lunedì 15 febbraio 2016

Dopo i tagli, le valutazioni folli:è esplosa la rivolta dei docenti. Articolo di Raffaele Simone

Pubblichiamo un interessante articolo di Raffaele Simone sulla protesta contro la VQR, apparso il 4 febbraio scorso sul Fatto Quotidiano
http://www.uspur.it/wp-content/uploads/2016/02/Rassegna-Stampa-uspur-05-Febbraio-2016.pdf

La protesta contro la VQR si allarga

http://www.roars.it/online/giuseppe-mingione-perche-boicotto-la-vqr/
http://www.roars.it/online/prese-di-posizione-dei-candidati-rettore-a-pisa/
http://www.roars.it/online/una-protesta-che-a-me-sembra-fondata-anche-oscar-giannino-solidale-con-il-blocco-della-vqr/

Lettera di Giorgio Parisi a Nature

La lettera di Giorgio Parisi a Nature diventa una petizione per sollecitare i finanziamenti alla ricerca di base in Italia.
https://www.change.org/p/commissione-europea-e-governo-italiano-salviamo-la-ricerca-italiana
TESTO DELLA LETTERA
Chiediamo all’Unione Europea di spingere i governi nazionali a mantenere i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza. Questo permetterebbe a tutti gli scienziati europei - e non solo a quelli britannici, tedeschi e scandinavi - di concorrere per i fondi di ricerca Horizon 2020.
In Europa i fondi di ricerca pubblici sono erogati sia dalla Commissione Europea che dai governi nazionali. La Commissione finanzia principalmente grandi progetti di collaborazione internazionali, spesso in aree di ricerca applicata, e i governi nazionali finanziano invece - oltre che i propri progetti strategici - programmi scientifici su scala più piccola, e operati “dal basso”.
Ma non tutti gli Stati membri fanno la loro parte. Per esempio l’Italia trascura gravemente la ricerca di base. Oramai da decenni il CNR non riesce a finanziare la ricerca di base, operando in un regime di perenne carenza di risorse. I fondi per la ricerca sono stati ridotti al lumicino. I PRIN (progetti di ricerca di interesse nazionale) sono rimasti inattivi dal 2012, fatta eccezione per alcune piccole iniziative destinate a giovani ricercatori.
I fondi di quest’anno per i PRIN, 92 milioni di Euro per coprire tutte la aree di ricerca, sono troppo pochi e arrivano troppo tardi, specialmente se paragonati per esempio al bilancio annuale dell’Agenzia della Ricerca Scientifica Francese (corrispondente ai PRIN italiani) che si attesta su un miliardo di Euro l’anno. Nel periodo 2007-2013 l’Italia ha contribuito al settimo “Programma Quadro” europeo per la ricerca scientifica per un ammontare di 900 milioni l’anno, con un ritorno di soli 600 milioni. Insomma l’incapacità del Governo Italiano di alimentare la ricerca di base ha causato una perdita di 300 milioni l’anno per la scienza italiana e quindi per l’Italia.
Se si vuole evitare che la ricerca si sviluppi in modo distorto nei vari Paesi europei, le politiche nazionali devono essere coerenti tra di loro e garantire una ripartizione equilibrata delle risorse.

Università e Ricerca: “Servono investimenti, non azioni occasionali”

Pubblichiamo di seguito un articolo firmato dal sottoscritto e dal collega Giorgio Prantera e uscito su "Unità Online" il 17 ottobre 2015.
Per leggere l'articolo originale andare al link seguente:http://www.unita.tv/opinioni/universita-e-ricerca-servono-investimenti-non-azioni-occasionali/
Matteo Renzi in diretta televisiva ha promesso “una misura ad hoc per portare in Italia 500 professori universitari anche italiani che insegnano all’estero”, un annuncio inatteso che merita alcune doverose considerazioni. Molti stati europei programmano in anticipo piani di spesa dettagliati e investono percentuali significative del PIL in ricerca perché si tratta di un elemento cardine per la crescita di un paese. In Italia, al contrario, la ricerca pubblica vive da anni in assenza di risorse e di programmazione. A fronte di uno dei più bassi investimenti mondiali in rapporto al PIL, dal 1996 al 2010 l’Italia è comunque all’ottavo posto nel mondo per produzione scientifica. Una sorta di miracolo definito “italian paradox”. Immaginiamo quali risultati potremmo ottenere, se avessimo dei finanziamenti adeguati.
Nel 2008, Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina, ammoniva: “Un paese che investe lo 0,9% del PIL in ricerca, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo, né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori”. Da allora è andata sempre peggio. I tagli sempre più pesanti e indiscriminati, inflitti da tutti i recenti governi ai fondi di finanziamento ordinario degli atenei e il blocco del turn over deciso dalla premiata ditta Gelmini & Co, hanno portato al collasso definitivo del sistema universitario e della ricerca. Sono aumentate le tasse universitarie, sono diminuiti gli iscritti e dal 2008 al 2014 il numero di professori universitari è calato drasticamente, oggi è il 25% in meno della media europea, come segnalato dal CUN.
I finanziamenti per la ricerca di base hanno toccato il fondo. Il caso paradigmatico è quello dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) istituiti nel 1996 dal governo Prodi, che rappresentavano il principale supporto per la ricerca pubblica. Da un budget di 137 milioni di euro destinati nel 2003 alle 14 aeree disciplinari, dopo nove anni, grazie alla spending review del governo Monti, si è arrivati al minimo storico di 38 milioni di euro! Un’elemosina e un insulto alla professionalità di migliaia di ricercatori che nei casi migliori hanno racimolato solo briciole. Infine, il governo Letta, invece di rimediare a tale scempio, ha addirittura cancellato il bando Prin 2013 e da allora non se n’è più sentito parlare.
In tali frangenti “di doman non c’è certezza” e molti ricercatori giovani e non sono stati spinti a cercar fortuna altrove. Ora è giusto dare ai bravi la possibilità di rientrare in Italia, ma degli altri, quelli che sono rimasti in Italia a mandare avanti la baracca sottopagati e in condizioni avverse, che ne facciamo? Il problema, quindi, non è solo far rientrare gli emigrati meritevoli o attirare quelli stranieri (ci chiediamo quali saranno questi temerari), ma soprattutto bloccare l’emorragia di talenti: dobbiamo trattenerli con azioni concrete e investimenti degni di questo nome, non con proclami spesso disattesi dalla realtà dei fatti e dall’instabilità dei governi.
Caro Renzi, per risollevare università e ricerca italiana non servono azioni occasionali, ma interventi incisivi e di ampio respiro. E’ necessario un programma di investimenti sostanziosi e duraturi per il reclutamento, la progressione delle carriere e il finanziamento della ricerca pubblica. Solo così, garantendo nuove risorse e certezze a tutti, giovani e meno giovani, si potrà essere ancora più competitivi nel panorama internazionale. Per tornare finalmente “a riveder le stelle” e uscire da questo inferno quotidiano, vedendo riconosciute qualità e competenze, senza dover più improvvisare, senza più vivere alla giornata.
Una nota finale: mentre da noi i governi tagliano la ricerca, in USA il budget del National Institutes of Health, che finanzia vari settori della ricerca, è passato dai 28 miliardi di dollari del 2008 ai 32 del 2013! Che in Italia la soluzione per uscire dal guado non sia quella di reclutare una nuova classe politica dall’estero?

mercoledì 18 marzo 2015

"Università, altro che merito. E' tutto truccato. Vi racconto come funziona nei nostri atenei", ovvero quando si sparla e si spara su Università e Ricerca.

