7 sommi anvuriani.
Mi chiedo, ma chi valuta gli anvuriani? Chi decide se hanno lavorato bene e si sono meritati i compensi ricevuti? Qualcuno sostiene che se venissero giudicati in base ai risultati delle ASN e VQR, dovrebbero essere licenziati in tronco!!!

venerdì 16 maggio 2014

La triste storia di AVA e del fattore Kr, ovvero: quand'è che l'ANVUR la smetterà di dare i numeri?

Per quelli che negli anni '60 guardavano Carosello (bei tempi...), la parola AVA evoca la famosa reclam di Calimero, il pulcino piccolo e nero: AVA come lava! Mentre agli appassionati di cinema americano hollywoodiano viene subito in mente la bella Ava Gardner.
Attenzione, niente di tutto ciò, l'AVA in voga di questi tempi è qualcosa di molto più serio: è nientepopodimeno che l'acronimo di Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento. Sul sito dell'Agenzia Nazionale di Valutazione di Università e Ricerca (ANVUR) si legge che AVA è "un sistema di accreditamento iniziale e periodico dei corsi di studio e delle sedi universitarie, della valutazione periodica della qualità, dell’efficienza e dei risultati conseguiti dagli atenei e il potenziamento del sistema di autovalutazione della qualità e dell’efficacia delle attività didattiche e di ricerca delle università. L’ANVUR ha il compito di fissare metodologie, criteri, parametri e indicatori per l’accreditamento e per la valutazione periodica". Perbacco: quanti e quali contenuti si possono nascondere dietro un semplice acronimo!
A proposito di AVA, in una comunicazione apparsa il 12 maggio scorso nel sito della ormai mitica agenzia di valutazione viene comunicato quanto segue (http://www.anvur.org/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=47&Itemid=362&lang=it):
Pubblichiamo oggi nella sezione AVA/documenti la tabella con i valori del fattore correttivo Kr per ciascun ateneo. Come descritto nel DM 1059/2013 Allegato B, il fattore Kr corregge in senso moltiplicativo l’indicatore relativo alla quantità massima di didattica assistita (DID). Ai fini del calcolo le università sono state divise in grandi, medie e piccole secondo il numero di prodotti attesi. All’interno di ciascun gruppo sono stati calcolati i quartili della distribuzione dell’indice di miglioramento, calcolato in base alla differenza percentuale tra l’indicatore finale VQR ed il peso dell’Università sul proprio gruppo in termini di prodotti attesi. Alle università appartenenti al primo quartile della distribuzione, per ciascun gruppo, viene attribuito il valore massimo del fattore correttivo Kr (Kr = 1,2), per quelle nel secondo quartile il valore Kr = 1,1 , mentre per le altre università Kr=1. Quindi il Fattore Kr non riduce mai il valore del DID.
L'ANVUR ci ricorda così che il fattore Kr serve per correggere l'indicatore DID della didattica assitita che comprende tutte le forme di didattica diverse dallo studio individuale erogabile. Il DID di un ateneo, per chi non lo sapesse, è definito dalla seguente formula: DID = (120 x Nprof + 90 x Npdf +60 x Nric) x (1 +0.30) (http://www.roars.it/online/il-d-m-a-v-a-e-laccreditamento-iniziale-delle-sedi-universitarie/).
E' triste e a dir poco preoccupante che un'attività importante e delicata come la valutazione della ricerca e della didattica venga ridotta ad un mero esercizio solipsistico e automatico di numerologia, fatto di definizioni, indici, fattori, formule, algoritmi, correttivi, regolette, dividendi e moltiplicandi. Costringere i docenti a cimentarsi con una tale selva intricata di regole che hanno poco a che fare con il buon senso e con la cultura, spingerli ad un uso così controproducente e perverso della numerologia significa solo allontanarli dalle loro vere e principali attività: l'insegnamento e la ricerca.
Dietro la scelta del fattore Kr potrebbe, però, nascondersi una fine conoscenza linguistica e forse anche un messaggio criptato di pentimento: nella famiglia delle lingue indoeuropee, la radice kr rimanda al verbo "fare" e, secondo alcuni, anche al verbo "piangere" (http://it.wikipedia.org/wiki/Radici_del_protoindoeuropeo). Non a caso, un tale sistema di valutazione non può che fare piangere!
Che i saggi dell'ANVUR, tra ASN, VQR e AVA, si siano fatti prendere la mano dal sistema di cui sono artefici e ormai dediti all'abuso della numerologia tout court, siano costretti a dare i numeri a vita? Per il loro bene e per evitare il rischio di overdose, auspichiamo che qualcuno al Ministero li aiuti a smettere. Ci sarà pure da qualche parte, una comunità per il recupero e la riabilitazione dei numero-dipendenti.
Agli ostinati seguaci dell'ANVUR, a chi propone la numerologia a tutti i costi e ne sostiene oggettività e democraticità, consiglio di riflettere sulle numerose anomalie prodotte dai risultati delle recenti ASN e VQR e suggerisco di leggere l'approfondito intervento di Fabio Siringo, pubblicato di recente su Roars (http://www.roars.it/online/errare-humanum-est-perseverare-autem-diabolicum-a-proposito-di-asn/).

lunedì 12 maggio 2014

A proposito di ASN

Una bellissima e approfondita analisi di Giorgio Siringo sulle follie valutative e sulle aberrazioni scientifiche prodotte dal sistema delle mediane ANVUR, pubblicato su Roars. http://www.roars.it/online/errare-humanum-est-perseverare-autem-diabolicum-a-proposito-di-asn/

Come valutare seriamente la ricerca ai tempi della bibliometria selvaggia dell'ANVUR?

Come era già stato paventato da molti, compreso il sottoscritto, gli esiti delle recenti abilitazioni nazionali (ASN) e della valutazione della qualità della ricerca (VQR), hanno prodotto numerose aberrazioni valutative e suscitato una bufera di proteste e ricorsi.
Di conseguenza, appare ormai evidente
anche ai più sordi e ciechi sostenitori della bibliometria toutcourt che il sistema dell'ANVUR basato sulle mediane degli indici bibliometrici è più che inadeguato. Tali indici possono essere usati come parametri “approssimativi" dell'impatto della produzione scientifica di un ricercatore, ma non come elementi oggettivi, esatti ed affidabili per definire la qualità, originalità e l'autonomia della ricerca. Tra questi, l'h index ed il numero di citazioni, poi, sono troppo soggetti a fluttuazioni significative che, anche escludendo le autocitazioni, in generale risultano poco correlati alla qualità.
Meglio tardi che mai, direte voi, ma se i saggi dell'Agenzia avessero dato credito ai più esperti colleghi anglosassoni, avrebbero potuto evitare un disastro annunciato.
Che fare adesso? Da dove ricominciare? Questa esperienza deve essere di monito per il futuro. Per il bene di università e ricerca ora è necessario seppellire definitivamente la perversa bibliometria dell'ANVUR e definire un sistema di valutazione basato su qualità, etica e responsabilità.

lunedì 24 marzo 2014

Giovanni Valentini sugli esiti delle ASN: ovvero, quando i giornalisti entrano nel merito di argomenti che conoscono poco.

"Università, beffa per gli aspiranti prof, troppo specializzati, vi bocciamo" è il titolo di un articolo apparso qualche settimana fa su "La Repubblica", dove Giovanni Valentini dà voce alla pioggia di ricorsi presentati dai partecipanti ai recenti concorsi per l'abilitazioni scientifiche nazionali (ASN) a professore universitario associato e ordinario. Valentini scrive che la riforma Gelmini "aveva disposto una nuova procedura di selezione, introducendo la meritocrazia come principale criterio di valutazione". Una meritocrazia, continua Valentini, basata su parametri bibliometrici oggettivi, riferiti all numero di pubblicazioni e citazioni dei candidati. Una meritocrazia che sarebbe stata sovvertita arbitrariamente e in modo clientelare dalle commissioni.
In realtà, il caso delle abilitazioni scientifiche nazionali (ASN) è molto più complesso di quanto descritto da Valentini, che non sembra per niente al corrente delle innumerevoli critiche e polemiche piovute sul nuovo meccanismo valutativo partorito dalla agenzia nazionale di valutazione di università e ricerca (ANVUR), molto prima che le ASN avessero luogo.
Come abbiamo sempre detto, è chiaro che la valutazione dell’attività scientifica di ricercatori e docenti è un requisito irrinunciabile, ma l'aspirazione ad una presunta oggettività è, senza scomodare filosofi o psicologi, sinceramente una vera utopia. Quello che è sicuro è che molto rischioso affidarsi a rigidi e automatici indicatori (tra l'altro estemporanei perchè variabili nel tempo) che sono stati ampiamente sconsigliati a livello internazionale, in quanto inadatti a valutare autonomia scientifica, qualità e originalità. Non a caso, Inghilterra e Australia dopo un iniziale tentativo di usare la bibliometria, nel 2011 hanno subito fatto dietro front, cosa che Anvur ha fatto finta di non vedere.
Il superamento degli indicatori bibliometrici, così come sono stati concepiti, non riflette necessariamente livelli assoluti di qualità, nè di autonomia scientifica o di originalità di ricerca. Gli indicatori, infatti, non sono affatto meritocratici, non misurano il contributo dei singoli nelle pubblicazioni e non tengono nemmeno conto del livello qualitativo delle riviste scientifiche dove appaiono le pubblicazioni. E' come se uno scrittore venisse stimato solo in base alla quantità di libri pubblicati (anche da case editrici fantasma) e non al contenuto e alla profondità delle opere.
Inoltre, tra gli indicatori, un peso determinante è stato attribuito ai parametri che misurano il numero di citazioni ottenute da una pubblicazione, una vera e propria "audience", un indice di gradimento che misurerebbe la qualità dei ricercatori e della ricerca. In realtà, si tratta di un uso improprio delle citazioni, sia in termini scientifici che culturali, in quanto un articolo, anche di qualità, può non avere un impatto immediato sul pubblico scientifico che si riflette in un numero elevato di citazioni: la conoscenza non deve essere posta alla stregua di una trasmissione televisiva il cui effetto sugli spettatori è invece di solito immediato.
In base a quanto esposto, la bibliometria dell'Anvur è un esperimento mal riuscito che applicato alle ASN premia la quantità e tende a favorire proprio i carrozzoni accademici spesso trainati dagli stessi baroni che avrebbe dovuto debellare! Un sistema le cui citate anomalie in molti casi tendono a prrodurre una vera e propria "demeritocrazia". Per mettere una toppa alle prevedibili criticità del sistema, il Ministero l'anno scorso emanò un comunicato in cui si sottolineava che superamento degli indicatori Anvur non garantiva di fatto il diritto automatico all'abilitazione e che le commissioni avrebbero potuto abilitare anche chi fosse stato privo dei requisiti bibliometrici, qualora ritenuto di alto profilo scientifico. Se da una parte la decisione appariva più che giusta, per i motivi sopra citati (gli indicatori non valutano l'autonomia di un ricercatore e l'originalità e qualità della sua ricerca), dall'altra, nel ritorno ad un sistema aperto, in assenza di opportuni correttivi, il rischio che baronie e clientele agissero indisturbate era alto.
Solo gli ingenui, quindi, potevano credere che i risultati delle ASN non avrebbero prodotto valanghe di ricorsi, giustificati o pretestuosi che siano. Il nuovo sistema ha aperto le porte a valanghe di candidati, come non era mai accaduto in passato e li ha in qualche modo illusi, perchè chiunque avesse i fatidici parametri bibliometrici ha di conseguenza creduto che sarebbe stato automaticamente abilitato, anche se il suo contributo nelle pubblicazioni era marginale: ecco la grande perversione generata dall'applicazione di un tale sistema. Tanto per fare esempio: un laureato in matematica da 5 anni che figura come uno tra i tanti autori di diversi articoli nel campo della Genetica, avendo partecipato all'analisi statistica dei dati, non sarà giustamente abilitato, perchè malgrado possieda i numeri, è in realtà sprovvisto delle competenze specifiche del settore e non avrà i requisiti culturali e scientifici per insegnare o condurre ricerche nel campo. Però, grazie alle anomalie del sistema Anvur, si riterrà autorizzato a fare ricorso.
Per i motivi esposti, quindi, è chiaro che, al contrario di quanto scritto da Valentini, la bibliometria non garantisce affatto quella valutazione oggettiva e meritocratica che sarebbe stata sovvertita dalle commissioni. Il problema non è tanto il meccanismo dei concorsi, anche se quello della ASN è forse il peggiore finora ideato, ma la gestione degli stessi che da sempre, fatte salve le eccezioni, è affidata alle solite reti di potere accademico. Stavolta l'unica differenza rispetto al passato è stata la smisurata affluenza dei partecipanti che ha creato ulteriori criticità e conseguenze. Dove si troveranno le risorse per chiamare migliaia di abilitati? Non si rischierà così il collasso?
Ora è urgente un cambio di strategia. La bibliometria può essere solo un parametro indicativo, ma non prioritario e il sistema di valutazione per il reclutamento e la progressione delle carriere deve essere basato su qualità, etica e responsabilità. Ma questo in Italia si può realizzare solo appaltando i concorsi a commissioni nazionali composte in maggioranza da esperti stranieri, svincolati dai clan nostrani.

