mercoledì 16 gennaio 2008

Un esempio di enfasi giornalistica catastrofica: come amplificare e drammatizzare i fatti.

L'idea sarà pure malata, ma anche Ezio Mauro, direttore di Repubblica, non sta tanto bene. Leggete e ridetene tutti, qui si è perso completamente il senso della realtà. Mauro dice che "qualcosa si è rotto, drammaticamente, sotto gli occhi del mondo". A me sembra che al mondo di questa storia e del nostro papa reso "martire" non interessi proprio nulla, vista l'assenza di reazioni dall'estero, almeno per ora.


Un'idea malata
di EZIO MAURO

SARA' un giorno che ricorderemo negli anni, il giorno in cui il Papa non parlò all'Università italiana per la contestazione dei professori e la ribellione degli studenti. Una data spartiacque per i rapporti tra chi crede e chi non crede, tra la fede e la laicità, persino tra lo Stato e la Chiesa. Fino a ieri, questo era un Paese tollerante, dove la forte impronta religiosa, culturale, sociale e politica del cattolicesimo coesisteva con opinioni, pratiche, culture e fedi diverse, garantite dall'autonomia dello Stato repubblicano, secondo la regola della Costituzione.

Qualcosa si è rotto, drammaticamente, sotto gli occhi del mondo. Il Papa deve correggere la sua agenda e cambiare i suoi programmi, per non affrontare la contestazione annunciata di un'Università che lo aveva invitato con il rettore e il senato accademico, ma lo rifiutava con una parte importante di docenti e studenti. Il risultato è un cortocircuito culturale e politico d'impatto mondiale, che si può riassumere in poche parole: il Papa, che è anche vescovo di Roma, non può parlare all'Università della sua città, in questa Italia mediocre del 2008.

Questo risultato, che sa di censura, di rifiuto del dialogo e del confronto, è inaccettabile per un Paese democratico e per tutti coloro che credono nella libertà delle idee e della loro espressione. È tanto più inaccettabile che avvenga in un'Università, anzi nella più importante Università pubblica d'Italia, il luogo della ricerca, del confronto culturale e del sapere, un luogo che di per sé non deve avere barriere né pregiudizi, visto che non predica la Verità ma la scienza e la conoscenza. È come se la Sapienza rinunciasse alla sua missione e ai suoi doveri, chiudendosi in un rifiuto che è insieme un gesto di intolleranza e di paura.


A mio parere il giorno d'inaugurazione dell'anno accademico non era la data più propria per invitare Benedetto XVI a tenere la sua lectio magistralis; e il rettore si corresse, perché quella lezione non suonasse come un programma e un indirizzo per l'anno dell'Ateneo. Ma è ridicolo chiamare in causa la scienza, come se potesse risultare coartata, offesa o limitata dalle parole del Pontefice, che è anche uno dei grandi intellettuali europei della nostra epoca. Ed è improprio e pretestuoso nascondersi dietro a Galileo, come se i torti antichi della Chiesa nel confronto e nello scontro con la scienza si dovessero pagare oggi, proprio sulla porta d'ingresso della Sapienza, senza tener conto del cammino fatto in tanti anni, e delle parole ancora recenti di Papa Wojtyla.

Spedito l'invito, e accettato, l'incontro si doveva fare senz'altro. Per gli studenti sarebbe stata l'occasione particolare di ascoltare direttamente le parole di un Papa che ha passato anni dentro l'Università, e che resta professore anche da Pontefice. I docenti avrebbero avuto la possibilità di interloquire, di fissare e ribadire i punti fermi dell'autonomia dell'insegnamento e della libertà di ricerca, se lo ritenevano opportuno e ne sentivano il bisogno. Il risultato sarebbe stato un confronto di opinioni pubblico e trasparente, di cui non si capisce come si possa aver timore, soprattutto se si è persone di cultura e si deve testimoniare la civiltà italiana ed europea - di cui le Università sono parte costituente - e l'importanza di un confronto di idee, prima ancora di ogni specifico sapere e di ogni scientifica conoscenza.

L'impressione è appunto quella di un cortocircuito, dove il gesto ha prevalso sul pensiero, una malintesa idea di autonomia si è stravolta in divieto, la libertà della scienza ha cozzato malamente contro la libertà di parola e la laicità si è ridotta ad una cupa caricatura di se stessa, preoccupandosi di limitare e restringere il perimetro dell'espressione invece di ampliarlo, garantendolo per tutti. È chiaro che l'Università di Stato di un Paese democratico non può rifarsi al pensiero religioso come fonte primaria e costitutiva del suo sistema culturale ed educativo, e nessuno lo ha chiesto o minacciato. Ma è altrettanto evidente - o dovrebbe esserlo per tutti - che l'Università non è e non deve essere un luogo chiuso alla circolazione delle idee, delle esperienze e delle testimonianze, e non può diventare espressione di un pensiero che pensa solo se stesso, rifiutando persone, idee, contributi e confronti.

L'unica spiegazione di questa prevalenza dell'irrazionale in una delle sedi proprie della ragione è la confusione italiana di oggi. E dentro questa confusione, l'uso improprio che si fa del confronto tra fede e laicità, e tra credenti e non credenti. Uno dei tratti distintivi dell'epoca è il ritorno della religione nel pensiero pubblico, da cui l'avevamo in qualche modo creduta fuori, per consunzione da un lato, e dall'altro per il raggrumarsi di un civismo post-ideologico attorno a capisaldi diversi da quelli della fede. Questo ritorno è un dato che contraddistingue tutto l'Occidente. In Italia la parola della Chiesa, così innervata nella tradizione, non ha mai smesso di farsi sentire. Ma non c'è alcun dubbio che da quasi un decennio la Cei ha acquistato un protagonismo e una reattività che hanno fatto della Chiesa un prim'attore in tutte le vicende pubbliche: una Chiesa che è insieme parte (perché così dicono i numeri) e Verità assoluta, pulpito e piazza, autorità e gruppo di pressione e chiede di determinare come mai nel passato della Repubblica i comportamenti parlamentari delle personalità politiche cattoliche, pretendendo pubblica obbedienza al magistero.

Vorrei essere chiaro: la Chiesa ha il diritto (che per il Concilio Vaticano II è un dovere) di testimoniare la sua dottrina su qualsiasi materia, anche di competenza dello Stato. Ma queste prese di posizione sono destinate alla coscienza dei credenti e a chi riconosce alla Chiesa un'autorità con cui confrontarsi, mentre le scelte politiche spettano ai laici, credenti e non credenti. Nella Chiesa si fa invece strada la convinzione secondo cui i non credenti non riescono a dare da soli un senso morale all'esistenza, perché solo la promessa riconosciuta dell'eternità dà un senso alla vita terrena. Ne deriva una riduzione di dignità dell'interlocutore laico, quasi una riserva superiore di Verità esterna al libero gioco democratico, una sorta di obbligazione religiosa a fondamento delle leggi e delle scelte di un libero Stato.

La reazione a questa nuova "potestas" che vorrebbe coinvolgere nel cattivo relativismo la democrazia, perché si basa sulla libertà di coscienza di tutti i cittadini, e vede ogni fede come un valore relativo a chi la professa, viene sempre più da un laicismo di maniera, un compiacimento per l'ateismo come contraddittoria religione della modernità, un risentito anticlericalismo, che credevamo confinato alla stagione adolescenziale della nostra Repubblica. Sopra questa nuova rissosa incomunicabilità ostile, manca il tetto condiviso di una Repubblica serenamente laica, cosciente dei valori della tradizione e delle religioni, capace di difendere la sua autonomia e la sua libertà garantendo la libertà di tutti.