Oggi ho letto un articolo-intervista di un certo Matteo Fini pubblicato dall'Espresso. Il titolo è: "Università, altro che merito. E' tutto truccato. Vi racconto come funziona nei nostri atenei". Fondi sperperati, concorsi pilotati, giovani sfruttati. Un ex dottorato spiega nel dettaglio come si muove il mondo accademico tra raccomandazioni e correnti di potere.
L'articolo si può leggere al link: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/03/09/news/universita-altro-che-merito-e-tutto-truccato-vi-racconto-come-funziona-dietro-la-cattedra-1.202894?ref=HRBZ-1
Nulla di nuovo sotto il sole, gli argomenti trattati da Fini sono stati ampiamente discussi in precedenza da libri e interviste che descrivono alcune gravi patologie che affliggono non solo l’università, ma direi tutti gli ambiti della società italiana, basta guardare i numerosi e clamorosi scandali che coinvolgono il mondo della politica. I fenomeni di nepotismo nel mondo accademico sono stati denunciati in passato anche da Espresso, Repubblica e da programmi televisivi come “Report” e “Anno zero”. La cosa grave è che finora queste denunce non hanno intaccato di un millimetro il potere ed il delirio di onnipotenza di certi accademici. In un paese diverso, sarebbero già partite delle inchieste giudiziarie.
Detto questo, però, come docente universitario che da anni svolge didattica e ricerca, sono molto preoccupato per le strumentalizzazioni e gli effetti negativi che articoli di questo tipo possono produrre. L'articolo, infatti, ci va giù molto duro con le accuse senza risparmiare nessuno. Quali conclusioni potrebbe trarne un lettore medio?
Sicuramente che il mondo dell'università e della ricerca in Italia è un luogo infame, una sorta di "bronx accademico" frequentato solo da loschi figuri che compiono le peggiori atrocità: baroni che sperperano fondi, truccano concorsi e sfruttano i giovani, malfattori dediti a familismo e clientelismo, portaborse, leccapiedi, fannulloni o addirittura papponi, come scrisse anni fa Vittorio Feltri su “Libero”.
Per fortuna, università e ricerca sono anche altro, questo posso garantirlo. Posso dire, per esperienza consolidata negli anni, che nei settori scientifici, ad esempio, esistono molti ricercatori e professori che svolgono attività didattica e di ricerca di buono/ottimo livello, armati di passione e dedizione, persone oneste che dalla mattina alla sera si fanno in quattro per “mandare avanti la baracca”. E' anche grazie a loro che la ricerca scientifica del nostro paese è sorprendentemente competitiva nel contesto internazionale, malgrado i tagli sempre più drastici inflitti dai governi ai finanziamenti pubblici (vedi The italian paradox: http://www2.cnrs.fr/en/1588.htm). Tagli, che tra l'altro, gravano solo su chi lavora e non certo su fannulloni e nepotisti, che se la spassano indisturbati come sempre.
Le parole sono importanti, grida Nanni Moretti schiaffeggiando una sprovveduta giornalista nel film "Palombella rossa". E lo sono soprattutto se possono influenzare l'opinione pubblica. A mio parere, quando si scrive di università e ricerca e non solo, se si vuole fare vera informazione, senza cadere nei luoghi comuni e senza cedere alla fame di scoop, si deve evitare di privilegiare il sensazionalismo a scapito di un approfondimento critico. Per non screditare una intera categoria di ricercatori e docenti, bisogna fare i dovuti distinguo, mostrando anche l'altra faccia degli Atenei: quella che lavora e produce, anche se non fa notizia. Altrimenti, denigrando in toto università e ricerca pubbliche si rischia di mistificare la realtà e lungi dal punire i corrotti si getta fango su tutti, anche sugli onesti, distruggendo forze ed energie positive a scapito dei giovani e dello sviluppo scientifico e culturale del paese.
Un'ultima considerazione: ma se negli Atenei circolano solo baroni e nepotisti, qualcuno deve dirci da dove saranno mai venuti i famosi cervelli in fuga, altro luogo comune e cavallo di battaglia di molta stampa. Che si siano generati spontaneamente? Che siano nati sotto ai cavoli? Saranno forse dei baccelloni di origine extra-terreste? Non è che per caso dei docenti onesti, dei bravi "maestri" li avranno formati e aiutati a crescere, proprio negli stessi Atenei ritenuti da molta stampa covi esclusivi di nepotismo e malaffare? Su questi temi, molti giornalisti dovrebbero chiarirsi le idee, per evitare di cadere in contraddizione con se stessi. Altrimenti saremmo spinti a pensare che ad essere in fuga siano anche i loro cervelli!
Purtroppo, corruzione e clientelismo sono virus che hanno infettato ormai tutti gli ambiti della società italiana, sia nel pubblico che nel privato. Usando lo stesso metro utilizzato da Fini nel suo articolo, si potrebbe dire che il mondo della stampa è fatto solo da giornalisti corrotti, pennaioli e scribacchini al soldo di politici e industriali, gente che fa strada unicamente grazie alle amicizie che contano, ma non sarebbe giusto.
Patrizio Dimitri

sabato 3 gennaio 2015

La valutazione della ricerca e le nozze coi fichi secchi

Quale botanico potrebbe mai pensare di valutare le potenzialità di sviluppo di piante di edera lasciandole crescere nel deserto del Sahara? Quale premiata scuderia di Formula 1 eseguirebbe dei test di velocità di un nuovo prototipo in un circuito dal manto stradale dissestato? Sarebbe sicuramente più saggio e redditizio fornire alle piante le adeguate risorse nutrizionali e il giusto ambiente, così come eseguire i test di velocità su di un manto stradale in perfette condizioni.
Traslando questi esempi lapalissiani al campo della valutazione della ricerca scientifica, il buon senso vorrebbe che prima di valutare i ricercatori, e le ricerche che questi svolgono, lo stato dovrebbe garantire loro la possibilità di accedere a finanziamenti degni di questo nome.
Ma quello che è ovvio per noi poveri mortali, non sembra esserlo per l'Agenzia Nazionale di Valutazione di Università e Ricerca (ANVUR). Senza entrare nel merito di un sistema di valutazione che finora ha mostrato i suoi enormi limiti producendo spesso valutazioni falsate e risultati paradossali, l'ANVUR è stata istituita allo scopo di riconoscere e premiare il merito e l'eccellenza. Ma ora l'Agenzia si trova a svolgere questo compito in un terribile momento storico, il peggiore di sempre, caratterizzato dall'azzeramento dei finanziamenti pubblici. In condizioni ambientali così avverse, negli ultimi anni il lavoro dei ricercatori è stato chiaramente compromesso e molti laboratori sono vicini al collasso. Inoltre, in scarsità di risorse si è scatenata una esasperata competizione che, lungi dall'avere risvolti positivi, tende a premiare i gruppi accademicamente più forti, non necessariamente i migliori, cancellando quella variabilità culturale e scientifica determinante per lo sviluppo della conoscenza.
Purtroppo, l'ANVUR non si dimostra disposta all'autocritica e di questo passo finirà per fare le classiche "nozze coi fichi secchi" rendendo inutile, o a dir peggio dannoso il lavoro svolto finora.
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Non sarebbe stato più serio e utile, se prima di dare inizio ai cerimoniali della valutazione si fosse pianificata una programmazione a lungo termine con lo stanziamento di risorse ageduate per finanziare la ricerca? Oppure il vero e unico scopo dell'Agenzia è quello di selezionare nuove specie di "ricercatori mutanti" resistenti agli ambienti ostili e capaci di lavorare e produrre in assenza di risorse? Che sia questa la novità, il risultato degli esperimenti dell'abominevole dottor ANVUR, la grande prospettiva per lo sviluppo della ricerca e della conoscenza nel nostro paese?
Ci auguriamo vivamente di no, perchè dopo aver toccato il fondo università e ricerca dovranno risollevarsi. Tutti siamo chiamati per collaborare a questo scopo, altrimenti sarà il tracollo definitivo del nostro paese.
E come conclude Gennaro Iovine (Eduardo De Filippo) in "Napoli Milionaria" prima che cali il sipario: Ha da passà 'a nuttata.

mercoledì 24 dicembre 2014

Auguri alla ricerca italiana, ne ha molto bisogno!

Buone feste e buon 2015 a tutta la ricerca italiana e specialmente ai gruppi piccoli e produttivi che cercano di resistere, malgrado tutto!
Malgrado l'assenza di finanziamenti, malgrado l'assenza di programmazione, malgrado un sistema che non garantisce pari opportunità a chi svolge attività ricerca, malgrado il collasso ormai difficilmente reversibile delle università e dei centri pubblici di ricerca di questo disgraziato paese.
Un sentito ringraziamento alla classe politica italiana che negli ultimi anni ha permesso tutto questo!!

venerdì 12 dicembre 2014

La guerra al maiale e la ricerca scientifica nel paese del "mondo di mezzo"