martedì 25 febbraio 2014

La numerologia dell'ANVUR genera mostri.

Parafrasando il titolo di una famosa acquaforte di Francisco Goya "Il sonno (sogno) della ragione produce mostri", possiamo dire che la numerologia dell'agenzia di valutazione di università e ricerca (ANVUR) genera mostri. Una considerazione che poteva essere ritenuta frutto di previsioni pessimiste e sciagurate, ma che oggi è sempre più che evidente, perchè l'uso dei rigidi parametri bibliometrici ideati dall'ANVUR è messo in discussione da più parti. Infatti, è ormai più che evidente che l'introduzione dei rigidi parametri bibliometrici sta generando delle valutazioni alquanto discutibili, per non dire aberranti.
In un incontro dibattito sui risultati di VQR e ASN organzizzato lo scorso 29 gennaio alla Sapienza dal CNRU, Giuseppe De Nicolao, professore ordinario del Dipartimento di Ingegneria Industriale e dell'Informazione dell'Università di Pavia tra i fondatori del blog ROARS, ha presentato una dettaglia analisi che mostra le ricadute negative delle recenti valutazioni. All'incontro era presente anche l'Anvur, la struttura governativa nell'occasione rappresentata da Stefano Fantoni, fisico, il Presidente e da Sergio Benedetto, ingegnere, principale artefice della macchina valutativa. I due anvuriani erano coadiuvati da Marco Mancini, capo dipartimento del Miur e da Giancarlo Ruocco, prorettore della Sapienza.
Ebbene, in circa 30’ De Nicolao di fronte ad una platea di circa 200 di universitari, da solo, novello Davide contro Golia, ha messo ko l'Anvur e ne ha smontato il fragile castello, presentando dati inoppugnabili che svelano i limiti e le gravi pecche dell'agenzia e le ripercussioni negative prodotte dalla numerologia anvuriana.
Ma andiamo per ordine, cos’è che non convince in questo sistema di valutazione “automatico” basato su indicatori e mediane? La valutazione dell’attività scientifica di ricercatori e docenti è un requisito irrinunciabile, ma, come De Nicolao ha ribadito, è molto rischioso affidarla eclusivamente a rigidi e automatici indicatori che a livello internazionale sono sconsigliati in quanto fallaci nel valutare autonomia scientifica, qualità e originalità. Questo è dimostrato dal fatto che Inghilterra e Australia dopo un inziale tentativo di usare la bibliometria nel 2011 l'hanno subito fatto dietro front, ma di questo l'Anvur non ha tenuto conto.
In primo luogo, è chiaro che nelle ASN il superamento delle mediane, così come sono state concepite, non riflette necessariamente livelli assoluti di qualità, nè di autonomia scientifica o di originalità di ricerca. Gli indicatori, infatti, non entrano nel merito del contributo dei singoli nelle pubblicazioni e non tengono nemmeno conto del livello qualitativo delle riviste scientifiche dove sono pubblicati. Con questi criteri aberranti, ad esempio, 20 articoli sugli Annali italiani di chirurgia, varrebbero più di 10 articoli su Nature.
Inoltre, un altro aspetto già previsto e ora verificato da De Nicolao consiste nelle forti oscillazioni che le mediane degli indicatori mostrano tra macro-aree e all'interno delle aree tra SSD diversi. In certi casi per superare le fatidiche mediane è sufficiente una produzione scientifica appena mediocre, mentre in altri viene richiesto un curriculum che neanche certi Nobel possiedono. Come dice De Nicolao: per l'Anvur essere il più bravo in un SSD “scarso” (in termini di voti VQR) è più importante che essere il più bravo tra i bravi a livello internazionale. Ne emerge che SSD con mediane più basse saranno premiati e nel tempo potranno attrarre più risorse dalla VQR e candidati abilitati nelle ASN, a discapito dei settori più competitivi.
Per la VQR, poi, non si capisce perchè una struttura di ricerca debba essere valutata esaminando solo una parte limitata dei suoi prodotti della ricerca e non l'intera produzione; in questo modo si produce un appiattimento della differenze qualitative. Inoltre, anche per la VQR come per le ASN, ai parametri citazionali è stato attribuito un peso esageratamente determinante ai fini dell'esito valutativo. Nella VRQ, un articolo su una rivista eccellente come Nature (impact factor 35) presente in classe A totalizza 1 punto, ma puo essere declassata a 0.8 se non ha collezionato abbastanza citazioni, mentre una articolo pubblicato in categoria B (impact factor anche minore di 2) che totalizza 0.8 punti grazie alle citazioni può arrivare a 1. E' chiaro, quindi, che anche in questo caso le citazioni la fanno da padroni e non solo possono appiattire le differenze, ma invertire i valori di qualità. Tra l'altro, le classificazioni delle riviste scientifiche incategorie A, B, C e le differenze minime di punteggio tra le stesse sono alquanto discutibili.
Come è possibile che parametri citazionali quantitativi siano utilizzati come una vera e propria "audience", un indice di gradimento che in realtà è un parametro principalmente quantitativo? Si tratta di un uso improprio, sia in termini scientifci che culturali, in quanto le ricerche presentate in un articolo, anche di qualità, possono non avere un impatto immediato sul pubblico scientifico che si riflette in un numero elevato di citazioni: la scienza e la cultura non possono essere messe allo stesso livello di una trasmissione televisiva il cui effetto sugli spettatori è invece di solito immediato.
In base a quanto esposto, è chiaro che le anomalie del sistema Anvur possono facilmente produrre valutazioni falsate e in molti casi addirutura una vera e propria "demeritocrazia".
Malgrado ciò, usando una metafora biologica, il virus della bibliometria anvuriana si sta rapidamente diffondendo al di fuori di ASN e VQR dando luogo ad ulteriori effetti aberranti, sia dal punto di vista scientifico che culturale.
Ad esempio, in fase di chiamate e reclutamento locale, le mediane già vengono utilizzate per attuare una sorta di "eugenetica di docenti e ricercatori", ovvero: solo chi supera le mediane vale. Oppure per la selezione dei progetti di ricerca e per la scelta dei coordinatori e dei membri delle giunte dei dottorati di ricerca: un modo "intelligente" di azzerare il numero dei dottorati in Italia.
Un altro effetto perverso scatenato da questa "infezione" è rappresentato dalla spasmodica corsa al superamento delle mediane. Una spinta perversa a pubblicare molto e subito, privilegiando settori di indagine di moda che fruttano più citazioni di altri, privilegiando la quantità alla qualità. Uno stimolo a escogitare escamotage e ad innescare comportamenti opportunistici ed eticamente dubbi allo scopo di alzare i propri parametri, secondo la peggiore tradizione italiana: è già in atto una sorta di "portaportese" della bibliometria. Molti si stanno già attrezzando per racimolare surrogati di pubblicazioni su riviste caserecce pubblicate da case editrici dell'ultima ora o per barattare authorship e scambiarsi citazioni. E tutto questo a discapito di autonomia, approfondimento, curiosità e originalità: valori che credevamo fossero i requisiti fondamentali di una buona attività di ricerca. Non c'è che dire, è proprio un bel segnale educativo per le giovani generazioni. Proprio l'esatto contrario ci quanto affermato da Sergio benedetto........
Nel corso dello stesso incontro il ricercatore Marco Merafina ed il Preside della Facoltà di Scienze Enzo Nesi, si sono associati alle critiche di De Nicolao, denunciando che una corretta valutazione dei docenti non può prescindere dall’attività didattica che difatto nelle ASN è stata degradata a mero hobby. Si tratta di un altro aspetto incredibilmente trascurato, anche perchè, per quanto possa sembrare strano, i docenti universitari sono retribuiti esclusivamente in base alla didattica e non per l'attività di ricerca.
Di fronte a tante e tali criticità e a ripercussioni così preoccupanti c'era di che recitare il mea culpa. Invece gli anvuriani, "muri di gomma" incuranti della figuraccia che stavano facendo di fronte ad una platea di circa 200 persone, non hanno commentato i dati inoppugnabili forniti da De Nicolao, trincerandosi dietro proclami autoreferenziali. Arrampicandosi sugli specchi per sviare il discorso, Benedetto rimporverava De Nicolao e Roars di essere aprioristicamente contrari all'Anvur, mentre Fantoni e gli altri ripetevano ossessivamente che VQR e ASN devono avanti: the Anvur show must go on. "Ricordiamoci che prima c'erano i concorsi, non si può e non si deve tornare indietro. "Si tratta di un esercizio, perfettibile che può sicuramente essere ritoccato" ha continuato Fantoni. Peccato che questo "esercizio", ormai internazionalemnte riconosciuto come uno dei più grossi flop di valutazione mai concepiti, noto anche come "L'esperimento dell'abominevole Dottor Anvur", abbia prodotto risultati aberranti e sia costato morti e feriti: un male necessario secondo l'Anvur.
Cosa farebbero dei medici coscienziosi se sperimentando un nuovo farmaco si accorgessero che la somministarzione è letale per buona parte dei pazienti? Rinuncerebbero alla sperimentazione, modificherebbero il farmaco, oppure ne saggerebero uno nuovo? Ebbene, Stefano Fantoni e Sergio Benedetto, alla stregua dei migliori scienziati pazzi dei film anni 40, giurano di andare avanti, poco importa se i loro esperimenti, come in Jurassik Park genereranno terribili mostri, sono dei fedeli servitori dello stato, si battono per il progresso della scienza e per il bene della nazione. E chissà forse anche per quello del portafoglio, visto che le loro cariche fruttano circa 200mila euro all'anno.
E' la realtà o un incubo da cui prima o poi ci sveglieremo? Ai posteri l'ardua sentenza.
L’università e la ricerca in Italia hanno bisogno di una cura, ma quella dell'Anvur rischia di uccidere paziente. Adesso è urgente un cambio di strategia, deve essere ripensato il ruolo dell'Anvur, il valutazione per l’assegnazione dei finanziamenti, per il reclutamento e la progressione delle carriere, deve essere basato su qualità, etica e responsabilità e non su questa insana numerologia che tanti danni sta producendo. Speriamo che il neo-Ministro Stefania Giannini possa adoperarsi per una riforma sostanziale dell'Anvur, ridimensionandone il ruolo che rischia di stravolgere per sempre il mondo universario e della ricerca, privilegiando la quantità alla qualità.