I partiti hanno una responsabilità primaria. La destra, incapace di formulare una moderna cultura conservatrice in un Paese che non l'ha mai avuta, prende a prestito dal deposito di tradizione della Chiesa la parte scelta della precettistica, cercando così di procurare un'architrave ad un pensiero inesistente: col risultato di un'alleanza del tutto impropria tra la fede ultraterrena e una prassi politica ultramondana, paganeggiante e vagamente idolatra, alla ricerca entrambe della forza perduta. Per la sinistra, è ancora peggio. Non avendo coscienza di sé e della propria identità, incapace di difendere le ragioni che dal pensiero e dall'esperienza rinnovati potrebbero tranquillamente derivare, chiede soltanto - in ordine sparso di conversione, o almeno di gregarietà - di poter occupare uno strapuntino dentro il senso comune dominante, anche se è senso comune altrui: così, in un angolo, con la garanzia di non infastidire con il turbamento di un pensiero vagamente autonomo, per una volta netto, pronunciato in nome di una sinistra finalmente moderna, laica, europea e occidentale.

In mezzo si muovono felici gli atei devoti, a cui nessuno chiede di credere in Dio, di applicare anche a sé la convinzione che il cristianesimo non è una cultura, una filosofia, un galateo politico o sociale ma un "avvenimento", ma a cui nessuno impedisce di selezionare a piacere nel pensiero cristiano, nei Vangeli e persino nelle parole degli ultimi Papi i precetti, i divieti, le norme, rinunciando a tutto il resto: che è molto, che sarebbe importante, e che completerebbe l'immagine del Dio italiano, che così invece cammina monco, sanzionatorio e di parte, un Dio "cristianista", cioè ideologizzato e ridotto a strumento.

È il brutto panorama di un Paese in cui si cede troppo spesso alla tentazione sacrilega, come la chiamava Andreatta, di coinvolgere Dio nelle proprie scelte. Ma se questo è il quadro, ed è preoccupante, perché banalizzarlo nella caricatura dello scontro culturale della Sapienza, che si rivolge necessariamente nel contrario: una censura ad un Papa, nel nome malinteso di una laicità che invece dovrebbe ribellarsi ad ogni intolleranza, soprattutto nei confronti di fedi e credo religiosi? Non c'è alcun dubbio. Nell'Italia d'argilla del 2008, non è nel nome di un'idea forte che si è pensato di vietare al Papa la Sapienza, ma di un'idea malata. Una malattia che ha già fatto due vittime: la libertà di espressione, naturalmente, e la laicità: che già non godeva di buona salute, in questo sfortunato Paese.

Un vero esempio di oscenità (giornalistica).

Inserisco il testo di un articolo pubblicato ieri da Stefano Menichini, direttore di Europa. A mio parere è proprio un bell’esempio di oscenità giornalistica, un testo da prendere a modello per insegnare agli apprendisti come non si deve scrivere.

Ecco qualche perla della finezza giornalistica di Menichini: “Una pagina nera della storia italiana, una vergogna nazionale”. “Per colpa di qualche decina di sprovveduti, impiegati frustrati della docenza, apprendisti stregoni di cose più grandi di loro, l’Italia annuncia al mondo che la sua civiltà e tolleranza è scesa a questo”. “Mediocri docenti partoriti da una università fallimentare si sono incaricati di mettere in luce la fragilità di un sistema di idee falsamente progressista”.
Frasi offensive, piene di rancore e livore sospetto, volte a screditare degli colleghi seri ed onesti della Sapienza.
Non so chi abbia mai conferito la patente per esercitare il mestiere di giornalista a Menichini, ma con questo articolo è sceso in basso e ha reso un pessimo servizio all’informazione.


Il giorno nero in cui muore la laicità

STEFANO MENICHINI

Una pagina nera della storia italiana, una vergogna nazionale. Ora partiranno veglie, preghiere e atti di contrizione, ma è soprattutto la dignità pubblica e laica del paese che esce offesa, umiliata, come più in particolare la sua capacità di mantenere e garantire ordine e sicurezza.
Per colpa di qualche decina di sprovveduti, impiegati frustrati della docenza, apprendisti stregoni di cose più grandi di loro, l’Italia annuncia al mondo che la sua civiltà e tolleranza è scesa a questo: un papa non può parlare in un’aula magna, un professore non può esprimere le proprie idee, un intellettuale non può difendere le proprie convinzioni: sono estreme.
Inascoltabili. Insostenibili.
Sabato sul manifesto un uomo che ha avuto alcuni meriti, e tra questi l’insegnamento sulla non neutralità della scienza, sulla libertà di criticarla e di metterne a nudo i limiti, concludeva un peraltro esile ragionamento con la domanda: potrebbe accadere una cosa del genere fuori dall’Italia? Si riferiva all’intervento di un pontefice in un’aula magna, come fosse una circostanza da Stato della Chiesa. A Marcello Cini, che di quel rozzo appello a non far entrare Ratzinger all’università è stato sventurato primo firmatario, basterebbe ricordare che pochi mesi fa un vero fondamentalista, vero pericolo per l’umanità e vero reazionario come Ahmadinejad ha potuto liberamente parlare alla Columbia University. Con Cini, quanti difensori della laicità hanno perso la patente per parlare di libertà di pensiero, di parola, d’insegnamento? Speriamo che né il Vaticano né i suoi sostenitori vorranno trasformare questa brutta figura nazionale nell’occasione per ulteriormente alzare i toni della polemica. La Chiesa non ha bisogno di altri martiri.
Paradossalmente, ma non tanto, verrebbe da dire ai cattolici: ora lasciate per un po’ il mondo laico da solo, a sbrigarsi questa faccenda. Lasciateci da soli, a confrontarci con le nostre paure, insicurezze, pigrizie, col terrore che s’incrini la certezza delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
Un papa che parla, una Chiesa che vuole farsi ascoltare e contare, e tutto un sistema va in tilt: non è un gran sistema. Viviamo in una società di costumi liberi, libertini, libertari, come poche altre volte s’è visto nella storia dell’umanità.
Consumi e progresso sono le uniche religioni veramente rispettate. Ma basta davvero poco, basta che il papa teologo di una fede minoritaria porti fino in fondo alcuni ragionamenti dirompenti, e che un intellettuale giornalista lo sostenga con vivacità di iniziativa politica, perché la debolezza venga tutta allo scoperto.
Mediocri docenti partoriti da una università fallimentare si sono incaricati di mettere in luce la fragilità di un sistema di idee falsamente progressista, tanto che ora se ne spaventano e prendono le distanze. Intelligenze declinanti come quella di Asor Rosa hanno recitato sulla scena pubblica, si spera per l’ultima volta, il funerale dell’antica forza del pensiero laico.
Se questa è la scienza e questi sono coloro che dovrebbero diffonderla e difenderla, ce ne sentiamo distanti, e già non è che ne avessimo una fiducia incrollabile.
Un’altra rifondazione s’impone. Ma non sappiamo davvero più da dove si possa cominciare

Arriva l'inquisizione mediatica: al rogo i nuovi eretici della Sapienza.

Si è scatenata una bagarre senza precedenti: tutti a impartire ipocrite lezioni di democrazia, accusando i firmatari dell’appello di fomentare insurrezioni contro il papa. Alla fine, il pontefice “martire” ha scelto saggiamente di non partecipare all’evento e…. apriti cielo: politici e direttori di giornali, vomitano livore, vogliono mettere al rogo i nuovi eretici, i docenti fanatici e ignoranti che hanno osato “azzittire” il povero papa. “Gesto di intolleranza e paura”, enfatizza Ezio Mauro su Repubblica. “La Sapienza dovrebbe essere ribattezzata ignoranza”, gridano altri. Il presidente Napolitano parla di "inammissibili manifestazioni di intolleranza". Un tale sdegno mediatico bipartisan, è quasi surreale e non si era mai visto nemmeno per tangentopoli o per le intercettazioni telefoniche degli squallidi colloqui dei politici.

martedì 15 gennaio 2008

Il commento del rettore Guarini.

Il Rettore ha dichiarato: "rispetto la decisione della Santa Sede anche se con rammarico. L'incontro con il Pontefice poteva rappresentare un momento importante di riflessione per credenti e non credenti su problemi etici e civili, quale l'impegno per l'abolizione della pena di morte, che sono la linfa vitale del nostro lavoro didattico e di ricerca. L'ascolto della voce di uno studioso che ha scritto su temi del nostro tempo sarebbe stato alimento per la libertà delle coscienze e per tutti coloro che si interrogano laicamente."