Nel romanzo “Diario della guerra al maiale”, Adolfo Bioy Casares narra la storia surreale di una guerra civile dove i giovani di Buenos Aires danno la caccia a chiunque abbia superato i 50 anni, perché ormai ritenuto inutile alla società. Una metafora, quella dello scrittore argentino, che vuole mettere in risalto l'uso molto spesso strumentale e propagandistico di una retorica giovanilista fine a se stessa, ma molto in voga oggi, dopo esserlo stata in altri periodi oscuri del nostro paese: ricordate "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza"?
Parlando dei problemi reali dei giovani nel nostro paese, invece, come non essere d'accordo con quanto denunciato di recente in una lettera-appello al Presidente Napolitano da Cosimo La Cava, uno dei tanti ricercatori italiani costretti a dover cercare fortuna all'estero? Conosco bene il problema: nel corso degli anni, infatti, ho assistito all'esodo di diversi giovani bravi che si sono formati nel mio laboratorio verso Spagna, Inghilterra e Stati Uniti. Sono stati inevitabilmente attratti dalle concrete prospettive economiche e ambientali offerte da questi paesi.
Un paese civile ha il dovere di garantire un degno futuro ai suoi giovani meritevoli, invece in Italia, costringendoli a fuggire, non solo si produce una grave emorragia di "capitale umano" e si mandano in fumo anche le risorse economiche investite per la loro formazione, come sottolinea La Cava, ma anche si pregiudicano o addirittura si cancellano ricerche promettenti. Senza dimenticare le migliaia di ricercatori e docenti, giovani e meno giovani, armati di passione e dedizione, quelli che sono rimasti e che da anni cercano di resistere. Anche essi sono esasperati e umiliati dalla mancanza di considerazione che la classe politica e dirigente di questo paese mostra nei confronti del loro lavoro.
Molti stati europei programmano in largo anticipo piani di spesa dettagliati e investono significative percentuali del PIL nella ricerca, perchè la ritengono elemento cardine per la crescita. In Italia, al contrario, la ricerca pubblica è stata da anni abbandonata, in assenza di programmazione e risorse adeguate. Non a caso Renato Dulbecco, premio Nobel per la Medicina, nel 2008 denunciava che «Un paese che investe lo 0,9% del proprio prodotto interno lordo in ricerca, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo, né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori». Malgrado i reiterati e accorati appelli inviati alla classe politica nel corso degli anni anche da altri primi nobel italiani, come Rita Levi Montalcini e Mario Capecchi, la situazione non è cambiata: università e ricerca nel nostro paese sono sempre più delle conclamate cenerontole, figlie di un dio minore.
I tagli continui, sempre più pesanti e indiscriminati inflitti da tutti i recenti governi ai fondi di finanziamento ordianario (FFO) degli atenei e la quasi totale cancellazione del turnover voluta dalla premiata ditta Gelmini & co, stanno portando al collasso definitivo del sistema universitario e della ricerca. Come se non bastasse, le risorse ministeriali destinate ai fondi pubblici per la ricerca negli ultimi anni hanno toccato il fondo, mi si perdoni il calembour e nel 2014 sono state azzerate. Il governo Letta, prima della sua dipartita, ha infatti definitivamente cancellato i bandi dei Progetti di Ricerca di Interesse nazionale (PRIN), destinando i pochi fondi residui ai bandi SIR (Scientific Independence of young Researchers), dedicati esclusivamente ai "giovani" sotto i 40 anni. La ministra Carrozza, nello stesso periodo, aveva dato alla luce, ma solo sulla carta, una sorta di piano di programmazione della ricerca nazionale dove era previsto, tra l'altro, un nuovo bando battezzato RIDE (Ricerca Italiana di Eccellenza) che avrebbe dovuto sostituire il PRIN: ennesimo esempio di vuoto nominalismo all'italiana. Dopo quasi 9 mesi, non si sente più parlare del mitico bando RIDE, che quindi rischia di essere ricordato per essere stato il più inutile ed effimero acronimo, partorito con (speriamo) involontaria autoironia dal MIUR. Forse, sarebbe stato più realistico chiamarlo PIANGE (Progetti Italiani Ancora Non GEstibili).
In questa cronica scarsità di risorse, negli atenei e nei centri di ricerca si vive ormai da anni alla giornata e la competizione esasperata che si è venuta creare, lungi dall'essere un elemento positivo, ha premiato spesso i più forti, non sempre i più meritevoli, cancellando quella variabilità culturale e scientifca che è un fattore determinante per lo sviluppo della ricerca e della conoscenza.
Perchè siamo arrivati a questo punto? E' semplice, al contrario di altri paesi, in Italia si sono anteposti gli interessi personali di grandi e piccoli gruppi di potere politico-economico a quelli dei cittadini e del paese. Il recente scandalo emerso a Roma dall'inchiesta "Mondo di mezzo" parla chiaro e mette in evidenza probabilmente solo la punta dell'iceberg di un fenomeno di corruzione di massa. In questa melma di sottosviluppo politico e sociale, le nuove generazioni sono state cresciute e nutrite con i miti del successo facile. Piuttosto che andare all'università per studiare e formarsi, c'è chi farebbe di tutto pur di partecipare a qualche demenziale programma televisivo, pur di apparire, pur di diventare ricco e famoso come un calciatore od una velina. Questi sono i modelli dominanti che ispirano molti giovani oggi. E' chiaro, quindi, che in questa situazione di degrado, l'istruzione, la ricerca e più in generale, la cultura, una volta valori fondamentali e necessari per la crescita e lo sviluppo del paese, sono diventati degli inutili optional, o meglio, dei fastidiosi impedimenti alla scalata sociale, all'affermazione personale che si base esclusivamente sulla sete di potere e denaro.
E' possibile uscire da questo pantano e risollevare università e ricerca nel nostro paese? Nel lontano 1848 Victor Hugo sosteneva che la crisi si combatte aumentando i fondi alla cultura e non tagliandoli. Considerazione più che ovvia, ma incomprensibile per la nostra classe politica. E' chiaro che servono programmazione e risorse congrue per rilanciare università e ricerca pubblica e per sbloccare il turn over, allo scopo di ripristinare subito un livello fisiologico di reclutamento e progressione delle carriere. In mancanza di misure urgenti molti ricercatori smetteranno di lavorare, molti laboratori chiuderanno, con ulteriori e gravi conseguenze sulla didattica universitaria e sul futuro dei giovani.
Dove trovare le risorse necessarie per un piano di risanamento a lungo termine? Uno studio condotto di recente dalla UIL mette in evidenza l'esistenza di un sottobosco che ruota intorno ai partiti (comitati elettorali, segreterie di partiti, collegi elettorali, consulenti, portaborse, ecc. ecc.) e che consuma miliardi di euro. I costi della politica, diretti e indiretti, nel complesso ammonterebbero a circa 23,9 miliardi di euro annui. Se queste stime si avvicinassero anche minimamente alla realtà, allora non servirebbero miracoli, basterebbe anche solo dimezzare i costi esasperati della politica per risollevare il paese e finanziare adeguatamente istruzione e ricerca.
Se invece di intervenire con azioni concrete ed efficaci, la classe politica e dirigente del nostro paese proseguirà soltanto a sbandierare proclami ad effetto e programmi virtuali, fingendo ipocritamente di scandalizzarsi per poi rimanere sorda ai veri bisogni di istruzione e ricerca, se si continuerà a disprezzare istruzione e ricerca pubbliche, se ne decreterà la definitiva condanna a morte. In questo modo, la decadenza del paese sarà sempre più rapida e irreversibile e la melma del sottosviluppo morale, culturale e economico ci sommergerà definitamente.
Patrizio Dimitri
Professore di Genetica,Università Sapienza, Roma
Intervento inviato al direttore di Repubblica.it Giuseppe Smorto. L'intervento non è stato pubblicato e Giuseppe Smorto non ha nemmeno trovato il tempo per rispondermi

mercoledì 15 ottobre 2014

Follie di una VQR all'italiana!

Ricevo e dal collega Giorgio Prantera dell'Università della Tuscia, e pubblico con piacere, alcune brevi ma incisive considerazioni su alcune delle tante disfunzioni del metodo utilizzato dall'ANVUR per la VQR 2004-2010.
Già sapevamo che in una stessa classe sono state inserite riviste scientifiche con valori qualitativi molto diversi tra loro. Ad esempio, in classe 1 per l'area biologica sono presenti: Science, Nature, PNAS e...Insect molecular biology....
Giorgio qui denuncia un'altra situazione veramente paradossale: uno stesso articolo pubblicato su una rivista che appartiene a diverse subject category, può attenere valutazioni diverse a seconda della subject category scelta! Può essere quindi contemporaneamente eccellente o mediocre!!! Follie di una VQR all'italiana, o meglio all'amatriciana!
Per ogni Subject Category (SC) si calcola la distribuzione degli impact factor di tutte le riviste che ricadono in quella SC.
La distribuzione di cui sopra viene divisa in 4 intervalli non uguali.
Classe 1, le riviste i cui IF cadono nel 20% superiore della distribuzione.
Classe 2, le riviste i cui IF cadono nell'intervallo 60-80% superiore della distribuzione.
Classe 3, le riviste i cui IF cadono nell'intervallo 50-60% superiore della distribuzione.
Classe 4, le riviste i cui IF cadono nell'intervallo 50-00% della distribuzione.
Lo stesso criterio si applica alle citazioni. Per ogni Subject Category (SC) si calcola la distribuzione delle citazioni di tutti gli articoli che ricadono in quella SC.
Classe 1, gli articoli le cui citazioni cadono nel 20% superiore della distribuzione.
Classe 2, gli articoli le cui citazioni cadono nell'intervallo 60-80% superiore della distribuzione.
Classe 3, gli articoli le cui citazioni cadono nell'intervallo 50-60% superiore della distribuzione.
Classe 4, gli articoli le cui citazioni cadono nell'intervallo 50-00% della distribuzione.
La combinazione fra la classe dell'impact factor e la classe delle citazioni in cui ricade ciascun articolo determina la valutazione della pubblicazione.
A parte ogni valutazione sulla macchinosità e aleatorietà di una simile valutazione, un paradosso emerge immediatamente.
Molte riviste vengono classificate da ISI Web of Science in due o più SC. Per cui, lo stesso articolo scientifico con il suo numero di citazioni, può essere valutato ottimo buono o sufficiente a seconda di quale SC si scelga per la rivista che lo ha pubblicato (scelta che compete all'autore).
E' immediatamente evidente che seguendo questi criteri la qualità di una pubblicazione scientifica non è intrinseca alla pubblicazione stessa, ma dipende dall'abilità di chi compila la scheda VQR.