sabato 7 dicembre 2013

Le bufale "scientifiche" divulgate dalla stampa italiana!

Su vari quotidiani italiani è apparsa la notizia che la nostra specie deriverebbe da un incrocio tra scimpanzé e maiale.
La Repubblica: "L'uomo è un incrocio tra scimpanzé e maiale": l'ipotesi shock dello scienziato McCarthy". http://www.repubblica.it/scienze/2013/12/03/news/l_uomo_un_incrocio_di_scimmie_e_maiali_l_ipotesi_shock_del_genetista_mccarthy-72579034/?ref=HRLV-12
Libero: "L'origine dell'umanità? "L'incrocio tra uno scimpanzè e un maiale". http://www.liberoquotidiano.it/news/scienze---tech/1363027/L-origine-dell-umanita---L-incrocio-tra-uno-scimpanze-e-un-maiale-.html
E la notizia corre sul web, la teoria dell'evoluzione di Darwin è messa in discussione! La disinformazione e l'ignoranza trionfano come al solito. Le idiozie più sono grosse e più fanno in fretta a diffondersi, più fanno presa sui nostri media e sul pubblico. Ed è così che Eugene McCarthy ora è famoso in tutto il mondo per aver sparato una balla colossale, o forse sarebbe meglio dire una "porcata".
Niente di strano: è la moda di questi tempi di basso impero e di sottocultura televisiva ormai imperante da un ventennio. Diventare noti non per imprese di valore, ma per comportamenti di basso livello, per trucide provocazioni e litigi in diretta, per azioni turpi. Chi non ha presente le gesta di Fabrizio Corona, fotografo sconosciuto diventato famoso per aver ricattato alcuni vip?
La cosiddetta ipotesi di McCarthy è in realtà una bufala, non sta in piedi in partenza perchè ignora nozioni basilari di Genetica, Citogenetica ed evoluzione molecolare e perchè prescinde dai risultati ottenuti negli ultimi 13 anni nel campo della genomica comparata. E' una bufala perchè sappiamo bene che le similitudini genetiche tra uomo e scimpanzè e altre scimmie sono di circa il 98% se si confronta la sequenza del DNA dei geni codificanti, mentre il genoma del maiale è meno simile a quello di scimpanzè e uomo. L'ipotesi è una bufala perchè i cromosomi umani e quelli di scimpanzé hanno molte somiglianze. L'uomo ne ha 46 e lo scimpanzè 48 in quanto due cromosomi dello scimpanzè nella storia evolutiva che ha portato alla formazione della nostra specie si sono fusi. Il maiale, invece, ha 38 cromosomi che sono strutturalmente diversi da quelli di scimpanzè e da quelli umani. Le differenze strutturali e genetiche tra cromosomi di maiale e di scimmia avrebbero creato grossi problemi all'eventuale ibrido. Qualora fosse mai nato e fosse stato vitale, superando incompatibilità di sviluppo, sarebbero sopravvenuti seri problemi di sterilità, a causa di difetti nell'appaiamento dei cromosomi durante la formazione delle cellule germinali, cosa che accade di solito in certi ibridi vitali noti come il mulo (incrocio di asino per cavalla) o il bardotto (incrocio di cavallo per asina).
Colpisce che un quotidiano reputato serio come "La Repubblica", invece di dare spazio alla ricerca scientifica vera, invece di parlare dei problemi seri che affliggono università e ricerca pubbliche nel nostro paese, pubblichi acriticamente tali idiozie, contribuendo a diffondere nozioni false che aumentano la disonformazione scientifica, gia molto scarsa nel nostro paese. Colpisce che la bufala di McCarthy sia stata presentata senza un commento di un genetista, quasi fosse un'ipotesi scientifica accreditata, una nuova teoria degna di essere presa in considerazione. Mentre in realtà è e sarà sempre solo una bufala tirata fuori da un tipo in cerca di un po' di notorietà, non importa se negativa.

giovedì 5 dicembre 2013

Papa Francesco pensaci tu: solo un miracolo può salvare università e ricerca pubbliche!

Dopo le politiche sconsiderate dei governi italiani, dopo il blocco del turnover e gli ultimi tagli del governo Letta che hanno portato alla cancellazione dei bandi Prin 2013, la ricerca pubblica sta per esalare l'ultimo respiro e molti laboratori rischiano di chiudere i battenti!
Adesso ai ricercatori non resta che sperare in qualche miracolo, magari anche grazie alle preghiere di Papa Francesco!
http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2013/12/01/news/aids_appello_del_papa_nessuno_sia_escluso_da_cure-72402029/?ref=HREC1-4
Il Papa si riferiva a quelli che svolgono ricerche sull'Aids, ma noi speriamo che il Santo Padre abbia una preghiera anche per tutti gli altri, per quelli che tra difficoltà ogni anno sempre maggiori portano avanti con passione la ricerca nei laboratori dei dipartimenti universitari e degli enti di ricerca pubblici!!

lunedì 2 dicembre 2013

UNIVERSITA' E RICERCA: IL GIORNO DEL GIUDIZIO

John Kenneth Galbraith, grande vecchio dell'economia americana e critico della teoria capitalista tradizionale sosteneva che nella storia gli economisti non sono mai stati capaci di prevedere una crisi, anzi, una volta scoppiata, hanno sempre fornito ricette che contribuivano ad aggravarla.
In Italia, però, un manipolo di economisti dell'Università Bocconi detta legge da anni e porta avanti una virulenta campagna mediatica mirata a denigrare tout court università e ricerca pubbliche, condizionando lo sviluppo culturale e scientifico del nostro paese. E’ una moda anche più trendy del nuovo iPhone 5s, un’offensiva decisa a tavolino: prima i vari governi bombardano con i tagli pesanti e indiscriminati, poi arrivano le truppe d'assalto a completare l'opera di distruzione. Non a caso il titolo del'imminente convegno organizzato dai terminator dell'Università Bocconi di Milano si intitola proprio "La ricerca in Italia cosa distruggere, come ricostruire"
Tra i principali terminator a ogni costo, ricordiamo Francesco Giavazzi, Roberto Perotti e Tito Boeri. La loro tesi in sintesi è questa: perché, sprecare soldi pubblici finanziando università e ricerca, se docenti e ricercatori sono nepotisti, corrotti o nella migliore ipotesi fannulloni? Un messaggio molto chiaro di generalizzato discredito lanciato a ripetizione dai principali media, un malefico canto delle sirene che condiziona pesantemente l'opinione pubblica.
Tito Boeri, pro-rettore alla ricerca della Bocconi, ha di recente rincarato la dose nell'ultima puntata di "Porta a porta", denunciando la scarsa attrattività della ricerca in Italia e auspicando il finanziamento esclusivo dei cosiddetti centri d'eccellenza privati. Nell'enfasi del discorso, Boeri denunciava che nella alla recente VQR (la valutazione nazionale dei prodotti di strutture pubbliche di ricerca), l'analisi di 15000 prodotti presentati dimostrava che il 30% del personale CNR è inattivo.
Last but not least, un altro cavallo di battaglia molto scontato che i nostri terminator utilizzano spesso è quello dei famosi “cervelli” in fuga, i giovani di talento costretti a emigrare verso lidi migliori, perché la ricerca scientifica di punta da noi non esiste.
In realtà molte degli argomenti usati dai terminator non corrispondono a realtà, si tratta di un elenco di luoghi comuni, di cifre inesatte e di affermazioni diffamanti smentite dai fatti. E' vero che in Italia le condizioni di lavoro e le strutture dei centri di ricerca sono difficoltose, ma malgrado ciò, secondo uno studio del 2008 i ricercatori italiani erano al tempo tra più produttivi al mondo in termini di pubblicazioni. Anche oggi, malgrado lo scempio causato dai tagli indiscriminati degli ultimi governi, la nostra loro produttività a livello internazionale rimane notevole. A riguardo, è illuminante l'analisi di Giuseppe De Nicolao che ribalta le tesi dei terminator bocconiani (http://www.youtube.com/watch?v=fvA3YHH3IJQ. In secondo, luogo, c'è una considerazione lapalissiana da fare: i “cervelli” che stanno tanto a cuore ai nostri terminator non nascono sotto i cavoli di qualche centro d’eccellenza privato del Nord Italia , come vorrebbero farci credere, ma provengono soprattutto quegli atenei e centri di ricerca pubblici, oggi dipinti come desolati e desertificati templi dell’ozio. Là ci sono docenti e ricercatori armati di passione e dedizione, eroi moderni e non fannulloni, che malgrado mille difficoltà hanno formato generazioni di giovani bravi, alcuni purtroppo costretti a migrare altrove, ma solo per carenza di risorse economiche e di strutture: ecco il vero problema.
Per quanto riguarda le accuse di Boeri, infine, il collega ha dato i numeri sbagliati. Da un'analisi approfondita presentata da Giorgio Sirilli sul Blog Roars, si viene a sapere che i prodotti del CNR valutati erano in realtà 184.878, 10 volte di più del numero indicato da Boeri e per quanto riguarda i ricercatori inattivi si arriva ad un valore del 13% e non del 30%. Che attendibilità scientifica e politica può avere un pro-rettore che parla a milioni di spettatori sparando dati a casaccio per sostenere le proprie tesi?
Detto questo, per non essere tacciati di corporativismo, non possiamo negare che nepotismo e assenteismo siano dei gravi mali dell’università italiana, ma non sono esclusivi dell'accademia. Si tratta di mali purtroppo radicati in tutte le frange della nostra società. Per estirparli, almeno dall’ambito universitario e della ricerca, servono meccanismi seri ed efficienti di valutazione che premino veramente merito e qualità, servono risorse ingenti. Altro che tagli, altro che dirottamento esclusivo dei finanziamenti ai centri di eccellenza privati, è necessaria una seria programmazione unita a investimenti di risorse adeguate per risollevare e incentivare la ricerca pubblica e per trattenere i numerosi talenti che crescono proprio in quei dipartimenti e centri di ricerca tanto criticati. Non a caso Renato Delbecco, premio Nobel per la Medicina, nel 2008 disse che "Un Paese che investe lo 0,9% del proprio prodotto interno lordo in ricerca, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori." E da allora la situazione è peggiorata.
Purtroppo, le cure utilizzate finora dai vari stregoni di turno stanno solo di uccidendo il paziente. Infatti, il sistema quantitativo basato su indicatori bibliometrici ideato dall'agenzia nazionale di valutazione (Anvur) per la valutare ricerca e ricercatori, sta creando una meritocrazia al contrario. Non a caso, nei paesi dove la valutazione è di casa, questo sistema è ritenuto inadeguato, in assenza di altri parametri, per valutare i livelli di qualità, autonomia scientifica e originalità di ricerca (http://www.roars.it/online/incerti-incompleti-e-modificabili-ecco-gli-indicatori-dei-candidati-allabilitazione/).
Che ad essere in fuga siano proprio i cervelli di quelli che diffamano università e ricerca pubbliche con l'unico scopo di distruggerle, grazie ad una buon cocktail di presunzione, superficialità e malafede?