IIl papa decide di non partecipare alla kermesse della Sapienza e…. apriti cielo!

Alla fine, il Benedetto XVI ha saggiamente scelto di non partecipare alla kermesse e…. apriti cielo: da Prodi a Veltroni, da Casini a Berlusconi, tutti vorrebbero la testa dei responsabili “fanatici e intolleranti” che hanno osato sollevare un’obiezione. Il Presidente Napolitano ha scritto una lettera al pontefice che verrà letta domani. La Cei parla di "intolleranza antidemocratica e chiusura culturale". Viene da dire da che pulpito. Anche Giuliano Ferrara, uno dei tanti ciambellani di corte, rilascia un commento esilarante: "Dobbiamo vergognarci, e' un vero disonore. Per fortuna non mi sono laureato, altrimenti avrei rispedito alla Sapienza il certificato di laurea con su scritto: "siete un branco di asini". Beh, detto da un cinghiale del suo "peso" politico! Purtroppo, in questo paese di stampo borbonico, in questa repubblica delle banane, non si deve mai protestare contro nessun potente, ma stare sempre a capo chino e subire in silenzio.
L’iniziativa dei colleghi della Facoltà di Scienze è condivisibile, non certo per ostracismo verso pontefice che può mettere piede alla Sapienza in qualsiasi altra occasione, per un confronto aperto. E nemmeno per censurare la forza delle sue opinioni, visto che il papa diffonde il suo “verbo” “urbi et orbi”, come e quando vuole, intervenendo a ruota libera su qualsiasi argomento. Quello che vorrei fosse chiaro, una volta per tutte, è che l’inaugurazione dell’anno accademico di un’università statale è un evento laico e tale dovrebbe rimanere. Come ha già puntualizzato Sergio Pimpinelli, non sono richieste operazioni di immagine, non è necessario ricorrere a ospiti eccellenti per cercare la luce dei riflettori. Se quell’ospite è poi un papa che non ha mai fatto mistero delle sue posizioni eufemisticamente “chiuse” rispetto al progresso scientifico, allora la protesta della Facoltà di Scienze è quasi scontata. Il rettore e il senato accademico della Sapienza avrebbero dovuto immaginarlo. Senza ritornare su Galileo, sono sfuggite altre esternazioni fatte da Benedetto XVI sulle cellule staminali e sull’evoluzione biologica. Purtroppo per il papa e per i suoi poco informati sostenitori, l’evoluzione è un ormai fatto provato da numerose prove sperimentali, le più recenti sono quelle che derivano dall’analisi comparata dei genomi di vari organismi, uomo incluso.

lunedì 14 gennaio 2008

Il papa alla Sapienza: lettera di Sergio Pimpinelli al Rettore Guarini.

Pubblico volentieri una lettera del collega Sergio Pimpinelli, direttore del Dipartimento di Genetica e Biologia Molecolare "Charles Darwin" della Sapienza, che interviene sulla questione del papa alla Sapienza, ormai ingigantita dai mass media.


Caro Rettore

Premetto che con queste poche righe voglio esprimere alcune
considerazioni che meriterebbero un'analisi più vasta e approfondita,
ma in questo momento sento l'urgenza e il dovere morale di
intervenire sulla questione dell'inaugurazione dell'anno accademico.
Voglio esprimere la mia piena solidarietà ai docenti firmatari e la
mia piena adesione al contenuto della loro lettera riguardo l'invito
al Papa per l'inaugurazione dell'anno accademico. Voglio anche
esprimere la forte indignazione per la canea che si è instaurata nei
mass media e nel mondo politico in maniera apparentemente
irrazionale, ma che ritengo in malafede, da parte di tromboni,
trombette e zufoli culturalmente asfittici. Se ne sono lette e
sentite di tutti i colori su un argomento che obbiettivamente non
meritava tale risonanza data la situazione realmente mefitica in cui
stiamo vivendo attualmente e sulla quale bisognerebbe riflettere in
maniera seria (vedi il problema spazzatura, la tragedia della
Tyssen su cui già non si riflette più anche se questo avrebbe dovuto
maciullare le nostre coscienze in maniera indelebile, oppure il
problema della prostituzione per le strade che in nome dell'iprocrito
concetto di stato etico, nell'elaborazione del quale la chiesa non è
certamente estranea, ci induce a vivere una situazione di degrado
estremo come segno di profonda inciviltà).

Ritornando all'evento in questione, la peggiore mistificazione che
ricorre in questo guazzabuglio mediatico è che si vorrebbe censurare
il Papa.

NON MI PARE CHE IL PAPA SUBISCA ALCUN TIPO DI CENSURA COME DIMOSTRATO
DALLA SUA ONNIPRESENZA QUOTIDIANA IN TUTTI I MASS MEDIA.

LA LETTERA MI PARE SIA SEMPLICEMENTE UNA CRITICA AL RETTORE PER
L'INVITO CONSIDERATO INOPPORTUNO DATE LE NOTE POSIZIONI DEL PAPA
SULLA SCIENZA CHE CONTRIBUISCONO AD ACCENTUARE IL DIFFUSO
ATTEGGIAMENTO ANTISCIENTIFICO CHE SI RESPIRA IN ITALIA E CHE CI RENDE
UNO DEI PAESI PIÙ ARRETRATI DEL MONDO OCCIDENTALE IN MOLTI SETTORI
DELLE BIOTECNOLOGIE , ENERGIA ETC..

Voglio inoltre aggiungere che considero l'invito inopportuno anche
perché rivolto ad un capo di stato straniero il quale, tanto per
gettare un sasso nel mare di ipocrisia pelosa che ci sta sommergendo,
secondo i parametri canonici di democrazia, è basato su un sistema di
potere antidemocratico e religioso.

Se questa iniziativa dipende da una strategia che punta a dare una
malintesa visibilità alla Sapienza mediante la partecipazione di
guest stars, per cui una volta viene invitato un cantante a
recitare poesie, un'altra volta il Papa e poi magari qualche star del
calcio o del wrestling, l'iniziativa ha avuto successo!
Tutto questo sarebbe però ancora più doloroso in quanto
significherebbe che anche l'Università, l'ultimo baluardo del sapere
e della razionalità, e per questo profondamente laica e libertaria,
è franato sotto i colpi della mediocrità, superficialità e cinismo
che caratterizzano il modello di convivenza civile attuale,
perdendo quindi definitivamente la sua funzione di risorsa a cui
attingere per superare il buio culturale e comportamentale che
colpisce le società nei periodi di crisi come quello attuale.
Mi dispiace ammetterlo, ma ho il forte sospetto che sia proprio così
per responsabilità dell'attuale gestione del nostro Ateneo che ha
causato e sta causando, come ho già espresso in occasione di altri
eventi , non pochi problemi a chi spende la sua vita lavorando in
mezzo a mille difficoltà all'interno dell'Università.
Un'ultima riflessione, poiché non tutto il male viene per nuocere,
speriamo che questa iniziativa, avendo dato grande visibilità alla
Sapienza, possa mantenere il nostro ateneo sotto i riflettori mass
mediatici e questo possa contribuire a migliorare i comportamenti
istituzionali di tutto il mondo accademico.

Ti chiedo scusa per queste poche e frettolose considerazioni che
spero possano suscitare un dibattito più approfondito essendo
l'Università il luogo ideale per la formazione di serie e
approfondite riflessioni sul rapporto tra Scienza e Fede, Scienza e
Società, Scienza e (ahinoi!) politica.

Cordiali Saluti
Sergio Pimpinelli

domenica 13 gennaio 2008

L’oscurantismo di papa Benedetto XVI approda alla Sapienza?