domenica 12 ottobre 2014

Per la Scienza, per la Cultura

Come ho scritto più volte fino alla noia su questo blog e anche altrove,senza ricerca non si esce dalla crisi, ma anzi si sprofonda più velocemente nelle sabbie mobili del degrado culturale.
I ricercatori francesi hanno organizzato per il 17 ottobre una protesta dal titolo "Sciences en Marche" http://sciencesenmarche.org/fr/ che prevede una marcia in bicicletta dalla provincia a Parigi per responsabilizzare l’opinione pubblica sullo stato disastroso della ricerca e dell’università prodotto dai tagli sconsiderati dei governi. Cosa dovremmo fare in Italia, dove la situazione è ancora peggiore?? Per ora dimostriamo loro la nostra comprensione aderendo alla manifestazione e pubblicizzando l'iniziativa.
Si invitano tutti a partecipare alle assemblee e alle iniziative locali, anche in preparazione della manifestazione nazionale che si terrà al Pantheon di Roma il 18 ottobre 2014.

domenica 14 settembre 2014

I mostri della VQR

I risultati della recente VQR 2004-2010, se da una parte hanno premiato strutture di ricerca di buono od ottimo livello, dall'altra hanno prodotto, come si temeva, diverse aberrazioni e risultati paradossali. Questi "mostri" della valutazione sono sotto gli occhi di tutti.
Se l'Università di Messina (con tutto il rispetto per i colleghi di quell'Ateneo) risulta migliore del Politecnico di Milano e la Normale di Pisa viene classificata come un'Università mediocre, significa che esistono dei seri problemi alla base del metodo valutativo ideato dall'ANVUR
http://www.roars.it/online/lo-strano-caso-della-normale-e-della-vqr/
E questi sono solo di due esempi clamorosi tra i tanti messi in evidenza finora. I sette saggi del consiglio direttivo dell'Anvur, che ci costa circa un milione e 200mila euro all'anno, dovrebbero fare una seria autocritica ed invece non mi risulta che si siano pronunciati o che stiano preparando dei correttivi.
Il fenomeno delle aberrazioni valutative però è molto serio, non può e non deve essere ignorato. Anomalie e casi paradossali sono stati segnalati altrove, anche nella Facoltà di Scienze della Sapienza di Roma. In particolare, il Dipartimento di Biologia e Biotecnologie "Charles Darwin" ha ottenuto sorprendentemente un piazzamento mediocre. E nel Dipartimento, anche settori di punta come la Genetica e la Biologia Molecolare hanno stranamente e inaspettatamente conseguito valutazioni non degne della loro fama. Qualcosa però non quadra, perché questi risultati sono in clamorosa contraddizione con quelli della precedente valutazione delle strutture di ricerca condotta dal CIVR per il periodo 2001-2003. In quel caso, infatti, il Dipartimento di Genetica e Biologia Molecolare, confluito a luglio 2010 nel nuovo Dipartimento di Biologia e Biotecnologie, aveva ottenuto un ottimo piazzamento. Risultati simili a quelli del CIVR erano stati ottenuti anche da un metodo in silico ideato dal collega Gianni Cesareni.
http://www.fisv.org/2013-09-04-15-46-07/attivita/item/234-valutazione-della-ricerca-gianni-cesareni-risponde-al-nostro-invito-con-un-suo-contributo.html
Il metodo di Cesareni basato su Google Scholar è stato critica
to anche da Roars, ma se ha prodotto risultati simili a quelli ottenuti dal CIVR che ha utilizzato il peer-review, forse meriterebbe un po' più di considerazione. Come spiegare questa apparente défaillance della Genetica e della Biologia Molecolare, considerando che parliamo di settori da sempre molto produttivi anche alla Sapienza? Si tratta di settori "Jekill e Hyde", che da buoni si trasformano in cattivi?
1) Se si esaminano i dati, i punteggi negativi dovuti alla presenza di ricercatori inattivi hanno contato soprattutto per la Biologia Molecolare . 2) C'è stata poi una alta percentuale di “prodotti penalizzati”, ovvero inserimento di pubblicazioni non pertinenti da parte del gruppo pubblicazioni della Sapienza che ha operato la scelta. Per penalizzanti si intendono i prodotti non valutabili, i prodotti identici presentati più volte dalla stessa struttura, i prodotti identici presentati più volte dallo stesso soggetto valutato per due strutture di tipologia differente (es. Università ed Ente di Ricerca). C'è da capire come questo sia potuto accadere, visto che la scelta dei prodotti è stata effettuata dal gruppo pubblicazioni della Sapienza. Si tratta di un aspetto molto critico, che poco ha a che fare con la qualità della ricerca e che andrà necessariamente "curato" per evitare che si ripeta la prossima volta.
3)A parte i suddetti aspetti, un altro elemento determinante, il cosiddetto "baco" della VQR, come già evidenziato altrove, è insito nel metodo utilizzato. Infatti, il metodo valutativo del CIVR era basato sul peer-review, mentre quello della VQR utilizza sostanzialmente dei parametri bibliometrici automatici; il peer-review viene utilizzato solo marginalmente. I risultati finali vengono poi definiti in base a fattori di correzione scelti molto arbitrariamente.
I principali difetti del metodo automatico dell'ANVUR che generano aberrazioni valutative sono i seguenti:
1) Le strutture di ricerca o i settori si devono valutare in base alla loro produzione complessiva del periodo in esame. La richiesta di presentare solo i tre "migliori" lavori è un errore, perché può penalizzare Dipartimenti che hanno maggior produttività. E' vero che la quantità non significa necessariamente qualità, ma se si penalizzano le strutture per la presenza di docenti inattivi (che non hanno prodotti) o parzialmente attivi (che non arrivano a 3), allora bisognerebbe premiarle nel caso di docenti "iperattivi" ovvero che nel periodo di riferimento ottengono più di tre prodotti. C'è poi da sottolineare che la qualità degli articoli è funzione principale dalle citazioni ottenute e questo è un altro punto dolente
2) Alle citazioni, soprattutto per gli articoli pubblicati nel periodo 2004-2008, è stato attributo dall'Anvur un peso esageratamente determinante, come nel caso delle ASN. Al contrario, a livello internazionale, il numero di citazioni (come d'altrove tutta la bibliometria spicciola) non è ritenuto affatto una misura affidabile per valutare il merito e la qualità della ricerca e dei ricercatori. Questo è stato sottolineato più volte da diversi articoli pubblicati su Roars (vedi come esempio http://www.roars.it/online/uk-consultazione-pubblica-sugli-indicatori-quantitativi-per-la-valutazione-della-ricerca/) e anche su eccellenti riviste scientifiche internazionali. A tale riguardo consiglio di leggere l'articolo dei colleghi Adam Eyre-Walker e Nina Stoletzki pubblicato recentemente su PLOS BIOLOGY (vedi sotto).
Il peso delle citazioni è evidente se si consultano i "Quadrati Magici" dell'ANVUR, come li chiama Giuseppe De Nicolao.
Di conseguenza, può accadere che un articolo su PNAS o Science (classe A) venga retrocesso nelle categorie inferiori o addirittura non sia nemmeno considerato (come è successo al sottoscritto) per non aver ottenuto il numero minimo di citazioni previsto dall’Anvur. In compenso, sempre in base alle citazioni, un articolo su una rivista di categoria inferiore (B, C o D) può venire sopravvalutato. In questo modo, si appiattiscono le differenze o addirittura si rovesciano i valori in campo. E' possibile che la qualità di un articolo scientifico debba essere così pesantemente condizionata da questa sorta di audience, alla stregua di una trasmissione televisiva? Attribuendo alle citazioni un peso così determinante, questa VQR tende in molti casi a premiare con risorse immeritate i comportamenti opportunistici di colleghi "furbetti" che da sempre abusano delle autocitazioni. Vogliamo accettare questo "doping" della valutazione?
3) A parte i casi di eccesso di autocitazioni, le citazioni rappresentano comunque un parametro molto delicato: spesso possono essere anche negative e non sempre vengono assegnate così "democraticamente", come qualcuno vorrebbe farci credere. Come sottolineato nell'articolo di Adam Eyre-Walker e Nina Stoletzki, il fattore geografico, ad esempio, è sicuramente determinante. In particolare, per esperienza trentennale sul campo ho verificato che in certi settori come per l'appunto la Genetica e la Biologia Molecolare degli organismi modello, i ricercatori italiani che svolgono ricerca di base devono sostenere una fortissima competizione internazionale soprattutto con ricercatori di paesi abituati ad avere una notevole supremazia in campo scientifico, come Stati Uniti, Inghilterra e Germania. In virtù di questo, tendiamo spesso ad essere "snobbati" e sottovalutati anche in termini di citazioni. In soldoni, un nostro lavoro anche molto buono può non riscuotere successo in termini di citazioni.
E' abbastanza ovvio, quindi, che una siffatta VQR tenda a privilegiare gruppi ampi e accademicamente forti che lavorano in campi di ricerca più gettonati ed in sistemi sperimentali più diffusi o più di moda anche nel nostro paese. Gruppi che pubblicano articoli con folte schiere di autori e hanno, anche per questo motivo, un livello fisiologico di citazioni molto più alto rispetto a gruppi che fanno ricerca di base. Questo si può verificare facendo un piccolo e banale esperimento: consultando pub med, si osserva che, ad esempio, gli articoli scientifici in campo umano sono circa 100-200 volte più numerosi di quelli sugli organismi modello come Drosophila e S. cerevisiae (vedi tabella sottostante). Di conseguenza, la maggior numerosità fa crescere anche il parametro citazionale ed il valore degli altri indicatori bibliometrici, indipendentemente dalla valore scientifico della pubblicazione. E questo è vero per tutte le aree di ricerca.
Perché i 7 saggi dell'ANVUR non hanno considerato questo aspetto così lapalissiano?Non volendo considerare la totale infermità mentale, per molti l'ipotesi più probabile è che i parametri della VQR (come per le ASN) siano il frutto di una scelta fatta ad hoc, ovvero siano quelli più favorevoli ai settori di appartenenza degli stessi 7 saggi. Per il futuro, allora, l'ANVUR farebbe prima a pubblicare direttamente la lista delle discipline scientifiche che intende privilegiare a priori, comunicando allo stesso tempo la definitiva cancellazione della ricerca di base nel nostro paese.
CONCLUSIONI
In base alle considerazioni fatte, è evidente che in molti casi i risultati ottenuti dalla recente VQR sono poco attendibili e non è corretto usarli per distribuire le risorse, premiando "i buoni" e punendo "i cattivi". Ma la cosa più grave è che in molte università, Sapienza compresa, i risultati della VQR sono presi da molti colleghi (quelli a cui conviene) come "oro colato", senza che sia stata aperta una riflessione seria su quelle che sono le evidenti disfunzioni del sistema. In conseguenza di ciò, per la distribuzione dei punti organico, nei dipartimenti penalizzati si è scatenata una bagarre tremenda, dove chi ha una VQR "migliore" si ritiene automaticamente al top dell'accademia!
Queste considerazioni riflettono il pensiero di molti altri colleghi che vorrebbero svegliarsi al più presto da questa specie di incubo in cui l'ANVUR li ha costretti a vivere. Visto che l'Anvur non sembra disposta a correre ai ripari per introdurre adeguati correttivi, a breve invieremo una lettera al Ministro di turno, all'Anvur, al CUN e anche alle riviste scientifiche per denunciare i "mostri" generati da questa VQR.
Speriamo ardentemente che i nuovi membri dei vari GEV riflettano su questa situazione per contribuire dall'interno a riformare il metodo della VQR, allo scopo di garantire un sistema di valutazione più equo che sappia realmente individuare la qualità, senza occultarla.
QUALE ANTIDOTO CONTRO I MOSTRI DELLA VQR?
Cosa fare per rendere più equo il sistema di valutazione? La valutazione della ricerca e dei ricercatori non può essere basata esclusivamente sul sistema bibliometrico quantitativo dell'ANVUR. La valutazione deve essere condotta usando modalità simili a quelle utilizzate in precedenza dal CIVR. Le pubblicazioni e i prodotti della ricerca devono essere valutati dai pari e non da un sistema automatico fatto di numeri, dividendi e fattori di correzione scelti ad hoc. La bibliometria deve essere usata con parsimonia, eventualmente come strumento accessorio.
Se questo non sarà possibile, per la prossima VQR auspichiamo almeno i seguenti correttivi:
1) Eliminare le autocitazioni
2) Ridefinire le categorie delle pubblicazioni e i loro livelli qualitativi
Ad esempio, non è possibile che nell'area 05 in categoria A siano presenti riviste con valori clamorosamente diversi di Impact Factor, come Science (IF 32) e Insect Molecular Biology (IF 2,9) perché quest'ultima risulta una delle migliori in un settore, ahimè, un po' depresso come l'Entomologia. Nessun ricercatore sano di mente potrebbe mai sostenere che pubblicare su Science o su Insect Molecular Biology sia la stessa cosa. Ma l'ANVUR invece si!!!
3) Ridurre o eliminare l'effetto delle citazioni sul valore di una pubblicazione
4) Ridurre il peso degli inattivi sulla valutazione finale, ad esempio considerando solo i docenti inattivi assunti nei 5 anni precedenti al periodo in esame.
5) Non considerare i cosiddetti "prodotti penalizzanti" che nulla hanno a che fare con la qualità scientifica di una struttura di ricerca, ma che pesano negativamente sulla valutazione.
6) Rapportare ogni settore alla media nazionale dell'area scientifica di appartenenza e non a quella del singolo settore. In altre parole, ad esempio nell'area 05 (Scienze Biologiche), ogni settore (Genetica, Microbiologia,Biologia Molecolare, Biologia Cellulare, Botanica, Zoologia, ecc) oppure ogni dipartimento, dovrebbe rapportare il valore della propria VQR a quello della media nazionale dell'area stessa.
In questo modo, molti dei mostri valutativi a cui abbiamo fatto riferimento verrebbero debellati o almeno addomesticati.
Last but not least: appurato che il sistema VQR è disfunzionale e produce errori di valutazione anche clamorosi, chi ripagherà i settori e i ricercatori penalizzati che si sono visti ingiustamente privare di risorse essenziali?