venerdì 29 novembre 2013

Gli idonei di prima fascia scrivono al Ministro Carrozza

Lettera dei Docenti in servizio negli Atenei Italiani idonei al ruolo di professore di I Fascia – Concorsi 2008
Illustre Ministro,
Siamo circa 210 docenti in servizio in molti Atenei di tutta Italia, che hanno regolarmente vinto un concorso per professore di I Fascia (bandito nel 2008 ai sensi della legge 3 luglio 1998 n. 210 e successive modificazioni) e che non riescono a prendere servizio con tale funzione a causa di una complessa catena di norme sovrappostesi negli ultimi anni. Al riguardo il Coordinamento Idonei Prima Fascia si rivolse già in passato al Suo predecessore (cfr. www.idoneiprimafascia.net).
Come Lei sa, siamo risultati idonei in concorsi espletati con norme molto più rigorose rispetto a quelle previste all'atto dell'emanazione dei bandi, ovvero con commissioni sorteggiate, anziché autoelette. Il nostro profilo scientifico e didattico è testimoniato dai numerosi progetti di ricerca nazionali ed internazionali a cui partecipiamo e dai molti anni di attività didattica universitaria, certificata, oltre che dalla realtà dei fatti, dall’esito di un concorso pubblico.
Per lo svolgimento delle procedure di selezione e per il completamento dell’iter amministrativo il MIUR ha già impiegato notevoli risorse. Molti colleghi vincitori della stessa tornata concorsuale sono entrati regolarmente in servizio con la qualifica superiore solo perché si trovavano in Atenei con una condizione finanziaria migliore o perché hanno avuto la precedenza (spesso in modo casuale) in un periodo di riduzione del turn over. Quest’anno, a fronte della cessazione di un numero di docenti equivalenti a 2.227,48 “Punti Organico” a livello di sistema universitario ne sono stati riassegnati solo 445,50. Alcune sedi hanno avuto meno di un intero “Punto Organico”, a fronte di decine di Idonei alla I Fascia in attesa di prendere servizio da anni.
Il nostro passaggio dalla II alla I Fascia comporterebbe un investimento irrisorio in termini economico-finanziari reali. In termini di “Punti Organico” sarebbero necessari meno dei teorici 60 “Punti Organico” (0,3 per ciascun idoneo chiamato in servizio); una briciola rispetto ai punti non reimpiegati per il blocco del turn over.
Per i nostri colleghi idonei alla II Fascia sono state stanziate rilevanti risorse “vincolate”. Noi chiediamo solo una deroga al limite dell’utilizzo dei punti organico per le nostre prese di servizio. Ci troveremo a breve a contenderci le risorse con gli “Abilitati” in arrivo, per i quali vige un regime normativo ed assunzionale completamente diverso. Solo un intervento “ad hoc” potrebbe risolvere una situazione che rischia di trasformarsi in un ulteriore blocco per gli Atenei che già, in questi anni, hanno sofferto per il perdurare dei tagli, soprattutto al Centro-Sud.
Peraltro, per molti di noi, c’è il rischio concreto di perdere l’idoneità di I Fascia (durata 5 anni) determinando un'ingiustizia nei nostri confronti ed un grave danno agli Atenei di appartenenza, e vanificando energie e risorse finanziarie investite nei concorsi di cui siamo risultati vincitori. Comprendiamo perfettamente l'attuale difficile congiuntura economica in cui versa il Paese e la complessità delle norme in vigore, ma il nostro problema è ampiamente risolvibile con una spesa molto limitata.
Al riguardo Le segnaliamo come nella discussione in atto sulla Legge di Stabilità al Senato si sia manifestato un ampio interessamento a favore della risoluzione della nostra situazione, con la presentazione di più emendamenti, da parte di Parlamentari di diversi partiti. Illustre Ministro, in considerazione di quanto esposto, Le chiediamo di farsi promotrice di una iniziativa governativa che consenta: la presa di servizio di tale personale con risorse a valere su quelle che si rendono disponibili dalle cessazioni, destinando specificamente a tale fine la quota necessaria ricavata aumentando di pari entità la percentuale del turn over prevista.
Si tratterebbe di una misura transitoria, valida una tantum, che andrebbe ad incidere in minima parte sul turn over programmato, ed in ogni caso con impegno di risorse notevolmente inferiore a quello previsto per il piano straordinario per gli associati.
Fiduciosi nella Sua autorevolezza La ringraziamo anticipatamente per l’attenzione e l'impegno che vorrà porre alla questione.
Distinti saluti
28 Novembre 2013
primafascia2008@gmail.com
as.bergantino@gmail.com
idonei2008@gmail.com
Elenco dei Docenti Firmatari
ALESSIO GIOVANNI g.alessio@oftalmo.uniba.it AMBROSONE LUIGI ambroson@unimol.it ANTONINI GIULIO giulio.antonini@univaq.it ARBUSTINI ELOISA e.arbustini@smatteo.pv.it ARTICO MARCO marco.artico@uniroma1.it BALDI MARIO mario.baldi@polito.it BARBA DAVIDE barba@unimol.it BARENGHI ANDREA barenghi@unimol.it BARNI MAURO mauro.barni@unisi.it BARTOLETTI ROBERTA roberta.bartoletti@uniurb.it BEGHELLI MARCO marco.beghelli@unibo.it BELLINO ENRICO enrico.bellino@unicatt.it BERGANTINO ANGELA STEFANIA as.bergantino@gmail.com BERNUZZI CLAUDIO claudio.bernuzzi@polimi.it BERTOLINO ALESSANDRO a.bertolino@psichiat.uniba.it BOMPARD ETTORE FRANCESCO ettore.bompard@polito.it BONACCHI MASSIMILIANO massimiliano.bonacchi@gmail.com BOTTONI PAOLO GASPARE bottoni@di.uniroma1.it BRESCHI LORENZO lbreschi@units.it BRESCIA MORRA CONCETTA bresciam@unisannio.it BRUSA EUGENIO eugenio.brusa@polito.it BUSCO CRISTIANO busco@unisi.it CALIGIURI MARIO caligiuri@caligiuri.it CALZA' LAURA laura.calza@unibo.it CAMPANI GIOVANNA giovanna.campani@unifi.it CAPUANO ALESSANDRA ale.capuano@fastwebnet.it CARAFA PAOLO paolo.carafa@uniroma1.it CARDONA MARIO cardonmario@gmail.com CASALINO LORENZO lorenzo.casalino@polito.it CASSIANI GIORGIO giorgio.cassiani@unipd.it CERNIGLIA FLORIANA MARGHERITA floriana.cerniglia@unimib.it CHESSA LUCIANA Luciana.Chessa@uniroma1.it CHIARUCCI ALESSANDRO alessandro.chiarucci@unisi.it CIMBOLLI SPAGNESI PIERO piero.cimbollispagnesi@uniroma1.it CINA ALBERTO alberto.cina@polito.it CLINI, ENRICO enrico.clini@unimore.it COLAVITA GIAMPAOLO colavita@unimol.it COLOMBO LUCA VITTORIO ANGELO lucava.colombo@unicatt.it CONFORTI DOMENICO mimmo.conforti@unical.it CORI ENRICO e.cori@univpm.it COSTA VINCENZO vincenzo.costa@unimol.it COTRONE RENATA r.cotrone@lettere.uniba.it CRESCENZI VICTOR victor.crescenzi@fastwebnet.it DALLARI FABRIZIO fdallari@liuc.it DAMIANI ENRICO damiani@unimc.it DE CRISTOFARO ANTONIO decrist@unimol.it DE PASCALI PAOLO paolo.depascali@uniroma1.it DI SANTO ROBERTO roberto.disanto@uniroma1.it DIMITRI PATRIZIO patrizio.dimitri@uniroma1.it DONINI LORENZO MARIA lorenzomaria.donini@uniroma1.it DUBINI PAOLA paola.dubini@unibocconi.it ESPOSITO DE FALCO SALVATORE salvatore.espositodefalco@uniroma1.it FABBROCINO GIOVANNI giovanni.fabbrocino@unimol.it FABIANI DANIELA daniela.fabiani@unimc.it FARINOLA GIANLUCA MARIA gianlucamaria.farinola@uniba.it FERLAZZO FABIO fabio.ferlazzo@uniroma1.it FERRI, GIUSEPPE giuseppe.ferri@univaq.it FERRI PAOLO MARIA paolo.ferri@unimib.it FILICE LUIGINO l.filice@unical.it FIORDELISI FRANCO franco.fiordelisi@uniroma3.it FIORENTINI MARIO fiorentm@units.it FIORILLO FRANCESCO francesco.fiorillo@unisannio.it FREGO, SILVIA ANTONELLA s.frego@tiscali.it FRIGERI ANTONIO a.frigeri@biologia.uniba.it GARRITANO FRANCESCO francesco.garritano@gmail.com GENTILE FABRIZIO gentilefabrizio@unimol.it GEOBALDO FRANCESCO francesco.geobaldo@polito.it GRANO MARIA m.grano@anatomia.uniba.it GRAZI GIAN LUCA grazi@ifo.it GRILLI MARCO marco.grilli@roma1.infn.it GUERRIERO FRANCESCA guerriero@deis.unical.it IACOMETTI MIRYAM miryam.iacometti@unimi.it IANNANTUONI GIOVANNA giovanna.iannantuoni@unimib.it IAVARONE MARIA LUISA iavarone@uniparthenope.it ICARDI UGO ugo.icardi@polito.it IRRERA FERNANDA fernanda.irrera@uniroma1.it JANNINI EMMANUELE emmanuele.jannini@univaq.it LABANCA NICOLA nicola.labanca@unisi.it LAZZARA PAOLO plazzara@uniroma3.it LENZI RAFFAELE raffaele.lenzi@unisi.it LEONCINI ISABELLA isabellaleoncini@yahoo.it LOMBARDI ROBERTA roberta.lombardi@unipmn.it MACII ALBERTO alberto.macii@polito.it MAGGIORE GIUSEPPE giuseppe.maggiore@med.unipi.it MALAGOLI CLAUDIO c.malagoli@unisg.it MANTOVANI MARCO ORLANDO mantovanio@tiscali.it MANZINI RAFFAELLA rmanzini@liuc.it MARADEI FRANCESCAROMANA francesca.maradei@uniroma1.it MARCI TITO tito.marci@uniroma1.it MAROTTA GEMMA Gemma.Marotta@uniroma1.it MARULLO RITA rmarullo@unirc.it MASULLI FRANCESCO francesco.masulli@unige.it MASULLO MARIOROSARIO mario.masullo@uniparthenope.it MICHELI MARIA ELISA maria.micheli@uniurb.it MILANI PAOLA paola.milani@unipd.it MIRALDI FABIO fabio.miraldi@uniroma1.it MOGLIA GIUSEPPE giuseppe.moglia@polito.it MONTORSI GUIDO guido.montorsi@polito.it MORO GIUSEPPE g.moro@psico.uniba.it MUSCOLO ADELE MARIA amuscolo@unirc.it NICOLO' DOMENICO domenico.nicolo@unirc.it NUOVO ANGELA MARIA angela.nuovo@uniud.it OCCHIENA MASSIMO massimo.occhiena@occhiena.it OLGIATI VITTORIO vittorio.olgiati@unimc.it ORSI GIOVANNI BATTISTA giovanni.orsi@uniroma1.it PADIGLIONE VINCENZO vincenzo.padiglione@uniroma1.it PAIELLA MONICA PIA CECILIA monicapaiella@libero.it PALERMO FRANCESCO francesco.palermo@eurac.edu PARENTE FERDINANDO fparente@notariato.it POLINI WILMA polini@unicas.it PORTINCASA PIERO p.portincasa@semeiotica.uniba.it PRIZZON FRANCESCO francesco.prizzon@polito.it PROIETTI GUIDO guido.proietti@univaq.it QUAGLIARINI ENRICO e.quagliarini@univpm.it RAIMO GENNARO raimo@unimol.it RANGONE NICOLETTA nicoletta.rangone@polimi.it RINALDI SIMONE rinaldi@unisi.it RIPABELLI GIANCARLO ripabelli@unimol.it RIVA CRUGNOLA CRISTINA cristina.riva-crugnola@unimib.it RIZZO MARIA ANTONIETTA marizzo@tiscali.it ROMEO ROBERTO roberto.romeo@uniurb.it RONCONE RITA rita.roncone@cc.univaq.it RONDI LAURA laura.rondi@polito.it SANCETTA GIUSEPPE giuseppe.sancetta@uniroma1.it SANESI GIOVANNI sanesi@agr.uniba.it SANTANELLI FABIO Fabio.Santanelli@uniroma1.it SARACINO MARIA ANTONIETTA mariantonietta.saracino@uniroma1.it SCARCELLO FRANCESCO scarcello@deis.unical.it SCOGNAMIGLIO ANDREINA andreina.scognamiglio@unimol.it SCOPPOLA ELISABETTA scoppola@mat.uniroma3.it SODANO VALERIA vsodano@unina.it SOLA LUCIANA luciana.sola@uniroma1.it SOLANO LUIGI luigi.solano@uniroma1.it SORICE MAURIZIO maurizio.sorice@uniroma1.it SPERANZA ANNA MARIA annamaria.speranza@uniroma1.it STANCA LUCA luca.stanca@unimib.it TALIENTO MARCO m.taliento@unifg.it TEROVA GENCIANA genciana.terova@uninsubria.it TIRELLI MARIO mario.tirelli@uniroma3.it TONELLI NATASCIA natascia.tonelli@unisi.it TOSCANO MARIO Mario.Toscano@uniroma1.it TUCCI ANDREA a.tucci@unifg.it VAIRA BERARDINO berardino.vaira@unibo.it VERGATI STEFANIA stefania.vergati@uniroma1.it VOLPICELLA ANGELA a.volpicella@lettere.uniba.it ZAMPA PAOLA paola.zampa@uniroma1.it ZANGRANDO ENNIO ezangrando@units.it ZEN FRANCESCO francesco.zen@unipd.it ZOTTERI GIULIO giulio.zotteri@polito.it