Benedetto XVI è stato invitato all'inaugurazione dell'anno accademico 2007-08 della Sapienza, il 705° dalla fondazione, che si terrà il 17 gennaio. La cerimonia sarà aperta dalla prolusione del rettore Renato Guarini. Seguiranno gli interventi del rappresentante degli studenti, Gianluca Senatore, e del personale tecnico amministrativo, Dina Bei Schmid. Una lectio magistralis dal titolo “Pena senza morte” sarà pronunciata da Mario Caravale, docente di storia del diritto italiano. Interverranno anche Walter Veltroni e Fabio Mussi. Benedetto XVI concluderà offrendo una sua "riflessione" alla comunità universitaria e poi visiterà la Cappella universitaria.

Una sessantina di colleghi della Facoltà di Scienze della Sapienza, tra cui molti Fisici, criticando questa operazione di facciata, hanno firmato un appello (pubblicato il 10 gennaio scorso su Repubblica) a sostegno di una lettera precedente inviata dal fisico Marcello Cini al rettore Guarini, chiedendo l'annullamento dell'invito al papa. La lettera di Cini è consultabile all'indirizzo:http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=007887.

E ‘superfluo dire che condivido l’iniziativa dei colleghi della Facoltà di Scienze, non certo per ostracismo verso pontefice che può mettere piede alla Sapienza in qualsiasi altra occasione per un dibattito. E nemmeno per censurare la "potenza" delle sue parole, visto che il papa è libero di diffondere il suo “verbo” “urbis et orbis”, quando e come vuole, intervenendo a ruota libera su qualsiasi argomento. Quello che deve essere chiaro, una volta per tutte, è che l’inaugurazione dell’anno accademico di una università statale è un evento laico e tale dovrebbe rimanere. Non sono richieste operazioni di immagine, non è necessario ricorrere a ospiti eccellenti per cercare la luce dei riflettori. Se quell’ospite è poi un papa che non ha mai fatto mistero delle sue posizioni eufemisticamente “chiuse” rispetto al progresso scientifico, allora la protesta della Facoltà di Scienze è quasi scontata. Vorrei solo aggiungere che Ratzinger ha ribadito il suo atteggiamento "chiuso", mettendo in discussione le cellule staminali e anche l'evoluzione biologica. La teoria di Darwin «non è verificata scientificamente», e il solo approccio scientifico «non è sufficiente a spiegare l’origine della vita». Lo ha scritto in un libro che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi a Castel Gandolfo lo scorso settembre.

L'appello ha suscitato grande scalpore: da quotidiani noti per essere da sempre " aperti e democratici" come il Foglio, Il Tempo, Il Giornale ecc., sono stati scagliati strali e accuse di fuoco contro i firmatari dell'appello, ritenuti loro i veri oscurantisti e responsabili, secondo i giornalisti, di istigare una sorta di insurrezione contro il Papa, che potrebbe sfociare in atti di violenza. L'ex-ministro Gasparri ha addirittura dichiarato che i firmatari dovrebbe essere denunciati per istigazione a delinquere! Beh, visto come "nasce" politicamente Gasparri, non ci stupisce più di tanto: mi meraviglio che non abbia proposto purghe o deportazioni, come facevano i suoi "nonni" del fascio. E' proprio verò che in questo paese "borbonico" è vietato protestare contro i potenti, bisogna soltanto stare a capo chino e subire in silenzio.


Il testo della lettera apparsa su Repubblica

CONDIVIDIAMO appieno la lettera di critica che il collega Marcello Cini ha inviato al Rettore dell'Università La Sapienza di Roma a proposito della sconcertante iniziativa che prevede l'intervento di papa Benedetto XVI all'Inaugurazione dell'Anno Accademico alla Sapienza (lettera che sostiene l'inopportunità dell'intervento e alla quale non è stata data finora risposta).
A sostegno della critica di Marcello Cini aggiungiamo solo un particolare. Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Rattzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: " All'epoca di Galileo la chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". Sono parole che, i nquanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenza, ci offendono e ci umiliano.
In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato.
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La risposta dell'Ufficio stampa della Sapienza

Alessandra Barberis Ufficio stampa Università La Sapienza di Roma

La lettera firmata da alcuni docenti della Sapienza relativa alla visita del Papa all'Università (ieri su Repubblica), riferisce che Benedetto XVI interverrà nell'inaugurazione dell'anno accademico, trascurando che inaugurazione e visita papale saranno due momenti diversi e tralasciando il contesto di valori nel quale il Pontefice sarà all'Università.
La Sapienza inaugurerà l'anno accademico 2007-2008, dedicando la manifestazione all'impegno contro la pena di morte. L'Università intende infatti farsi promotrice di un appello alla comunità scientifica internazionale contro la pena capitale. La cerimonia si svolgerà secondo la tradizione accademica, con una relazione introduttiva del Rettore, alla quale seguiranno gli interventi degli studenti e del personale. Concluderà una lezione magistrale del professor Mario Caravale, dal titolo "Pena senza morte".
Benedetto XVI, che giungerà dopo la cerimonia di inaugurazione, ha scelto di offrire in questa occasione una propria riflessione alla comunità universitaria.

venerdì 11 gennaio 2008

Settis, la lungimiranza di Mussi e i vestiti nuovi dell’Imperatore. Di Patrizio Dimitri

Condivido molte delle considerazioni fatte da Salvatore Settis nel suo articolo apparso su Repubblica il 9 gennaio scorso. In particolare, ritengo necessario che i concorsi universitari per ricercatori e docenti debbano essere delocalizzati, ovvero sottratti all’egemonia delle sedi locali e svolti a livello nazionale, e che le commissioni prevedano la presenza di esperti stranieri svincolati dai clan accademici. Sinceramente, però, non sono d’accordo con il Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa quando, pur criticando questo governo “impotente”, di fatto assolve il “virile” ministro Mussi. Settis arriva addirittura ad attribuire a Mussi “grande lungimiranza”, anche in virtù della nomina del fisico Luciano Maiani a presidente del CNR; un risultato, in verità, un po’ misero, dopo quasi due anni di lavoro.

Settis non è nuovo a questi elogi nei confronti del ministro. Su Repubblica del 5 settembre scorso aveva già scritto: “ Il "Corriere" ha pubblicato un articolo di Mussi che non lascia dubbi sulla sua determinazione ad agire” e ancora " E' lecito sperare nella cultura e nell'intelligenza politica del ministro Mussi". Frasi che hanno il sapore amaro delle ultime parole famose, visto quello che è accaduto in seguito. Non è proprio Mussi, in qualità di ministro, uno dei primi responsabili della desertificazione delle già magre risorse finanziarie e umane, che pesa come un macigno su università e ricerca? Non ha nulla a che fare Mussi con le inefficienze burocratiche e le lentezze pachidermiche del suo Ministero? Perché affrontare contemporaneamente una massa di problematiche complesse, quando sarebbero stato preferibile assegnare delle priorità? Perché scatenare un'enfasi normativa, come ha scritto l’onorevole Walter Tocci, che ha poi creato lo stallo? Gli esempi non mancano: l’iter controverso del nuovo regolamento per il reclutamento dei ricercatori e dell’istituzione dell’Agenzia di valutazione di università e ricerca (Anvur); la creazione del nuovo Fondo di investimento per la ricerca scientifica e tecnologica (First) che non si sa bene di quanti e quali fondi sarà dotato; il blocco dei concorsi di ricercatore e professore; la scelta di Mussi di bandire un migliaio di posti di ricercatore secondo le vecchie e criticate regole, in attesa che sia approvato (se mai lo sarà) il nuovo regolamento; una scelta, forse irrinunciabile, che però rappresenta un fallimento; il grave ritardo del bando Prin 2007, che ha creato grande difficoltà e incertezza nel mondo della ricerca. Sensazioni consolidate dal fatto che, secondo voci di corridoio, i progetti non sono stati ancora assegnati ai revisori, a più di 2 mesi dalla scadenza del bando. E per finire, non dimentichiamo la riforma dei corsi di dottorato, che forse poteva anche attendere e, come se non bastasse, l’ultima "la perla" del “docente equivalente” (discussa nel topic precedente). Il tutto sapientemente condito dai pesanti tagli della finanziaria 2006, riproposti anche nella finanziaria 2007. 