sabato 28 giugno 2014

YETI: una piccola proteina dalle grandi responsabilità

Segnalo un articolo del mio gruppo pubblicato questo mese su Journal of Cell Science, a cui la rivista ha dedicato la copertina.
http://www.lescienze.it/lanci/2014/06/25/news/la_sapienza_universit_di_roma_yeti_una_piccola_proteina_dalle_grandi_responsabilit-2194194/
http://jcs.biologists.org/content/127/11/2577.abstract?sid=9f940246‐80a4‐4d6f‐a570‐ 313f45bd6382

venerdì 23 maggio 2014

Ma quanto ci costa l'ANVUR?

Ecco gli anvuriani: Stefano Fantoni, Luisa Ribolzi, Andrea Bonaccorsi, Massimo Castagnaro, Andrea Graziosi, Fiorella Kostoris Padoa Schioppa e, dulcis in fundo, Sergio Benedetto, vero artefice e strenuo sostenitore a tutti i costi del sistema “medianico”. Con la partecipazione di Diego Novelli, ora Rettore di Tor Vergata.
Questi sono, chi più chi meno, i fautori dell'attuale sistema di valutazione basato sulle mediane degli indicatori bibliometrici. Un sistema che a guardare i risultati delle recenti abilitazioni scientifiche nazionali (ASN) e della valutazione della qualità della ricerca (VQR) ha suscitato non poche polemiche e si è rivelato uno strumento inadeguato per stimare la qualità della ricerca; un sistema che nessun paese evoluto si sognerebbe mai di utilizzare.
Ma gli anvuriani prestano la loro preziosa opera gratuitamente, oppure ricevono qualche gettone di presenza? Insomma, quanto ci costano i saggi dell'agenzia? Andiamo a leggere la tabella pubblicata l'anno scorso da Roars e prepariamoci al collasso:
Apprendiamo che i sette saggi, per aver messo in piedi il loro bel sistema automatico e quantitativo di valutazione, nel complesso percepiscono la bella somma di 1.281.000 euro!!! Senza contare tutti gli altri docenti coinvolti nella VQR che a loro volta saranno stati ben foraggiati anche se con compensi che non raggiungono le cifre dei 7 sommi anvuriani.
Mi chiedo, ma chi valuta gli anvuriani? Chi decide se hanno lavorato bene e si sono meritati i compensi ricevuti? Qualcuno sostiene che se venissero giudicati in base ai risultati delle ASN e VQR, dovrebbero essere licenziati in tronco!!!

venerdì 16 maggio 2014

La triste storia di AVA e del fattore Kr, ovvero: quand'è che l'ANVUR la smetterà di dare i numeri?