Legge di stabilità, la camera intervenga a favore dei professori associati

Da Europa quotidiano, 27 novembre 2013
http://www.europaquotidiano.it/2013/11/27/legge-di-stabilita-la-camera-intervenga-a-favore-dei-ricercatori-associati/
Forse non tutti sanno che gli ultimi concorsi universitari locali vennero banditi nel 2008 ed espletati nel 2010, poco prima dell’entrata in vigore della legge Gelmini che fu approvata nel dicembre dello stesso anno. Durante quella lunga sospensione temporale, il governo dell’epoca avrebbe potuto anche annullare quei concorsi “vecchia maniera” ed espletarli in seguito con nuove norme, ma non lo fece. Decise invece di procedere rendendo più rigorose le modalità di formazione delle commissioni, che vennero per quattro quinti sorteggiate e non più elette in modo più o meno discrezionale dagli Atenei. Quel governo scelse, quindi, con convinzione di portare a compimento il processo concorsuale iniziato e in qualche modo se ne assunse la responsabilità.
Purtroppo, tale responsabilità nei nostri confronti è stata sostanzialmente elusa: a tutt’oggi siamo circa duecento professori associati idonei al ruolo di professore ordinario con la carriera bloccata dal 2010, perchè impossibilitati a prendere servizio nel nuovo ruolo, a causa di una complessa catena di norme sovrappostesi negli ultimi anni. L’idoneità quinquennale da noi regolarmente conseguita scadrà l’anno prossimo e allora diventeremo merce avariata: un’ingiustizia nei nostri confronti, un grave danno agli Atenei di appartenenza e uno spreco di risorse finanziarie investite nei concorsi di cui siamo risultati vincitori.
Al contrario, altri nostri colleghi, risultati idonei nella stessa tornata concorsuale, e spesso nello stesso concorso, sono entrati regolarmente in servizio solo perché si trovavano in Atenei più “virtuosi”, ovvero in condizioni finanziarie migliori di altri, oppure grazie a circostanze che si potrebbero definire fortuite. Vale la pena ricordare che il sistema universitario pubblico è stato pesantemente colpito dalla drastica contrazione del turnover che nell’ultimo biennio è sceso al 20%, in molte sedi addiruttura non si supera il 10% (un nuovo assunto per ogni 10 professori in pensione). Ma il fattore economico, nel nostro caso, non è un aspetto limitante: noi costiamo poco, essendo già professori associati con anzianità di servizio. Infatti, il nostro avanzamento a ordinario comporterebbe un investimento calcolabile in circa 60 “punti organico”, solo il 2.8% rispetto ai 2.227,48 recuperati in seguito ai pensionamenti e riutilizzati solo in minima parte, a causa del blocco del turnover.
Che sia ben chiaro, noi non vogliamo una sanatoria, come qualcuno sostiene per indebolire le nostre richieste. Siamo dei professionisti seri, il nostro profilo didattico e scientifico è testimoniato dai molti anni di attività di insegnamemento universitario certificato, dai numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali di cui siamo titolari o a cui partecipiamo, dalle collaborazioni con prestigiosi centri di ricerca esteri e dalla qualità delle nostre pubblicazioni. Desideriamo solo il riconoscimento di un titolo maturato sul campo e ottenuto attraverso concorsi di certo sicuramente più restrittivi delle attuali abilitazioni nazionali. Risolvere tale situazione di disparità significa anche rendere più agevole la prossima attuazione della nuova normativa di reclutamento legata alle abilitazioni nazionali, senza creare ulteriori conflitti. Forti del nuovo ruolo, potremmo inoltre contribuire maggiormente allo sviluppo della ricerca e dell’innovazione nel Paese, non a caso molti di noi hanno scelto di rimanere in Italia nonostante avessero migliori prospettive all’estero.
Nella recente discussione al senato sulla legge di stabilità sono stati presentati due emendamenti tendenti a risolvere tale situazione critica, uno presentato dal Pd (Senatori firmatari Tocci, Puglisi, Di Giorgi, Idem, Marcucci, Martini, Mineo, Zavoli, Nencini, Pagliari) ed un altro del Pdl (Senatore firmatario Mazzoni,) che sono stati accolti dalla Commissione VII (Cultura) e hanno raccolto un ampio consenso tra gli altri senatori. Purtroppo, al di là di ogni motivazione di buon senso e secondo la logica della mannaia indiscriminata, il governo ha bocciato quegli emendamenti. Un atto di discriminazione nei nostri confronti, rispetto a tutti coloro che sono stati reclutati secondo la vecchia procedura.
Adesso la partita si riaprirà alla camera ed il Coordinamento idonei prima fascia intende incrementare l’opera di sensibilizzazione già iniziata al Senato e aprire un confronto con il governo per promuovere un emendamento risolutivo della discriminazione.