Se Mussi non può far fronte alle aspettative della parte sana del mondo universitario e della ricerca, alimentate dalle vane promesse pre-elettorali, allora, per coerenza, dovrebbe dimettersi, come annunciato in un intervista del 27 luglio 2006 al Manifesto. Disse allora Mussi "Nessuno si aspetta miracoli e abbondanza, ma se l'Italia, di fronte all'esplosione globale della spesa in ricerca e formazione superiore, annuncerà provvedimenti di definanziamento della ricerca, si tratterebbe di un'altra politica rispetto a quella con cui il centrosinistra si è presentato agli elettori. La si potrebbe fare, ma in quel caso ci vorrebbe un altro ministro .” Cosa fa, invece, questo ministro? Come nella fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore” di Andersen, Mussi vede una realtà che non esiste, ma che gli fa comodo vedere. Rilascia interviste e compare in televisione lanciando i soliti proclami trionfalistici, sbandierando risultati e mostrando un ottimismo surreale. Magari fosse così semplice! Non basta fare l'elenco dei buoni propositi, occorre realizzarli. Uno dei tanti cavalli di battaglia di Mussi è il famoso “Patto per l’Università e la ricerca” firmato insieme a Padoa-Schioppa a settembre scorso. In realtà, si è trattato di una sorta di “patto col diavolo”, che ha avuto l’unico effetto di “dannare” l’Università, senza arrecarle il benchè minimo vantaggio. Ma almeno Faust, con Mefistolefe aveva fatto un po' meglio. Infatti, l’ultimo comunicato della CRUI ci dice che la situazione è drammatica: “Tenuto conto dei tagli, della mancanza del finanziamento per l’edilizia, degli oneri per gli incrementi stipendiali, il Fondo incrementale di 550 milioni di euro, al netto del riallineamento tra il 2007 e 2008, si è letteralmente volatilizzato e il saldo finale diventa addirittura negativo”. 

In realtà, Mussi, come l’imperatore della fiaba, è “nudo” (solo metaforicamente, per nostra fortuna...), anche se vuol far credere a se stesso e agli altri di indossare vesti magnifiche, fatte di stoffe preziose. Settis, forse, non l'ha ancora capito, ma qualcun altro, sì. “E l'imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: "Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!", e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una coda che non c'era per niente”.

mercoledì 9 gennaio 2008

"La fuga dei cervelli e un governo impotente" di Salvatore Settis.Da Repubblica del 9 gennaio 2008.

L'assegnazione appena annunciata dei primi fondi di ricerca del Consiglio Europeo delle Ricerche (ERC) merita una seria riflessione. Quello di ERC e' il piu' innovativo meccanismo per la ricerca in Europa, basato esclusivamente sul merito e garantito da una rigorosa peer review; e se quest'anno il bando (riservato ai giovani, entro nove anni dal dottorato) era di 300 milioni di euro, i bandi successivi cresceranno di anno in anno fino a coprire la cifra complessiva di sette miliardi e mezzo di euro.
L'analisi dei risultati dei concorrenti italiani e' la miglior cartina di tornasole per giudicare lo stato della ricerca e dell'universita' in Italia, la cui crisi (irreversibile?) e' sotto gli occhi di tutti. Il confronto con l'Europa e' vitale per capire di che morte sta morendo la nostra universita'. Per questo primo bando ERC si e' avuto un numero altissimo di domande,oltre 9000, distribuite fra i vari Paesi in modo ineguale. Solo 300 i vincitori, appena uno su trenta (non si tratta di borse di studio, ma di fondi di ricerca che possono raggiungere i 2 milioni a testa). Nella lista dei concorrenti, l'Italia figurava al primo posto (1600 domande contro le 1000 della Germania, le 800 della Gran Bretagna, le 600 della Francia). Buon segno? No. Se tanti ricercatori italiani si sono rivolti all'Europa, e' perche' possono contare in Italia su risorse misere, a confronto di quelle dei loro colleghi tedeschi, olandesi, francesi. Ma alla prova dei fatti quale e' la percentuale di successo degli italiani? Su 300 vincitori, gli italiani sono 35, contro 40 tedeschi, 32 francesi, 30 inglesi. Risultato comunque notevole: l'Italia, prima per numero di domande, e' seconda in Europa per numero di vincitori. Anzi, se si guarda alla "pattuglia di testa" (i 53 ricercatori che hanno avuto il punteggio massimo, 10 su 10), l'Italia e' prima con 9 vincitori contro i 7 di Regno Unito e Germania, i 6 di Francia e Spagna. Dunque: l'Italia ha offerto a questi studiosi (eta' media: 35 anni) un adeguato ambiente di ricerca.
Ma questa immagine positiva si capovolge se si guarda al futuro. Proprio perche' cosi' altamente selezionati, le scelte che i vincitori stanno facendo sono molto significative. La piu' importante di queste scelte e' dove essi intendono svolgere la propria ricerca, portandosi dietro in "dote" i fondi ERC (mediamente, un milione di euro a testa). Ed e' qui che l'Italia subisce una pesante sconfitta. Dei 35 vincitori italiani, solo 22 resteranno in Italia, gli altri 13 se ne vanno in Paesi con migliori strutture di ricerca, e dall'estero ne arrivano solo 3 (due polacchi e un norvegese). Il confronto con la Gran Bretagna e' devastante: dei 30 vincitori inglesi, 24 restano nel Regno Unito; ma ad essi si aggiungono ben 34 ricercatori di altri Paesi (tra cui 6 italiani) che hanno scelto di trasferirsi in Gran Bretagna. Per citare solo un altro caso, in Francia restano 27 vincitori francesi su 32, ma ne arrivano altri 12 da altri Paesi (tra cui 2 italiani). Insomma l'Italia, prima per numero di domande e seconda per numero di vincitori, precipita al settimo posto fra i Paesi che ospiteranno queste ricerche, sorpassata non solo da Gran Bretagna, Francia e Germania, ma anche dall'Olanda, ed eguagliata da Spagna e Israele (Paese associato all'Unione Europea per la ricerca). Peggio ancora se guardiamo alla "pattuglia di testa" dei vincitori col massimo punteggio: dei 9 italiani, ben 4 lasciano l'Italia per Inghilterra, Francia e Olanda.
Questi numeri sono eloquenti. Per una volta, data la severa selezione che ha portato da 9167 domande a 300 vincitori, i numeri parlano in termini di qualita', non solo di quantita'. Ci dicono un'amara verita': l'Italia non attrae come ambiente di ricerca, i nostri giovani migliori non hanno fiducia nel proprio Paese, gli stranieri non considerano l'Italia fra le proprie opzioni. Abbiamo formato ottimi studiosi, ma li spingiamo ad andarsene. In questo saldo negativo, non e' solo l'immagine del Paese che si annebbia, ma e' il suo futuro, l'indirizzo delle sue politiche, dei suoi investimenti, dello sviluppo (o mancanza di sviluppo) che ci attende. Di una situazione tanto drammatica, il Governo non si mostra consapevole. La Finanziaria 2008 comporta un ulteriore calo dello stanziamento per le universita', che si estende anche al 2009 e al 2010: una de'bacle che ci lascia drammaticamente lontani dall'Europa, salvando a stento la spesa corrente e marginalizzando la ricerca. Ecco perche', dei 35 progetti vincitori italiani, ben 30 vengono da centri di ricerca o da Atenei particolari (Normale, Bocconi), solo 5 da dipartimenti universitari (Padova, Parma, Roma 1, Firenze, Napoli 1).
Ma c´e' di peggio: dopo due anni di incomprensibile blocco dei concorsi per professore universitario, tutto quello che il Consiglio dei Ministri ha saputo fare (il 28 dicembre) e' riesumare gli squalificati concorsi secondo la legge Berlinguer del 1998, pilotati in sede locale onde garantire (nel 90% dei casi) la vittoria del candidato locale, senza alcun rispetto per il merito. Secondo il decreto "milleproroghe", la mesta riesumazione di questa legge-cadavere varrebbe per un solo anno, ma e' difficile crederlo. Se ci son voluti venti mesi di governo Prodi per rispolverare una normativa pessima senza cambiarne una virgola, quanti anni ci vorranno per inventarne una nuova? Intanto si aggirano fra Camera e Senato alcuni disegni di legge che gareggiano fra loro negli sciatti garantismi della promozione sul campo, dell'ope legis, delle terze e quarte fasce, del trionfo dell'anzianita' sul merito (ne ho scritto in questo giornale il 5 settembre e il 30 ottobre).
In queste condizioni, l'emorragia dei migliori non solo continuera', ma e' destinata ad accentuarsi. Intanto da oltre un anno, nonostante le assicurazioni in contrario, non si e' riaperto il bando per il "rientro dei cervelli", che richiede qualche aggiustamento ma e' indispensabile per correggere, sia pure marginalmente, il saldo negativo, la fuga dei cervelli dall'Italia. E´ indicativo che in risposta al bando ERC tornino in Europa dall'America vincitori tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli, finlandesi, svedesi, ma nemmeno un italiano: tanta e' la perdita di credibilita' del Paese sul fronte del "rientro dei cervelli".
Il ministro Mussi e' capace di grande lungimiranza, come ha mostrato con la nomina di Luciano Maiani a presidente del CNR dopo una preselezione secondo i migliori standard internazionali. Si stenta a credere che egli possa accontentarsi, dopo due anni di paralisi dei concorsi, della miserevole soluzione che il Governo (stremato, si puo' supporre, dalla maratona della Finanziaria) ha varato fra Natale e Capodanno. E´ di moda accusare gli accademici di autoreferenzialita': ma non c´e' nulla di piu' autoreferenziale di questo ritorno al passato, quasi che esistano al mondo due soli modelli di universita', targati rispettivamente Berlinguer e Moratti. Viceversa, era ed e' ancora possibile agire sulla legge Moratti (che quanto meno de-localizza i concorsi) a livello regolamentare,correggendone le storture mediante una prima applicazione sperimentale che, tenendo conto delle esperienze europee, includa commissari anche non italiani (secondo le intenzioni dichiarate dallo stesso Mussi). Se cosi' non sara', i concorsi localistici che mortificano il merito scacceranno dall'Italia i giovani migliori, saranno una barriera impenetrabile per gl studiosi stranieri, renderanno irreversibile il processo di marginalizzazione e provincializzazione della nostra universita'. La politica dello struzzo a cui assistiamo con sgomento puo' solo condurre la ricerca e l'universita' italiana alla rovina. E´ troppo sperare che il Governo risponda a questo drammatico problema non con ulteriori placebo, ma con un incisivo progetto culturale e politico?"