Per quelli che negli anni '60 guardavano Carosello (bei tempi...), la parola AVA evoca la famosa reclam di Calimero, il pulcino piccolo e nero: AVA come lava! Mentre agli appassionati di cinema americano hollywoodiano viene subito in mente la bella Ava Gardner.
Attenzione, niente di tutto ciò, l'AVA in voga di questi tempi è qualcosa di molto più serio: è nientepopodimeno che l'acronimo di Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento. Sul sito dell'Agenzia Nazionale di Valutazione di Università e Ricerca (ANVUR) si legge che AVA è "un sistema di accreditamento iniziale e periodico dei corsi di studio e delle sedi universitarie, della valutazione periodica della qualità, dell’efficienza e dei risultati conseguiti dagli atenei e il potenziamento del sistema di autovalutazione della qualità e dell’efficacia delle attività didattiche e di ricerca delle università. L’ANVUR ha il compito di fissare metodologie, criteri, parametri e indicatori per l’accreditamento e per la valutazione periodica". Perbacco: quanti e quali contenuti si possono nascondere dietro un semplice acronimo!
A proposito di AVA, in una comunicazione apparsa il 12 maggio scorso nel sito della ormai mitica agenzia di valutazione viene comunicato quanto segue (http://www.anvur.org/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=47&Itemid=362&lang=it):
Pubblichiamo oggi nella sezione AVA/documenti la tabella con i valori del fattore correttivo Kr per ciascun ateneo. Come descritto nel DM 1059/2013 Allegato B, il fattore Kr corregge in senso moltiplicativo l’indicatore relativo alla quantità massima di didattica assistita (DID). Ai fini del calcolo le università sono state divise in grandi, medie e piccole secondo il numero di prodotti attesi. All’interno di ciascun gruppo sono stati calcolati i quartili della distribuzione dell’indice di miglioramento, calcolato in base alla differenza percentuale tra l’indicatore finale VQR ed il peso dell’Università sul proprio gruppo in termini di prodotti attesi. Alle università appartenenti al primo quartile della distribuzione, per ciascun gruppo, viene attribuito il valore massimo del fattore correttivo Kr (Kr = 1,2), per quelle nel secondo quartile il valore Kr = 1,1 , mentre per le altre università Kr=1. Quindi il Fattore Kr non riduce mai il valore del DID.
L'ANVUR ci ricorda così che il fattore Kr serve per correggere l'indicatore DID della didattica assitita che comprende tutte le forme di didattica diverse dallo studio individuale erogabile. Il DID di un ateneo, per chi non lo sapesse, è definito dalla seguente formula: DID = (120 x Nprof + 90 x Npdf +60 x Nric) x (1 +0.30) (http://www.roars.it/online/il-d-m-a-v-a-e-laccreditamento-iniziale-delle-sedi-universitarie/).
E' triste e a dir poco preoccupante che un'attività importante e delicata come la valutazione della ricerca e della didattica venga ridotta ad un mero esercizio solipsistico e automatico di numerologia, fatto di definizioni, indici, fattori, formule, algoritmi, correttivi, regolette, dividendi e moltiplicandi. Costringere i docenti a cimentarsi con una tale selva intricata di regole che hanno poco a che fare con il buon senso e con la cultura, spingerli ad un uso così controproducente e perverso della numerologia significa solo allontanarli dalle loro vere e principali attività: l'insegnamento e la ricerca.
Dietro la scelta del fattore Kr potrebbe, però, nascondersi una fine conoscenza linguistica e forse anche un messaggio criptato di pentimento: nella famiglia delle lingue indoeuropee, la radice kr rimanda al verbo "fare" e, secondo alcuni, anche al verbo "piangere" (http://it.wikipedia.org/wiki/Radici_del_protoindoeuropeo). Non a caso, un tale sistema di valutazione non può che fare piangere!
Che i saggi dell'ANVUR, tra ASN, VQR e AVA, si siano fatti prendere la mano dal sistema di cui sono artefici e ormai dediti all'abuso della numerologia tout court, siano costretti a dare i numeri a vita? Per il loro bene e per evitare il rischio di overdose, auspichiamo che qualcuno al Ministero li aiuti a smettere. Ci sarà pure da qualche parte, una comunità per il recupero e la riabilitazione dei numero-dipendenti.
Agli ostinati seguaci dell'ANVUR, a chi propone la numerologia a tutti i costi e ne sostiene oggettività e democraticità, consiglio di riflettere sulle numerose anomalie prodotte dai risultati delle recenti ASN e VQR e suggerisco di leggere l'approfondito intervento di Fabio Siringo, pubblicato di recente su Roars (http://www.roars.it/online/errare-humanum-est-perseverare-autem-diabolicum-a-proposito-di-asn/).

lunedì 12 maggio 2014

A proposito di ASN

Una bellissima e approfondita analisi di Giorgio Siringo sulle follie valutative e sulle aberrazioni scientifiche prodotte dal sistema delle mediane ANVUR, pubblicato su Roars. http://www.roars.it/online/errare-humanum-est-perseverare-autem-diabolicum-a-proposito-di-asn/

Come valutare seriamente la ricerca ai tempi della bibliometria selvaggia dell'ANVUR?

Come era già stato paventato da molti, compreso il sottoscritto, gli esiti delle recenti abilitazioni nazionali (ASN) e della valutazione della qualità della ricerca (VQR), hanno prodotto numerose aberrazioni valutative e suscitato una bufera di proteste e ricorsi.
Di conseguenza, appare ormai evidente
anche ai più sordi e ciechi sostenitori della bibliometria toutcourt che il sistema dell'ANVUR basato sulle mediane degli indici bibliometrici è più che inadeguato. Tali indici possono essere usati come parametri “approssimativi" dell'impatto della produzione scientifica di un ricercatore, ma non come elementi oggettivi, esatti ed affidabili per definire la qualità, originalità e l'autonomia della ricerca. Tra questi, l'h index ed il numero di citazioni, poi, sono troppo soggetti a fluttuazioni significative che, anche escludendo le autocitazioni, in generale risultano poco correlati alla qualità.
Meglio tardi che mai, direte voi, ma se i saggi dell'Agenzia avessero dato credito ai più esperti colleghi anglosassoni, avrebbero potuto evitare un disastro annunciato.
Che fare adesso? Da dove ricominciare? Questa esperienza deve essere di monito per il futuro. Per il bene di università e ricerca ora è necessario seppellire definitivamente la perversa bibliometria dell'ANVUR e definire un sistema di valutazione basato su qualità, etica e responsabilità.

lunedì 24 marzo 2014

Giovanni Valentini sugli esiti delle ASN: ovvero, quando i giornalisti entrano nel merito di argomenti che conoscono poco.

"Università, beffa per gli aspiranti prof, troppo specializzati, vi bocciamo" è il titolo di un articolo apparso qualche settimana fa su "La Repubblica", dove Giovanni Valentini dà voce alla pioggia di ricorsi presentati dai partecipanti ai recenti concorsi per l'abilitazioni scientifiche nazionali (ASN) a professore universitario associato e ordinario. Valentini scrive che la riforma Gelmini "aveva disposto una nuova procedura di selezione, introducendo la meritocrazia come principale criterio di valutazione". Una meritocrazia, continua Valentini, basata su parametri bibliometrici oggettivi, riferiti all numero di pubblicazioni e citazioni dei candidati. Una meritocrazia che sarebbe stata sovvertita arbitrariamente e in modo clientelare dalle commissioni.
In realtà, il caso delle abilitazioni scientifiche nazionali (ASN) è molto più complesso di quanto descritto da Valentini, che non sembra per niente al corrente delle innumerevoli critiche e polemiche piovute sul nuovo meccanismo valutativo partorito dalla agenzia nazionale di valutazione di università e ricerca (ANVUR), molto prima che le ASN avessero luogo.
Come abbiamo sempre detto, è chiaro che la valutazione dell’attività scientifica di ricercatori e docenti è un requisito irrinunciabile, ma l'aspirazione ad una presunta oggettività è, senza scomodare filosofi o psicologi, sinceramente una vera utopia. Quello che è sicuro è che molto rischioso affidarsi a rigidi e automatici indicatori (tra l'altro estemporanei perchè variabili nel tempo) che sono stati ampiamente sconsigliati a livello internazionale, in quanto inadatti a valutare autonomia scientifica, qualità e originalità. Non a caso, Inghilterra e Australia dopo un iniziale tentativo di usare la bibliometria, nel 2011 hanno subito fatto dietro front, cosa che Anvur ha fatto finta di non vedere.
Il superamento degli indicatori bibliometrici, così come sono stati concepiti, non riflette necessariamente livelli assoluti di qualità, nè di autonomia scientifica o di originalità di ricerca. Gli indicatori, infatti, non sono affatto meritocratici, non misurano il contributo dei singoli nelle pubblicazioni e non tengono nemmeno conto del livello qualitativo delle riviste scientifiche dove appaiono le pubblicazioni. E' come se uno scrittore venisse stimato solo in base alla quantità di libri pubblicati (anche da case editrici fantasma) e non al contenuto e alla profondità delle opere.
Inoltre, tra gli indicatori, un peso determinante è stato attribuito ai parametri che misurano il numero di citazioni ottenute da una pubblicazione, una vera e propria "audience", un indice di gradimento che misurerebbe la qualità dei ricercatori e della ricerca. In realtà, si tratta di un uso improprio delle citazioni, sia in termini scientifici che culturali, in quanto un articolo, anche di qualità, può non avere un impatto immediato sul pubblico scientifico che si riflette in un numero elevato di citazioni: la conoscenza non deve essere posta alla stregua di una trasmissione televisiva il cui effetto sugli spettatori è invece di solito immediato.
In base a quanto esposto, la bibliometria dell'Anvur è un esperimento mal riuscito che applicato alle ASN premia la quantità e tende a favorire proprio i carrozzoni accademici spesso trainati dagli stessi baroni che avrebbe dovuto debellare! Un sistema le cui citate anomalie in molti casi tendono a prrodurre una vera e propria "demeritocrazia". Per mettere una toppa alle prevedibili criticità del sistema, il Ministero l'anno scorso emanò un comunicato in cui si sottolineava che superamento degli indicatori Anvur non garantiva di fatto il diritto automatico all'abilitazione e che le commissioni avrebbero potuto abilitare anche chi fosse stato privo dei requisiti bibliometrici, qualora ritenuto di alto profilo scientifico. Se da una parte la decisione appariva più che giusta, per i motivi sopra citati (gli indicatori non valutano l'autonomia di un ricercatore e l'originalità e qualità della sua ricerca), dall'altra, nel ritorno ad un sistema aperto, in assenza di opportuni correttivi, il rischio che baronie e clientele agissero indisturbate era alto.
Solo gli ingenui, quindi, potevano credere che i risultati delle ASN non avrebbero prodotto valanghe di ricorsi, giustificati o pretestuosi che siano. Il nuovo sistema ha aperto le porte a valanghe di candidati, come non era mai accaduto in passato e li ha in qualche modo illusi, perchè chiunque avesse i fatidici parametri bibliometrici ha di conseguenza creduto che sarebbe stato automaticamente abilitato, anche se il suo contributo nelle pubblicazioni era marginale: ecco la grande perversione generata dall'applicazione di un tale sistema. Tanto per fare esempio: un laureato in matematica da 5 anni che figura come uno tra i tanti autori di diversi articoli nel campo della Genetica, avendo partecipato all'analisi statistica dei dati, non sarà giustamente abilitato, perchè malgrado possieda i numeri, è in realtà sprovvisto delle competenze specifiche del settore e non avrà i requisiti culturali e scientifici per insegnare o condurre ricerche nel campo. Però, grazie alle anomalie del sistema Anvur, si riterrà autorizzato a fare ricorso.
Per i motivi esposti, quindi, è chiaro che, al contrario di quanto scritto da Valentini, la bibliometria non garantisce affatto quella valutazione oggettiva e meritocratica che sarebbe stata sovvertita dalle commissioni. Il problema non è tanto il meccanismo dei concorsi, anche se quello della ASN è forse il peggiore finora ideato, ma la gestione degli stessi che da sempre, fatte salve le eccezioni, è affidata alle solite reti di potere accademico. Stavolta l'unica differenza rispetto al passato è stata la smisurata affluenza dei partecipanti che ha creato ulteriori criticità e conseguenze. Dove si troveranno le risorse per chiamare migliaia di abilitati? Non si rischierà così il collasso?
Ora è urgente un cambio di strategia. La bibliometria può essere solo un parametro indicativo, ma non prioritario e il sistema di valutazione per il reclutamento e la progressione delle carriere deve essere basato su qualità, etica e responsabilità. Ma questo in Italia si può realizzare solo appaltando i concorsi a commissioni nazionali composte in maggioranza da esperti stranieri, svincolati dai clan nostrani.