sabato 23 novembre 2013

Una lettera a docenti, ricercatori, dottorandi e borsisti: non restiamo in silenzio, facciamoci sentire con azioni concrete di protesta

Cari colleghi e amici,
Come sapete bene, la situazione negli atenei e nei centri di ricerca è sempre più grave. Alla cronica e progressiva riduzione dei finanziamenti, ora si è aggiunta la cancellazione del Prin 2013 e la competizione, già molto serrata, sta diventando un gioco al massacro dove gruppi anche produttivi rischiano di essere spazzati via.
Come se non bastasse, a tutto ciò si sono sommate le ripercussioni dovute all'uso della bibliometria automatica e quantitativa dell'Anvur, per valutare università, enti di ricerca e ricercatori. Sono sotto gli occhi di tutti i risultati aberranti della recente della VQR. Per non parlare delle ASN con le maree di candidati che si sono presentati, con le commissioni nel caos e con risultati che non rispecchiano necessariamente qualità e originalità della ricerca dei candidati. E che ne dite della storia delle mediane per selezionare coordinatori del dottorato e relativi membri della giunta?
Le mediane stanno diventando una pericolossissima arma impropria finalizzata ad una vera e propria "eugenetica" della ricerca. E' chiaro che quelli che si ritrovano avvantaggiati dal sistema Anvur siano un po' recalcitranti a spingere per modificarlo o abbandonarlo del tutto. Ma io credo che, al di là del tornaconto personale, bisognerebbe avere l'onestà intellettuale di ammettere che la valutazione non è questa e che questo sistema non può altro che accelerare il declino totale di università e ricerca.
Su questi e altri argomenti ho scritto una lettera aperta che è stata pubblicata di recente su Europa (http://www.europaquotidiano.it/2013/11/11/caro-letta-universita-e-ricerca-sono-ancora-figlie-di-un-dio-minore) e sul blog Roars (http://www.roars.it/online), un sito che vi consiglio di consultare in quanto strumento di informazione molto utile per tutti noi.
Segnalo inoltre un interessante articolo apparso esattamente due anni fa sempre su Roars, dove Jacopo Meldolesi con una seria e approfondita analisi metteva a nudo i vari difetti della bibliometria dell'Anvur (http://www.roars.it/online/valutazione-della-ricerca-in-biologia-e-medicina-si-puo-fare-anche-per-bene). Jacopo Meldolesi aveva previsto con un certo anticipo i problemi che si sono creati oggi in seguito all'uso selvaggio delle mediane e vedeva come possibile un altro tipo di valutazione, sicuramente più affidabile e oggettiva di quella partorita dalle menti eccelse dei sette saggi dell'Anvur. Purtroppo le cose sono andate diversamente.
Oggi quando parlo con molti di voi, noto un enorme senso di rabbia e delusione, che però sfocia in una triste rassegnazione che sta avendo il sopravvento: si accetta tutto senza fiatare e si pensa solo a sopravvivere. Un domani accetteremo anche di pulire i gabinetti, se questo ci sarà imposto dal rettore o dal ministro di turno.
Come siamo arrivati a questo punto? Non credo sia giusto, nei nostri confronti ma soprattutto per i più giovani. Dobbiamo reagire e pensare a delle forme concrete e vivaci di protesta, allo scopo di ribaltare questa situazione di degrado.
Io credo che l'unico modo che abbiamo per essere presi in considerazione dal governo sia di bloccare lauree ed esami. Alcuni colleghi dicono che si penalizzerebbero gli studenti. Ma gli studenti sono già gravemente penalizzati dalle condizioni in cui si trovano università e ricerca pubbliche, dovrebbero capire che protestiamo anche per loro.
Nel frattempo, credo sia il caso di ravvivare la petizione contro l’uso della bibliometria, che avevamo aperto a giugno scorso: ecco il link, diffondetelo anche tra i giovani http://www.petizioni24.com/forum/60788#1
Un saluto a tutti, Patrizio Dimitri

mercoledì 20 novembre 2013

La lettera aperta inviata ai candidati alla segreteria del PD nel 2007: cosa è cambiato da allora?

Pubblico il testo di una lettera aperta su Università e Ricerca inviata nel settembre del 2007 agli allora candidati alla segreteria del PD, a cui risposero Walter Veltroni, Enrico Letta, Rosy Bindi e Luciano Modica.
E' molto triste, per non dire peggio, notare che i problemi per Università e Ricerca pubbliche sono sempre gli stessi (mancanza di programmazione, azzeramento dei finanziamenti, cancellazione del Prin ecc), ma da allora la già grave situazione, come sappiamo bene, è ulteriormente peggiorata. Quale malato migliora in assenza dei giusti interventi medici? E' vero che raramente anche i malati terminali possono guarire in modo inspiegabile, è un miracolo quello che ci vuole per salvare Università e Ricerca? Dobbiamo andare a Lourdes?
Il testo della lettera aperta del 2007, firmata da più di 500 ricercatori e docenti italiani, è quindi ancora molto attuale e si potrebbe inoltrare tale e quale agli esponenti di questo governo, al Ministro Carrozza e a tutti politici del nostro paese.
LETTERA APERTA SU UNIVERSITA' E RICERCA AI CANDIDATI ALLA SEGRETERIA DEL PARTITO DEMOCRATICO - Mario Adinolfi - Rosy Bindi - Jacopo Gavazzoli Schettini - Piergiorgio Gawronski - Enrico Letta - Walter Veltroni
p.c. On. Ministro Fabio Mussi On. sottosegretario Luciano Modica
Roma, 11 settembre 2007
Gentili candidati alla segreteria del Partito Democratico,
La ricerca scientifica è da sempre stata, e lo è ancor di più oggi, un elemento chiave della crescita e sviluppo di un paese evoluto. Molti stati investono nella ricerca pubblica ingenti risorse e significative porzioni del PIL. Purtroppo, nel nostro paese, i finanziamenti, già scarsi, sono ora diventati drammaticamente insufficienti, a causa sia di una finanziaria che ha penalizzato fortemente Università e ricerca pubblica, sia di una gestione dell’esistente fino ad oggi inadeguata. I problemi della ricerca in Italia non sono una novità, ma oggi la loro gravità è ulteriormente cresciuta, con conseguenze negative enormi sullo sviluppo culturale e tecnologico del nostro paese. Un cambio di strategia appare urgente ed esso non può concretizzarsi senza una presa di coscienza da parte del Partito Democratico, il nuovo partito della maggioranza di governo, e della sua dirigenza.
Paesi come Gran Bretagna e Francia hanno steso documenti di programmazione della ricerca pubblica per il decennio 2004-2014. Da noi, invece, ogni forma di seria programmazione sembra misteriosamente inattuabile. E’ deludente notare come, dopo più di un anno di legislatura, nessuno dei buoni propositi annunciati dal Governo a favore di Università e Ricerca sia stato realizzato. Le riforme promesse sono tuttora “imbalsamate” da normative vecchie e nuove, la cui discussione sta creando una fase di stallo apparentemente senza fine. I concorsi per professore associato ed ordinario sono bloccati per effetto della legge Moratti, che il Governo ancora non sembra avere intenzione di modificare, mentre l’istituzione della terza fascia della docenza è ancora in fieri. I concorsi per 2000 nuovi posti di ricercatore universitario, dichiarati imminenti in molteplici occasioni, non sono stati banditi perchè ancora si attende l’approvazione del nuovo regolamento sul reclutamento. E’ di qualche giorno fa la notizia che Mussi avrebbe sbloccato 20 milioni di euro da utilizzare per nuovi concorsi di ricercatore universitario da bandire secondo le tanto criticate vecchie norme, ancora in vigore. Questo ultimo intervento, benché improcrastinabile, rappresenta in realtà un fallimento: le riforme annunciate non vengono attuate e si fa un clamoroso dietro front, per salvare capre e cavoli.
Sul fronte dei fondi destinati alla ricerca le cose vanno, se possibile, ancora peggio. Il finanziamento agli Enti Pubblici di ricerca è stato decurtato da un “accantonamento” per il risanamento del bilancio dello stato, che si voleva provvisorio, ma del quale non si è vista alcune forma di restituzione, contrariamente a quanto più volte assicurato. Come se non bastasse, il PRIN (Progetti di Ricerca d’Interesse Nazionale, istituito dal primo governo Prodi nel 1996), la più importante fonte di finanziamento per la ricerca di base universitaria, non ha ancora erogato i finanziamenti già deliberati per il 2007 e non è stato ancora bandito per il 2008, malgrado i reiterati annunci del Ministro Mussi e del Sottosegretario Modica. Siamo venuti a sapere che il decreto è stato rispedito al mittente dalla Corte dei Conti, con la richiesta di correzioni necessarie a renderlo compatibile con le normative vigenti. Dopo ben 6 mesi di ritardo sulla data prevista per il bando, esiste il serio rischio, per la prima volta dall’istituzione del programma, che per l’anno in corso esso non venga bandito. Si verificherebbe, così, l’assurda circostanza che, per l’anno in corso, i fondi della ricerca fondamentale, già fortemente decurtati dai governi di centrodestra, non vengano affatto erogati dal governo di centrosinistra.
Fino ad oggi gli interventi economici del Governo si sono orientati soprattutto verso necessità che sembravano immediate e hanno trascurato la ricerca, il cui sviluppo sembrava procrastinabile. Si è trattato di un grave errore. La ricerca, infatti, soprattutto se di alto profilo, è un'attività soggetta a forte competizione internazionale e la sua interruzione per mancanza di fondi, anche per un solo anno, può comportare danni gravissimi: sprechi di investimenti precedenti in personale ed attrezzature, perdita delle prospettive di applicazione tecnologica, dissoluzione dei gruppi migliori, fuga dei cervelli, disincentivi all’impegno dei molti ricercatori qualificati che rimangono e delle decine di migliaia di giovani in formazione. Inoltre la crisi della ricerca avrà conseguenze nefaste anche sulla didattica universitaria, che è indissolubilmente legata alla ricerca stessa, rendendo difficile un ricambio qualificato dei molti docenti vicini alla pensione.
Mai in precedenza abbiamo conosciuto difficoltà di tale entità, mai ci eravamo trovati a “navigare in acque così stagnanti”. A nostro giudizio tale situazione costituisce un’emergenza nazionale e richiede quindi un intervento rapido e di lunga durata. Occorre una svolta per superare questa drammatica fase di stallo ed evitare un disastro che può diventare irrecuperabile. Il Governo deve finalmente attuare provvedimenti concreti, adeguati ed immediati; la classe politica deve creare le condizioni, non solo economiche ma anche normative, perché una situazione del genere non si presenti mai più.
La comunità scientifica, nel nostro Paese ha un ruolo poco adeguato alle sue grandi potenzialità. Al contempo, il Paese ha grande bisogno di aumentare il numero dei suoi scienziati qualificati, di meccanismi di formazione e valutazione, di cultura scientifica. Investimenti in questa direzione sono condizione indispensabile per lo sviluppo verso l’alta cultura e l’alta tecnologia, in altre parole per il successo dell’Italia nei prossimi anni. Per questo ci rivolgiamo a voi ed al nascente Partito Democratico, che si propone come guida del Paese, per stabilire un filo diretto volto a costruire un dialogo concreto. Vi invitiamo a pronunciarvi sulla priorità che pensate di assegnare, nel vostro programma, a Università e ricerca, e sulle azioni che intendete attuare nel prossimo futuro per arrivare a riforme di semplificazione e di sostanza, che introducano cambiamenti praticabili, concreti e veramente risolutivi a favore della ricerca scientifica nel nostro paese. In attesa di conoscere la misura ed i modi del vostro impegno per la ricerca, vi inviamo i nostri più cordiali saluti e auguri di buon lavoro.

venerdì 8 novembre 2013

La Ministra Carrozza scriverà a Letta per chiedergli più soldi per la ricerca.............