sabato 5 gennaio 2008

L'ultima trovata di Mussi: l’unità di misura dei docenti.

Pubblico volentieri il commento dell'ANDU sul surreale art. 11 del Decreto di Mussi che riguarda i requisiti qualificanti dei Corsi di laurea formativi . Il "docente equivalente" è l'ultima sorprendente "magia" che esce dal cappello a cilindri del Ministro. Anche in questo caso, dove sono i contenuti e gli aspetti culturali? Purtroppo sembrano messi in secondo piano, sopravanzati da regole e cifre decise a tavolino. E di valutazione, neanche a parlarne.

"La perla del "Docente Equivalente".
L'art. 11 del Decreto del Ministro Mussi sui Requisiti per i Percorsi Formativi riporta nell'allegato D quali sono i "requisiti qualificanti" dei Corsi di Laurea e Corsi di Laurea Magistrale ai fini della valutazione dei programmi proposti dagli atenei per il triennio 2007-2009 e, quindi, anche degli incentivi economici loro riservati. Tale allegato, nel precisare gli indicatori di qualità nei programmi degli atenei, elenca tra i criteri necessari: un rapporto "docenti equivalenti / totale docenti di ruolo" 0.8, assegnando al "docente equivalente" un peso 1 per i professori ordinari, peso 0.7 per i professori associati e peso 0.5 per i ricercatori.

In pratica vengono presi a riferimento i pesi relativi delle rispettive retribuzioni. Un tale criterio ci fa sorridere amaramente perche' come sempre si pongono vincoli burocratici definiti (a capocchia) a priori invece di andare a controllare a posteriori i risultati conseguiti. In pratica si prevede che un corso triennale possa essere definito "eccellente" se vi insegnano almeno 8 Ordinari e 4 Associati, ma non lo sia se ci sono 9 Associati e 3 Ordinari. Non parliamo poi dei corsi che impegnano diversi ricercatori, perche' basta che in un corso insegnino 5 di loro (e non sono pochi i corsi triennali in queste condizioni) per impedire comunque a priori qualunque aspirazione all'eccellenza.
Il Ministro pare non accorgersi che l'eccellenza non puo' essere associata a priori alle etichette, ma va verificata sul campo. Si accettano proposte di definizione di un "Ministro U.R. equivalente"."

domenica 23 dicembre 2007

Triste Natale per università e ricerca.

Tristi notizie dal Natale della finanziaria: il governo Prodi, come un chirurgo sadico e di mano malferma, per il secondo anno di fila ha inciso tagli profondi nelle carni già martoriate della ricerca scientifica italiana. Nel maxiemendamento sono stati “scippati” 92 milioni di euro destinati ad atenei ed enti pubblici di ricerca. I tagli serviranno per accontentare i trasportatori e per altre “micromisure” risultate prive della copertura prevista. A poco è valso il “patto per università e ricerca” firmato a settembre dai ministri Mussi e Padoa-Schioppa: qui a “schioppare” saranno docenti e ricercatori, privati delle necessarie sovvenzioni. Che strano, i politici così trasversalmente prodighi di belle frasi di circostanza nei confronti di ricerca e formazione, al momento di fare i fatti vengono sempre colti da gravi amnesie. L’anno scorso, Rita Levi Montalcini votò la finanziaria al Senato solo grazie alla promessa, poi non mantenuta dal governo, di inserire provvedimenti a favore della ricerca. Ricordate le risposte di Bindi, Letta e Veltroni su "Europa”, in risposta alla nostra appello firmato da più di 500 colleghi? I tre sottolinearono con grande enfasi che il sostegno della ricerca era una priorità del Partito Democratico. Perchè ora tacciono? Mussi, invece, come un anno fa finge di protestare, sbuffa, borbotta, chiede rimedi, ma in mente ha solo la sua Sinistra Democratica. Ormai è tutto tristemente chiaro: con una classe politica tanto inaffidabile quanto inossidabile, la ricerca scientifica sarà sempre la cenerentola di un paese “borbonico”. Arriverà mai un bel principe a restituirle la giusta dignità?

giovedì 15 novembre 2007

Si sta come d'autunno, di Patrizio Dimitri

"Soldati"
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.

Qual'è il nesso tra la poesia “Soldati” di Ungaretti e la ricerca scientifica, direte voi? Beh, non bisogna essere dei critici letterari per cogliere l'analogia con la precaria condizione della ricerca e dei ricercatori nel nostro “bel” paese.

Come molti di noi sanno, dopo più di un anno di legislatura, sia nel campo dei concorsi che in quello della valutazione e dei fondi alla ricerca, le riforme promesse sono ancora immerse in acque stagnanti. La storia infinita del bando PRIN 2007 ne è il tragico esempio. Il bando è uscito per la prima volta in 11 anni, con un grave ritardo di ben 6 mesi sulla tempistica prevista creando gravi difficoltà a migliaia di ricercatori e precari. Infatti, la ricerca, al contario della politica italiana, è un’attività soggetta a forte competizione ed una sua interruzione o limitazione, per mancanza di fondi e personale, può comportare gravi ritardi e danni irreversibili. Questa tremenda stagnazione ha generato precarietà, disorientamento e frustrazione nella comunità dei ricercatori. Nel mio laboratorio, ad esempio, due ottimi elementi che avevano conseguito il dottorato di ricerca e pubblicato su ottime riviste internazionali, sono stati costretti ad abbandonare, perchè non era possibile prospettare loro una programmazione certa. Chi ci risarcirà di questi ed altri danni? In molti paesi europei la programmazione della ricerca pubblica si fa in largo anticipo, mentre i nostri politici si confermano maestri d'improvvisazione, una qualità che sarebbe certo più apprezzata in un gruppo jazz.