martedì 25 febbraio 2014

La numerologia dell'ANVUR genera mostri.

Parafrasando il titolo di una famosa acquaforte di Francisco Goya "Il sonno (sogno) della ragione produce mostri", possiamo dire che la numerologia dell'agenzia di valutazione di università e ricerca (ANVUR) genera mostri. Una considerazione che poteva essere ritenuta frutto di previsioni pessimiste e sciagurate, ma che oggi è sempre più che evidente, perchè l'uso dei rigidi parametri bibliometrici ideati dall'ANVUR è messo in discussione da più parti. Infatti, è ormai più che evidente che l'introduzione dei rigidi parametri bibliometrici sta generando delle valutazioni alquanto discutibili, per non dire aberranti.
In un incontro dibattito sui risultati di VQR e ASN organzizzato lo scorso 29 gennaio alla Sapienza dal CNRU, Giuseppe De Nicolao, professore ordinario del Dipartimento di Ingegneria Industriale e dell'Informazione dell'Università di Pavia tra i fondatori del blog ROARS, ha presentato una dettaglia analisi che mostra le ricadute negative delle recenti valutazioni. All'incontro era presente anche l'Anvur, la struttura governativa nell'occasione rappresentata da Stefano Fantoni, fisico, il Presidente e da Sergio Benedetto, ingegnere, principale artefice della macchina valutativa. I due anvuriani erano coadiuvati da Marco Mancini, capo dipartimento del Miur e da Giancarlo Ruocco, prorettore della Sapienza.
Ebbene, in circa 30’ De Nicolao di fronte ad una platea di circa 200 di universitari, da solo, novello Davide contro Golia, ha messo ko l'Anvur e ne ha smontato il fragile castello, presentando dati inoppugnabili che svelano i limiti e le gravi pecche dell'agenzia e le ripercussioni negative prodotte dalla numerologia anvuriana.
Ma andiamo per ordine, cos’è che non convince in questo sistema di valutazione “automatico” basato su indicatori e mediane? La valutazione dell’attività scientifica di ricercatori e docenti è un requisito irrinunciabile, ma, come De Nicolao ha ribadito, è molto rischioso affidarla eclusivamente a rigidi e automatici indicatori che a livello internazionale sono sconsigliati in quanto fallaci nel valutare autonomia scientifica, qualità e originalità. Questo è dimostrato dal fatto che Inghilterra e Australia dopo un inziale tentativo di usare la bibliometria nel 2011 l'hanno subito fatto dietro front, ma di questo l'Anvur non ha tenuto conto.
In primo luogo, è chiaro che nelle ASN il superamento delle mediane, così come sono state concepite, non riflette necessariamente livelli assoluti di qualità, nè di autonomia scientifica o di originalità di ricerca. Gli indicatori, infatti, non entrano nel merito del contributo dei singoli nelle pubblicazioni e non tengono nemmeno conto del livello qualitativo delle riviste scientifiche dove sono pubblicati. Con questi criteri aberranti, ad esempio, 20 articoli sugli Annali italiani di chirurgia, varrebbero più di 10 articoli su Nature.
Inoltre, un altro aspetto già previsto e ora verificato da De Nicolao consiste nelle forti oscillazioni che le mediane degli indicatori mostrano tra macro-aree e all'interno delle aree tra SSD diversi. In certi casi per superare le fatidiche mediane è sufficiente una produzione scientifica appena mediocre, mentre in altri viene richiesto un curriculum che neanche certi Nobel possiedono. Come dice De Nicolao: per l'Anvur essere il più bravo in un SSD “scarso” (in termini di voti VQR) è più importante che essere il più bravo tra i bravi a livello internazionale. Ne emerge che SSD con mediane più basse saranno premiati e nel tempo potranno attrarre più risorse dalla VQR e candidati abilitati nelle ASN, a discapito dei settori più competitivi.
Per la VQR, poi, non si capisce perchè una struttura di ricerca debba essere valutata esaminando solo una parte limitata dei suoi prodotti della ricerca e non l'intera produzione; in questo modo si produce un appiattimento della differenze qualitative. Inoltre, anche per la VQR come per le ASN, ai parametri citazionali è stato attribuito un peso esageratamente determinante ai fini dell'esito valutativo. Nella VRQ, un articolo su una rivista eccellente come Nature (impact factor 35) presente in classe A totalizza 1 punto, ma puo essere declassata a 0.8 se non ha collezionato abbastanza citazioni, mentre una articolo pubblicato in categoria B (impact factor anche minore di 2) che totalizza 0.8 punti grazie alle citazioni può arrivare a 1. E' chiaro, quindi, che anche in questo caso le citazioni la fanno da padroni e non solo possono appiattire le differenze, ma invertire i valori di qualità. Tra l'altro, le classificazioni delle riviste scientifiche incategorie A, B, C e le differenze minime di punteggio tra le stesse sono alquanto discutibili.
Come è possibile che parametri citazionali quantitativi siano utilizzati come una vera e propria "audience", un indice di gradimento che in realtà è un parametro principalmente quantitativo? Si tratta di un uso improprio, sia in termini scientifci che culturali, in quanto le ricerche presentate in un articolo, anche di qualità, possono non avere un impatto immediato sul pubblico scientifico che si riflette in un numero elevato di citazioni: la scienza e la cultura non possono essere messe allo stesso livello di una trasmissione televisiva il cui effetto sugli spettatori è invece di solito immediato.
In base a quanto esposto, è chiaro che le anomalie del sistema Anvur possono facilmente produrre valutazioni falsate e in molti casi addirutura una vera e propria "demeritocrazia".
Malgrado ciò, usando una metafora biologica, il virus della bibliometria anvuriana si sta rapidamente diffondendo al di fuori di ASN e VQR dando luogo ad ulteriori effetti aberranti, sia dal punto di vista scientifico che culturale.
Ad esempio, in fase di chiamate e reclutamento locale, le mediane già vengono utilizzate per attuare una sorta di "eugenetica di docenti e ricercatori", ovvero: solo chi supera le mediane vale. Oppure per la selezione dei progetti di ricerca e per la scelta dei coordinatori e dei membri delle giunte dei dottorati di ricerca: un modo "intelligente" di azzerare il numero dei dottorati in Italia.
Un altro effetto perverso scatenato da questa "infezione" è rappresentato dalla spasmodica corsa al superamento delle mediane. Una spinta perversa a pubblicare molto e subito, privilegiando settori di indagine di moda che fruttano più citazioni di altri, privilegiando la quantità alla qualità. Uno stimolo a escogitare escamotage e ad innescare comportamenti opportunistici ed eticamente dubbi allo scopo di alzare i propri parametri, secondo la peggiore tradizione italiana: è già in atto una sorta di "portaportese" della bibliometria. Molti si stanno già attrezzando per racimolare surrogati di pubblicazioni su riviste caserecce pubblicate da case editrici dell'ultima ora o per barattare authorship e scambiarsi citazioni. E tutto questo a discapito di autonomia, approfondimento, curiosità e originalità: valori che credevamo fossero i requisiti fondamentali di una buona attività di ricerca. Non c'è che dire, è proprio un bel segnale educativo per le giovani generazioni. Proprio l'esatto contrario ci quanto affermato da Sergio benedetto........
Nel corso dello stesso incontro il ricercatore Marco Merafina ed il Preside della Facoltà di Scienze Enzo Nesi, si sono associati alle critiche di De Nicolao, denunciando che una corretta valutazione dei docenti non può prescindere dall’attività didattica che difatto nelle ASN è stata degradata a mero hobby. Si tratta di un altro aspetto incredibilmente trascurato, anche perchè, per quanto possa sembrare strano, i docenti universitari sono retribuiti esclusivamente in base alla didattica e non per l'attività di ricerca.
Di fronte a tante e tali criticità e a ripercussioni così preoccupanti c'era di che recitare il mea culpa. Invece gli anvuriani, "muri di gomma" incuranti della figuraccia che stavano facendo di fronte ad una platea di circa 200 persone, non hanno commentato i dati inoppugnabili forniti da De Nicolao, trincerandosi dietro proclami autoreferenziali. Arrampicandosi sugli specchi per sviare il discorso, Benedetto rimporverava De Nicolao e Roars di essere aprioristicamente contrari all'Anvur, mentre Fantoni e gli altri ripetevano ossessivamente che VQR e ASN devono avanti: the Anvur show must go on. "Ricordiamoci che prima c'erano i concorsi, non si può e non si deve tornare indietro. "Si tratta di un esercizio, perfettibile che può sicuramente essere ritoccato" ha continuato Fantoni. Peccato che questo "esercizio", ormai internazionalemnte riconosciuto come uno dei più grossi flop di valutazione mai concepiti, noto anche come "L'esperimento dell'abominevole Dottor Anvur", abbia prodotto risultati aberranti e sia costato morti e feriti: un male necessario secondo l'Anvur.
Cosa farebbero dei medici coscienziosi se sperimentando un nuovo farmaco si accorgessero che la somministarzione è letale per buona parte dei pazienti? Rinuncerebbero alla sperimentazione, modificherebbero il farmaco, oppure ne saggerebero uno nuovo? Ebbene, Stefano Fantoni e Sergio Benedetto, alla stregua dei migliori scienziati pazzi dei film anni 40, giurano di andare avanti, poco importa se i loro esperimenti, come in Jurassik Park genereranno terribili mostri, sono dei fedeli servitori dello stato, si battono per il progresso della scienza e per il bene della nazione. E chissà forse anche per quello del portafoglio, visto che le loro cariche fruttano circa 200mila euro all'anno.
E' la realtà o un incubo da cui prima o poi ci sveglieremo? Ai posteri l'ardua sentenza.
L’università e la ricerca in Italia hanno bisogno di una cura, ma quella dell'Anvur rischia di uccidere paziente. Adesso è urgente un cambio di strategia, deve essere ripensato il ruolo dell'Anvur, il valutazione per l’assegnazione dei finanziamenti, per il reclutamento e la progressione delle carriere, deve essere basato su qualità, etica e responsabilità e non su questa insana numerologia che tanti danni sta producendo. Speriamo che il neo-Ministro Stefania Giannini possa adoperarsi per una riforma sostanziale dell'Anvur, ridimensionandone il ruolo che rischia di stravolgere per sempre il mondo universario e della ricerca, privilegiando la quantità alla qualità.