C'è qualcosa che mi sfugge....Manca solo l'ufficialità per la notizia della cancellazione del bando Prin 2013 da parte del Governo Letta e nel frattempo la Ministra Carrozza annuncia che scriverà a Letta per chiedergli di assegnare 150 milioni di euro alla ricerca..
Cara Ministra, ma non potevate mettervi d'accordo prima, magari così non cancellavate il Prin 2013? E poi, mi scusi, ma con la lentezza delle poste italiane, non sarebbe meglio telefonare all'onorevole Letta, così ci sbrighiamo? Infine, mi permetta, 150 milioni di euro per la ricerca pubblica sono comunque pochini, visti i mostruosi tagli degli ultimi anni, ne servirebbero almeno 300.
Ecco l'intervista rilasciata al "Il Messaggero" dalla Carrozza.
http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/carrozza-stage-nelle-aziende-per-i-licei-e-300-milioni-per-la-ricerca-scrivero-una-lettera-a-letta-per-chiedere-piu-fondi-per-il-diritto-allo-studio.flc

Cancellato il bando Prin 2013??

Udite, udite: si sta facendo sempre più insistente una voce secondo cui il bando Prin 2013 (che sarebbe dovuto uscire nel 2014) sarebbe stato cancellato e che il fondi residui verranno utilizzati per un bando Firb dedicato ai giovani ricercatori precari. http://www.uninews24.it/news-nazionali-universita-italia/10828-cancellato-il-prin-2014.html
Vero o falso? Speriamo ardentemente che questa voce non corrisponda a verità, si tratterebbe di un'ennesima beffa, un fatto assurdo e gravissimo. Aspettiamo qualche giorno prima di commentare......

lunedì 4 novembre 2013

La ricerca di base: il sapere che ci fa ricchi

Qualche anno fa il premio nobel Renato Dulbecco dichiarò "Chi investe così poco in ricerca non può essere scientificamente competitivo né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori", ma è rimasto inascoltato.
Per gli addetti ai lavori è più che evidente che la ricerca di base meriti di essere considerata una risorsa importante del paese e debba essere incentivata con finanziamenti adeguati. Ma se i nostri governi sono latitanti, se l'atteggiamento di una classe politica per buona parte ignorante e corrotta è quello di considerare la ricerca di base uno sterile e inutile esercizio, allora in assenza di programmazione e risorse adeguate la ricerca di base può benissimo marcire, come ormai sta accadendo e con la benedizione di tutti.
Ma la storia della scienza parla chiaro: la ricerca di base è uno dei motori fondamentali del progresso scientifico, culturale e tecnologico di un paese evoluto, senza di essa la ricerca applicata, finalizzata a scopi predefiniti, non esisterebbe.
Su questo tema segnalo il bell'articolo di Remo Bodei apparso il 20 ottobre scorso su "il Sole 24 ore" dove recensisce il bellissimo libro d "L'utilità dell'inutile" di Nuccio Ordine. Un testo che i nostri politici dovrebbero leggere (almeno quella piccola frangia dei più acculturati) e imparare a memoria!
http://www.scienzaevita.org/rassegne/e4442fe724cb936550c1f7c0a3e86eaf.PDF

Mentre Università e Ricerca pubbliche sono distrutte dai tagli, l'industria della politica consuma miliardi!!

Mentre gli effetti dei tagli del Governo Monti e del precedente Governo Berlusconi stanno distruggendo Università e Ricerca, come anche sanità e istruzione, c'è invece chi se la gode alla grande!
Di chi si tratta? Ma come non ve lo immaginate? Della nostra classe politica che ogni anno consuma miliardi di euro senza produrre gran che.
Da un articolo apparso sul "Fatto Quotidiano"si apprende che secondo un studio condotto dalla UIL quelli che in Italia ottengono dalla politica una fonte durevole di guadagno sono 1.128.722!!!! Esiste, quindi, un sottobosco di gente che ruota intorno ai partiti (comitati elettorali, segreterie di partiti, collegi elettorali, consulenti, portaborse, ecc. ecc.) che consuma miliardi di euro. Infatti, sempre secondo lo studio della UIL, i costi della politica, diretti e indiretti, nel complesso ammontano a circa 23,9 miliardi di euro annui. Una vera e propria industria che noi contribuenti sosteniamo con un costo annuo di 772 euro pro capite.
Per i dettagli leggete l'articolo de "Il Fatto Quotidiano"
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/03/dai-consulenti-ai-portaborse-piu-di-milione-di-persone-vivono-di-politica/763832/

sabato 2 novembre 2013

La lettera con cui nel 2007 Enrico Letta rispose al nostro appello su Università e Ricerca

Più soldi solo a chi fa ricerca, di Enrico Letta, "Europa", 29 settembre 2007
La ricerca è la fonte dello sviluppo economico e sociale di un paese. Non si tratta di un luogo comune: senza ricerca non c’è futuro per le economie Avanzate. E un partito realmente nuovo, quale il Pd ha l’ambizione di essere, non può che conferirle un rilievo prioritario nella sua carta fondativa. In particolare se crediamo – come sto ripetendo in queste settimane di campagna per le primarie – che la costruzione del futuro debba rappresentare il punto di partenza e, al tempo stesso, il nerbo della proposta politica del Partito democratico. Difendere e rilanciare la ricerca in Italia significa preparare il terreno per un futuro migliore, per noi stessi e per i nostri figli. Per questo il grido di allarme lanciato ai candidati alla segreteria del Pd da una parte importante del mondo della ricerca italiana, e pubblicato martedì scorso da Europa, merita attenzione nell’analisi e cautela nella formulazione di eventuali soluzioni. Soprattutto perché, se prevalesse ancora una volta la delusione, perderemmo, forse definitivamente, la fiducia di un pezzo irrinunciabile dell’intelligenza del paese.
Partiamo da alcune evidenze. Da oltre un decennio il sistema della ricerca paga lo scotto di un quadro della finanza pubblica deteriorato, che, schiacciato sotto il peso di un enorme debito, continua a penalizzare gli investimenti in settori chiave per la nostra economia.Non solo la ricerca, ma anche l’innovazione tecnologica, le grandi infrastrutture, le energie rinnovabili. Negli ultimi anni a questa oggettiva criticità si sono accompagnati i contraccolpi di una concorrenza mondiale durissima, proveniente soprattutto dai paesi emergenti. In un simile contesto, in assenza di una risposta di sistema, dietro l’angolo potrebbe esserci l’ennesima emorragia di eccellenti ricercatori. Il tutto a discapito evidentemente di quella valorizzazione del capitale umano e della creatività che da anni invochiamo come un fattore chiave per recuperare slancio e competitività.
Il governo Prodi ha avviato alcune misure per rispondere alle istanze sempre più diffuse e autorevoli avanzate dal mondo della ricerca. Dal varo dell’Agenzia per la valutazione al piano di risanamento finanziario per le università concordato tra il ministro Mussi e il ministro Padoa-Schioppa. Fino all’apertura, recentissima, del bando Prin. Molto ancora c’è da fare, lo sappiamo. In particolare, è fondamentale dare risposte tangibili, con investimenti cospicui, per quanto riguarda il piano per i nuovi ricercatori e lo sblocco dei concorsi, con l’obiettivo di favorire l’immissione in ruolo di tanti giovani da anni in attesa della propria, legittima, opportunità. L’Agenzia di valutazione deve partire subito.
Il Cnr deve ritornare al suo ruolo di motore fondamentale della ricerca, governato, come accade in tutti i paesi europei, da scienziati di fama e non da manager.
Si tratta di obiettivi ambiziosi e di breve termine, possibili da raggiungere se intorno ad essi saremo in grado di convogliare l’attenzione e il consenso dell’intera maggioranza di governo. Esistono poi obiettivi più a lunga gittata, sui quali il Partito democratico, fin dalla sua costituzione, può pungolare insistentemente il dibattito. Contribuendo anzitutto a superare l’equivoco concettuale secondo cui le politiche per la ricerca sono settoriali, appannaggio esclusivo di un solo ministero. E ricordando a tutti che la fuga dei cervelli – riflesso e allo stesso tempo concausa dello stato in cui versa la ricerca italiana – rischia di trasformarsi in una sconfitta d’immagine per il nostro paese, nella dimostrazione della nostra incapacità di offrire occasioni di futuro alle nostre eccellenze. Premesso che è facile e quasi banale affermare che occorre garantire finanziamenti adeguati alla ricerca e non interromperne il flusso, come purtroppo negli ultimi anni è accaduto, vorrei esporre anche alcune idee forse un po’ eterodosse rispetto alle attese dei firmatari dell’appello, ma credo che, proprio perché l’ambizione del Pd è quella di disegnare il futuro del paese, sia opportuno misurarsi sulle questioni difficili.
Primo. Sono convinto che occorra separare i canali di finanziamento delle università in due parti: una proporzionale al numero degli studenti iscritti e con premialità per i servizi alla didattica migliori; l’altra rigorosamente proporzionale alla ricerca. Secondo. Credo che anche una ricerca che possa diventare attività imprenditoriale debba essere incentivata: corsi di dottorato con un corpo docenti internazionale, tenuti in inglese, con l’obiettivo non necessariamente di preparare alla carriera accademica, ma magari di inserire uomini e progetti innovativi nell’industria e, perché no?, nell’alta amministrazione pubblica.
In conclusione, su questi temi è necessario ragionare senza pregiudizi e a tutto campo, e che la valorizzazione dei cervelli e della ricerca scientifica non è solo questione di soldi (come, del resto, i firmatari dell’appello sanno benissimo).