Ed il Ministro Mussi cosa fa? Nel corso del programma Exit, ha continuato a citare i suoi interventi a favore della ricerca pubblica. Ma dove vive? Forse in una realtà parallela dove le persone sembrano le stesse, ma in realtà non lo sono e gli eventi hanno esito diverso? La sua immaginazione è degna di Philip Dick. Purtroppo, Mussi parla bene, anzi benissimo, ma razzola male, anzi malissimo.

lunedì 12 novembre 2007

Ricerca, Atto di accusa firmato PD, di Mario Lavia, Europa 23-10-2007

Inserisco tardivamente il commento di Mario Lavia ad un articolo di Walter Tocci pubblicato su "Italianieuropei". Purtroppo, non sono ancora riuscito a reperire il testo dell'articolo originale di Tocci.

È «con amarezza» che Walter Tocci ha scritto un lungo articolo su Italianieuropei nel quale fa pelo e contropelo al governo sul tema ricerca e università. Un’amarezza comprensibile, poiché l’autore, deputato del Pd, ex diessino, da anni segue con passione e competenza le vicissitudini di un settore di cui si parla tantissimo ma per il quale si fa pochissimo. Nelle settimane scorse Europa si è fatta tramite del disagio di un nutrito gruppo di scienziati sollecitando le repliche di Veltroni, Letta e Bindi. E continuerà a seguire la questione.
L’articolo di Tocci – “Un anno di governo per ricerca e università” – è una rassegna degli errori e dei ritardi che il governo Prodi può “vantare” a dispetto delle sue proclamate intenzioni. «Il programma elettorale del centrosinistra – ricorda Tocci – proponeva di disboscare la selva normativa cresciuta negli ultimi decenni (...) premiando il merito sulla base di risultati rigorosamente verificati e investendo risorse su questa opera di rinnovamento.
Era una linea semplice e si poteva riassumere con tre verbi: valutare, delegificare e investire. Purtroppo è accaduto esattamente il contrario ».
C’è stato «un blocco operativo della valutazione», si è registrata «un’enfasi normativa» tale da far raggiungere «il record tutto italiano di un numero spropositato di leggi in vigore circa 700 solo per l’università », fino all’«autolesionismo» di soldi stanziati (300 milioni per i bandi di ricerca) allocati anziché sui fondi già esistenti su un nuovo fondo per il quale bisogna scrivere un nuovo regolamento eccetera eccetera... Una specie di Azione parallela che «ha bloccato di fatto se non di diritto i concorsi per ricercatore », e così «si sono persi nove mesi». Dulcis in fundo, «la Finanziaria ha tagliato i bilanci di università, enti e ministero». Qui sotto accusa è la politica economica del governo: «I soloni di via XX settembre sostenevano che fosse necessario per salvare la finanza pubblica e rimettere in piedi l’Italia, poi si è scoperto il tesoretto, che tutti considerano una buona notizia, mentre si tratta della plateale conferma di un grave errore di previsione ».
Tutto è perduto? No. Si tratta però «di mettere in campo azioni concrete per aiutare quei riformatori che pur camminando controvento stanno già facendo una buona ricerca e una bella università, senza scoraggiarli con vecchie politiche ». Si può «correggere la rotta ». Ma il tempo non è dalla parte del governo.

mercoledì 31 ottobre 2007

Chi ha paura della valutazione? Di Marta Rapallini

Inserisco volentieri l'intervento di Marta Rapallini, Segreteria particolare Sottosegretario MiUR, in risposta al comunicato ANDU del 29 ottobre.
Anche io sono convinto, e l'ho scritto più volte (vedi post del 18 ottobre), che una seria valutazione di ricercatori e docenti sia un punto imprescindibile per la riforma del sistema università-ricerca. Se si vuole innescare un cambiamento reale e produttivo, se si vuole bonificare la palude degli assenteisti e dei nullafacenti, non bisogna sottrarsi alla valutazione. A mio parere, il requisito fondamentale per una valutazione seria, è che questa debba essere condotta da persone esperte, studiosi con un buon curriculum scientifico, molti dei quali stranieri e, quindi, meno avvezzi ad inciuci, nepotismi e localismi. Se la valutazione sarà fatta sempre dagli stessi personaggi, spesso solo burocrati, maestri nell'esercizio del potere, allora potremo scordarci qualsiasi cambiamento.


Spett.le ANDU,
rispondo al vostro comunicato del 29 ottobre. Credo che sia ora di fare chiarezza e credo che sia ormai non più procrastinabile che l’università italiana, e con essa ovviamente i suoi docenti e ricercatori, decidano in quale direzione andare. Perché se la direzione e’ quella dell’autonomia responsabile il ricorso alla valutazione dell’Anvur deve essere considerato strumento indispensabile per il Governo del sistema. Viceversa se la direzione fosse quella della “centralizzazione” del sistema (opposto dell’autonomia) allora l’Anvur diverrebbe strumento del Governo.
Questo Governo finalmente ha compiuto, con l’istituzione dell’Anvur, un passo decisivo verso la creazione, anche in Italia, di un organismo terzo, indipendente di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Ruolo decisivo in questa azione lo ha avuto proprio il Ministro Mussi e voi dell’ANDU lo ricorderete senz’altro poiché avete partecipato, insieme a tutti i sindacati, a lunghe riunioni in cui il ministro ha illustrato e difeso la “sua” agenzia dai conservatorismi presenti nel sistema.
Voi e altri dite che l’Anvur dovrebbe limitarsi a valutare le istituzioni e le strutture. Bene ma mi chiedo, come fa l’Anvur a valutare istituzioni, sedi e strutture se non anche attraverso la valutazione del lavoro dei suoi docenti e ricercatori? Perché una università autonoma non dovrebbe chiedere di conoscere quali sono i gruppi di ricerca o i docenti che contribuiscono maggiormente alla sua crescita? Perché la stessa università autonoma non dovrebbe, nelle sedi opportune, incentivare il l’operato di questi suoi docenti e ricercatori? Io penso che gli incentivi che la L. 370/99 aveva istituito abbiano fallito il loro obbiettivo perché le università non avevano le strutture adatte a valutare il lavoro del loro personale: l’Anvur potrà servire anche a questo. Per obbiettivo fallito intendo che l’unico, o quasi, criterio di attribuzione degli incentivi è sempre stato la distribuzione uniforme cosa che, spero che tutti siano d’accordo, è l’opposto dell’incentivo.
Mi chiedo ancora: perché se il merito di docenti e ricercatori diventerà elemento importante per l’assegnazione di una quota, seppur ancora piccola, di finanziamento premiale alla struttura, non potrà essere uno dei tasselli della carriera di un docente? Anche a questo proposito ogni posizione sottintende una visione del sistema. Credo che sia giusto, e spero tanti come me, che un docente o ricercatore venga reclutato presto nel sistema, con un ruolo non precario ma stabile. A questa idea si oppone un certo conservatorismo che crede che solo una ristretta cerchia di autorevoli professori anziani siano in grado di decidere quali “giovani”, ma non troppo, siano sufficientemente “maturi” per accedere al ruolo. Ma questo imprimatur non può avvenire troppo presto per ovvi motivi. In coerenza, ecco il proliferare di una selva di contratti, assegni, borse e quant’altro per mantenere un bacino stabile di “giovani” da cui l’autorevole gotha delle università possa cooptare. A questa visione gerarchica e antica dell’università non si può rispondere con una autonomia irresponsabile come troppo spesso abbiamo visto fare in questi anni. L’atto di reclutamento, che deve necessariamente essere serio, trasparente e scientificamente valido, non può essere però l’unico atto con cui un ateneo autonomo valuta i docenti e i ricercatori che operano presso di sé. Il reclutamento deve avvenire presto, quindi su una personalità scientifica ancora non completamente definita, ad esso perciò devono seguire, a cadenza diversa, valutazioni scientifiche dei docenti e ricercatori. E’ garanzia del sistema, degli atenei e dei singoli docenti e ricercatori se queste valutazioni periodiche verranno effettuate dall’Anvur proprio a causa della sua terzietà.