sabato 7 dicembre 2013

Le bufale "scientifiche" divulgate dalla stampa italiana!

Su vari quotidiani italiani è apparsa la notizia che la nostra specie deriverebbe da un incrocio tra scimpanzé e maiale.
La Repubblica: "L'uomo è un incrocio tra scimpanzé e maiale": l'ipotesi shock dello scienziato McCarthy". http://www.repubblica.it/scienze/2013/12/03/news/l_uomo_un_incrocio_di_scimmie_e_maiali_l_ipotesi_shock_del_genetista_mccarthy-72579034/?ref=HRLV-12
Libero: "L'origine dell'umanità? "L'incrocio tra uno scimpanzè e un maiale". http://www.liberoquotidiano.it/news/scienze---tech/1363027/L-origine-dell-umanita---L-incrocio-tra-uno-scimpanze-e-un-maiale-.html
E la notizia corre sul web, la teoria dell'evoluzione di Darwin è messa in discussione! La disinformazione e l'ignoranza trionfano come al solito. Le idiozie più sono grosse e più fanno in fretta a diffondersi, più fanno presa sui nostri media e sul pubblico. Ed è così che Eugene McCarthy ora è famoso in tutto il mondo per aver sparato una balla colossale, o forse sarebbe meglio dire una "porcata".
Niente di strano: è la moda di questi tempi di basso impero e di sottocultura televisiva ormai imperante da un ventennio. Diventare noti non per imprese di valore, ma per comportamenti di basso livello, per trucide provocazioni e litigi in diretta, per azioni turpi. Chi non ha presente le gesta di Fabrizio Corona, fotografo sconosciuto diventato famoso per aver ricattato alcuni vip?
La cosiddetta ipotesi di McCarthy è in realtà una bufala, non sta in piedi in partenza perchè ignora nozioni basilari di Genetica, Citogenetica ed evoluzione molecolare e perchè prescinde dai risultati ottenuti negli ultimi 13 anni nel campo della genomica comparata. E' una bufala perchè sappiamo bene che le similitudini genetiche tra uomo e scimpanzè e altre scimmie sono di circa il 98% se si confronta la sequenza del DNA dei geni codificanti, mentre il genoma del maiale è meno simile a quello di scimpanzè e uomo. L'ipotesi è una bufala perchè i cromosomi umani e quelli di scimpanzé hanno molte somiglianze. L'uomo ne ha 46 e lo scimpanzè 48 in quanto due cromosomi dello scimpanzè nella storia evolutiva che ha portato alla formazione della nostra specie si sono fusi. Il maiale, invece, ha 38 cromosomi che sono strutturalmente diversi da quelli di scimpanzè e da quelli umani. Le differenze strutturali e genetiche tra cromosomi di maiale e di scimmia avrebbero creato grossi problemi all'eventuale ibrido. Qualora fosse mai nato e fosse stato vitale, superando incompatibilità di sviluppo, sarebbero sopravvenuti seri problemi di sterilità, a causa di difetti nell'appaiamento dei cromosomi durante la formazione delle cellule germinali, cosa che accade di solito in certi ibridi vitali noti come il mulo (incrocio di asino per cavalla) o il bardotto (incrocio di cavallo per asina).
Colpisce che un quotidiano reputato serio come "La Repubblica", invece di dare spazio alla ricerca scientifica vera, invece di parlare dei problemi seri che affliggono università e ricerca pubbliche nel nostro paese, pubblichi acriticamente tali idiozie, contribuendo a diffondere nozioni false che aumentano la disonformazione scientifica, gia molto scarsa nel nostro paese. Colpisce che la bufala di McCarthy sia stata presentata senza un commento di un genetista, quasi fosse un'ipotesi scientifica accreditata, una nuova teoria degna di essere presa in considerazione. Mentre in realtà è e sarà sempre solo una bufala tirata fuori da un tipo in cerca di un po' di notorietà, non importa se negativa.

giovedì 5 dicembre 2013

Papa Francesco pensaci tu: solo un miracolo può salvare università e ricerca pubbliche!

Dopo le politiche sconsiderate dei governi italiani, dopo il blocco del turnover e gli ultimi tagli del governo Letta che hanno portato alla cancellazione dei bandi Prin 2013, la ricerca pubblica sta per esalare l'ultimo respiro e molti laboratori rischiano di chiudere i battenti!
Adesso ai ricercatori non resta che sperare in qualche miracolo, magari anche grazie alle preghiere di Papa Francesco!
http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2013/12/01/news/aids_appello_del_papa_nessuno_sia_escluso_da_cure-72402029/?ref=HREC1-4
Il Papa si riferiva a quelli che svolgono ricerche sull'Aids, ma noi speriamo che il Santo Padre abbia una preghiera anche per tutti gli altri, per quelli che tra difficoltà ogni anno sempre maggiori portano avanti con passione la ricerca nei laboratori dei dipartimenti universitari e degli enti di ricerca pubblici!!