Caro Letta, ASN e VQR stanno stravolgendo la valutazione di università e ricerca: era questo che lei auspicava nel 2007?

Nell'ormai lontano 2007, fui promotore di un appello firmato da centinaia di ricercatori italiani, indirizzato agli aspiranti alla segreteria dell'allora neo-PD, che alla politica chiedevano attenzione e programmazione per università e ricerca. All'appello, tra gli altri, Enrico Letta rispose con prontezza ed entusiasmo (vedi post precedente).
Il nostro appello conteneva quello che Letta giustamente definì un "grido di allarme lanciato da una parte importante del mondo della ricerca italiana". Sono passati sei anni e oggi quel grido si è ormai trasformato nel flebile rantolo di chi sta per soccombere.
Infatti, al contrario dei suoi auspici di allora, la delusione e lo sconforto hanno avuto la meglio. Basti pensare che i fondi pubblici per la ricerca hanno toccato il fondo, mi permetta il gioco di parole: il governo Monti all'ultimo bando Prin 2012 ha destinato 38 milioni di euro, una scandalosa elemosina rispetto ai circa 100 milioni del 2010-2011 e ai ben 120 milioni del 2003! Nulla è stato fatto in seguito per porre rimedio a questo vero e proprio insulto, nulla è stato fatto per aumentare il budget e portarlo ad una cifra che fosse almeno adeguata. In conseguenza, si è prodotta una competizione aberrante, dove anche l'osso del contendere veniva a mancare: solo pochi fortunati si sono salvati, per spartirsi alla fine delle misere briciole. A questo si sommano gli effetti devastanti dei tagli voluti anni prima da Tremonti et al che hanno ridotto progressivamente e drasticamente gli FFO degli Atenei.
Nel 2007, Letta si augurava la nascita dell'Anvur, a suo tempo pensata da Mussi e Modica. Nel 2013, abbiamo sotto gli occhi i risultati dell'Anvur in versione Gelmini & co: un sistema bibliometrico automatico, sia per le abilitazioni scientifiche nazionali (ASN), che per la recente VQR 2004-2010, che fa un uso improprio e aberrante della valutazione (http://www.roars.it/online/no-alla-bibliometria-per-valutare-universita-e-ricerca/).
Un sistema che tende a premiare la quantità a scapito della qualità e che in virtù di questo rischia di produrre giudizi falsati e di invertire i valori in campo. Un sistema volto a confezionare valutazioni guidate, favorevoli soprattutto ai gruppi di potere politico-accademico. Un sistema che all’estero, nei paesi dove l'etica della valutazione è il classico fiore all'occhiello, appare chiaramente inattendibile, se non addirittura risibile; tant’è vero che molti colleghi in USA e in Europa sono rimasti a bocca aperta, quando ne sono venuti a conoscenza.
Proviamo a fare qualche riflessione più approfondita sui risultati della recente VQR 2004-2010, in base ai quali verranno assegnati i fondi alle università e agli enti di ricerca. Chi conosce la ricerca scientifica perché ne è artefice, sa bene che per valutare adeguatamente il lavoro di una struttura dipartimentale o di un ente è necessario e imprescindibile esaminare complessivamente i prodotti di quelle strutture e non solo una piccola parte che non è rappresentativa del totale, come è accaduto in questo caso. Le porto un semplice esempio: il ricercatore Giovanni, su una produzione totale di 30 articoli, ne ha 28 di buono-ottimo livello, ma la VRQ gli impone di presentarne solo 3. Il ricercatore Nando, invece, su una produzione totale di 35 articoli, ne ha solo 3 di livello paragonabile ai migliori presentati da Giovanni, ma gli basteranno. Il sistema della VQR 2004-2010 darà la stessa valutazione a Giovanni e Nando, perché entrambi risultano avere 3 lavori di stesso livello qualitativo, a prescindere dal resto della loro produzione!! Usando un paragone di basso livello, è come se per decidere l'esito di un campionato di calcio si considerassero solo i risultati delle 3 migliori partite di una squadra e non quelli di tutte le partite svolte nel corso dell'intera competizione.
Sarebbero sufficienti anche solo questi presupposti per capire che un siffatto metodo non può essere minimamente rappresentativo del lavoro prodotto da una struttura di ricerca. Forse solo l'Anvur ed il nucleo di valutazione non se ne sono accorti.....In confronto la passata valutazione condotta dal CIVR era un prodotto sopraffino!!!
Ma c'è dell'altro: i punteggi assegnati agli articoli (1, 0.8, 0.5) nella maggioranza dei casi, non sono il risultato di valutazioni oggettive, ma di una normalizzazione dell'Impact Factor (IF) degli articoli stessi rispetto a quello medio della categoria della rivista su cui sono stati pubblicati. E anche questa normalizzazione può produrre grosse anomalie: può capitare che un articolo con basso IF possa ottenere la valutazione massima di 1, perché l'IF medio della sua categoria è molto basso. Ne risulta che lavori pubblicati su riviste mediocri potranno essere valutati meglio di quelli pubblicati su riviste di ottimo livello. Insomma, in generale una VQR condotta secondo tali parametri produce dei risultati falsati e non fa altro che appiattire le differenze o, anche peggio, invertire i valori in campo.
Immaginiamo che in questi anni il punto di vista dell'Onorevole Letta sulla necessità di finanziare in modo adeguato la buona ricerca e di riconoscere il merito non sia cambiato. Sono quelli attuali i risultati che Letta si auspicava 7 anni fa, quando rispose al nostro grido di dolore? Quali misure con ripercussioni positive a breve termine, il suo governo ha attuato, o sta attuando per cambiare rotta, per rimediare a questo scempio?
E 'chiaro che servono fondi pubblici cospicui per finanziare la ricerca e per sbloccare il turn over, allo scopo di ripristinare un livello fisiologico di reclutamento e progressione delle carriere. Ma ciò servirebbe a poco se per identificare il merito e per assegnare le risorse si continuassero ad usare i criteri nostrani e automatici dell'Anvur. E' quindi necessario ripensare al sistema dell'Anvur, per arrivare ad una valutazione seria e non estemporanea dei ricercatori e della ricerca, una valutazione condotta con sistemi equiparati a quelli riconosciuti a livello internazionale, basata su qualità, etica e responsabilità. Con buona pace dell’Anvur e dei suoi fallaci metodi.

lunedì 28 ottobre 2013

VQR, o meglio RQV: una valutazione alla rovescia, mentre la Carrozza tace.

Il Ministro Carrozza purtroppo non ha replicato alla mia lettera aperta pubblicata su "Europa online" (http://www.europaquotidiano.it/2013/05/13/il-villaggio-dei-dannati-della-ricerca-in-italia-lettera-aperta-al-ministro-carrozza/) e considerando che si tratta del giornale del suo partito, lasciatemi dire che questo suona alquanto strano: una replica, anche minima non si nega a nessuno, specialmente se viene da un collega. Che forse io non sia considerato un interlocutore serio?
Nella lettera alla Carrozza discutevo le preoccupazioni di buona parte del mondo accademico e della ricerca, per le ricadute negative generate dal nuovo sistema di reclutamento e progressione delle carriere basato su rigidi criteri bibliometrici, messo in piedi dall'Anvur. Un sistema automatico che tende a premiare la quantità, spesso a scapito della qualità, favorendo una meritocrazia alla rovescia. Peccato, avremmo gradito almeno un piccolo segnale. Nel lontano 2007, al contrario, sulle pagine di Europa altri più noti esponenti del suo partito (Veltroni, Letta, Bindi e Modica) avevano risposto puntualmente ad una nostra iniziativa che chiedeva ai papabili segretari del neo-Pd quali interventi avrebbe portato avanti sul fronte Università e Ricerca.
Gli interventi si possono leggere ai seguenti link
http://salvarelaricerca.blogspot.it/2007/10/cos-il-pd-sosterr-la-ricerca-di-walter.html
http://salvarelaricerca.blogspot.it/2007/10/ricerca-cos-non-basta-di-rosy-bindi.html
http://salvarelaricerca.blogspot.it/2007/09/la-risposta-di-enrico-letta-al-nostro.html
http://salvarelaricerca.blogspot.it/2007/09/la-risposta-di-luciano-modica.html
http://salvarelaricerca.blogspot.it/2007/10/basta-parole-adesso-servono-i-fatti-di.html
Purtroppo, i risultati della recente VQR 2004-2010, che aveva l'obiettivo di valutare le strutture di ricerca con i loro prodotti, non fanno altro che confermare le nostre preoccupazioni. Infatti, si sono generate aberrazioni e contraddizioni evidenti, dimostrando che anche in questo caso la metodologia utilizzata dall’Anvur per valutare i prodotti è fallimentare. E’ sotto gli occhi di tutti il caso clamoroso del punteggio medio conseguito dall’ateneo di Messina che risulta superiore a quello del Politecnico di Milano.
Tra l'altro, chi svolge ricerca scientifica sa bene che per valutare adeguatamente il lavoro di una struttura dipartimentale o di un ente di ricerca è necessario considerare tutti i suoi prodotti e non solo una minima parte che può non essere rappresentativa del totale, come è accaduto per la VQR 2004-2010.
Come è stato possibile concepire e utilizzare dei meccanismi valutativi così aberranti, sia per le abilitazioni nazionali che per la VQR? Dei meccanismi che fanno un uso improprio della valutazione e che all’estero appaiono chiaramente inattendibili. Viene da sospettare che tutto ciò che non sia il frutto di una banale svista, di un errore fatto dai soliti inconsapevoli burocrati, ma che al contrario rappresenti il risultato aberrante di una logica furbesca finalizzata a confezionare valutazioni “telecomandate” e favorevoli solo per certi gruppi di potere politico-accademico.
Molti di noi sperano ardentemente che il Ministro Carrozza voglia a correggere questo sistema, per arrivare a dei metodi di valutazione dei ricercatori e della ricerca riconosciuti a livello internazionale, basati su qualità, etica e responsabilità. Allo scopo identificare veramente sul merito, smascherando le sacche di improduttività, con buona pace dell’Anvur e dei suoi fallaci sistemi.
Le prime dichiarazioni del Ministro sembravano incoraggianti, ma concretamente per ora all'orizzonte non si intravede alcun sostanziale cambiamento di rotta.