Veniamo all’emendamento Tocci et al. Esso esprime un concetto già presente in un comma nel testo del regolamento per il reclutamento dei ricercatori proposto dal MiUR. Concetto anche più volte ribadito dagli esponenti del Ministero, il Ministro in primis ovviamente. Il regolamento, tutt’ora all’attenzione del Consiglio di Stato, nella sua versione finale ha dovuto essere privato di quel comma per problemi tecnico-giuridici. Quindi l’emendamento, lungi dall’essere un golpe, traduce proprio quanto sopra esposto, ovvero indica la direzione verso cui questo Governo, e in particolare il Ministro Mussi, vogliono orientare il sistema: più responsabilità, meno precarietà, meno arbitrarietà, più trasparenza. L’emendamento ha sollevato, e in questo concordo con quanti lo hanno osservato, un’ingiusta differenziazione tra ricercatori e professori. Ma anche per questo la motivazione è solo tecnico giuridica: un articolo sui ricercatori non può contenere un comma sui professori. Ma si tratta di un primo passo infatti il Senato, comprendendo questo, ha votato un ordine del Giorno che impegna il Governo ad introdurre questo aspetto in una visione organica.
Quindi qualsiasi decisione che andasse in una direzione diversa da quella contenuta nel regolamento di reclutamento e dal coerente emendamento in VII commissione della Camera, rappresenterebbe sì un cambio di rotta di questo Governo. La coerenza non è tutto ma la chiarezza è davvero indispensabile per trarre da un sano confronto politico la via giusta da seguire.

Marta RapalliniArea sapere DS-Ulivo, Segreteria particolare Sottosegretario MiUR

giovedì 18 ottobre 2007

Basta parole, adesso servono i fatti, di Patrizio Dimitri

Inserisco un mio commento sulle risposte di Rosy Bindi, Enrico Letta e Walter Veltroni alla nostra lettera aperta del 26 settembre. Una versione riveduta e un po' "maciullata" del commento è stata pubblicata oggi da Europa.

Rosy Bindi, Enrico Letta e Walter Veltroni hanno risposto all’appello di centinaia di docenti e ricercatori apparso su Europa il 26 settembre scorso, affermando che il Partito Democratico sosterrà università e ricerca. I tre candidati, con una dose forse eccessiva d’ottimismo, intravedono anche segnali incoraggianti. Non ce ne vogliano, ma dopo un anno e mezzo di legislatura, questi segnali sono ancora troppo flebili, direi quasi omeopatici. Cerchiamo di vedere perché.
La “mitica” agenzia di valutazione (ANVUR) fluttua ancora nel mondo delle idee platoniche: il Consiglio di stato, infatti, ne ha bocciato il decreto. I progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN) sono usciti per la prima volta in 11 anni con un ritardo di 6 mesi, dopo la bocciatura da parte della Corte dei Conti, ed il budget stanziato di 74 milioni di euro somiglia molto ad un’elemosina. Ci assicurano che arriverà a 150 milioni grazie a fondi sbloccati in finanziaria, ma di questi tempi è meglio essere cauti. Bisogna anche dire che le nuove norme del PRIN sono state modificate al fotofinish, rispetto a quelle eleborate in precedenza dal sottosegretario Modica, e le modifiche non sono certo migliorative (per i dettagli leggete il precedente commento del Rettore dell'Università di Camerino, Fulvio Esposito). Per continuare con l’elenco dei successi, il nuovo regolamento per il reclutamento dei ricercatori è stato anch’esso bocciato dalla Corte dei Conti. Il Ministro Mussi ha ottenuto lo sblocco di 20 milioni di euro per bandire 1000 posti di ricercatore da espletare con le vecchie e criticate norme, un atto dovuto, non c’è che dire, anche se non si può evitare di constatare l’aspetto grottesco della vicenda. I finanziamenti andranno solo alle università che hanno un rapporto tra spese per stipendi e fondi di finanziamento ordinario inferiore al 90%, e ad ogni posto verrà destinato il 50% del budget necessario, il resto dovranno mettercelo gli atenei.
Queste ed altre vicende, da cui è emersa anche una buona dose di superficialità ed improvvisazione da parte del Governo, hanno generato precarietà, disorientamento, frustrazione e rabbia nella comunità dei ricercatori. Non a caso, l’on. Modica per primo ha fatto una sincera e sofferta autocritica che è stata da noi apprezzata.
La verità è che la ricerca pubblica è da sempre un optional nel nostro paese: belle parole, buone intenzioni e patti di solidarietà firmati da Ministri che poi si traducono in poche risorse. Basti pensare che la finanziaria ha previsto per il 2008 solo 80 milioni di euro per la ricerca, un altro magrissimo bottino.
Nonostante questi problemi, la ricerca italiana è, in media, molto competitiva nel contesto internazionale e Mussi lo sa bene. Un risultato sorprendente raggiunto grazie a professori, ricercatori e precari sottopagati, che da sempre si fanno in quattro per “mandare avanti la baracca”, svolgendo didattica e ricerca con passione e competenza, anche al posto di chi all’università non mette mai piede. Sono quelli che l’onorevole Walter Tocci ha chiamato “eroi civili”, figure che hanno poco peso nel mondo accademico, emarginati o assorbiti da un lavoro che concede poche pause. Figure che non fanno notizia e vengono confuse, dal fumoso qualunquismo dei media, nella stessa “bolgia infernale”, con nepotisti, corrotti e fannulloni.
Ormai, però, gli “eroi civili” sono stremati: passione e dedizione non bastano più. Occorre ristabilire equità e serietà, iniziare a bonificare le paludi degli sprechi, distribuire le risorse a chi ha dimostrato di saperle far fruttare, premiando in base ai risultati e non ai legami familiari, assegnando incentivi stipendiali a chi fa bene il proprio lavoro. C’è bisogno di aria nuova, come dice Veltroni, ma anche di persone nuove. Per avviare il cambiamento sarà necessario un sistema di valutazione, trasparente e più oggettivo possibile, dell’attività didattica e scientifica, che premi competenza e serietà. E allora, l’ANVUR, se mai vedrà la luce, dovrà essere veramente svincolata da politica ed accademia, i concorsi non dovranno più essere guidati dai “soliti noti” e nelle commissioni si dovrà prevedere la presenza di esperti di rilievo internazionale, meglio se stranieri, perché svincolati da baronie locali. Dobbiamo evitare che si perpetui la logica gattopardesca del “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Purtroppo, il nuovo regolamento sul reclutamento dei ricercatori appare un ibrido tra concorsi locali e nazionali che difficilmente estirperà localismo e nepotismo.
E’ auspicabile, come dice la Bindi, che il dibattito tra ricercatori e politici, apertosi su “Europa”, non si limiti ai soli momenti elettorali, ma prosegua, per arrivare in tempi brevi a riforme condivise e risolutive a favore di Università e Ricerca. E’ necessario che alle parole seguano finalmente i fatti.

sabato 13 ottobre 2007

Ricerca, così non basta, di Rosy Bindi

Su Europa del 12 ottobre viene pubblicata la risposta di Rosy Bindi alla nostra lettera


Cari Professori e Ricercatori,

la vostra lettera, prima e più che domande a noi candidati segretari del Partito Democratico, esprime la delusione del mondo universitario rispetto al governo di cui anch'io faccio parte. Delusione forte quanto le attese e le speranze che il programma dell'Unione aveva suscitato. E' segno di responsabilità che la prima e piú circostanziata risposta sia venuta da Luciano Modica, sottosegretario all'Università; ed è segno di responsabilità rispondervi riprendendo in larga misura la risposta di Modica, come hanno fatto anche Letta e Veltroni in questi stessi giorni.

In questo spirito è giusto ricordare quanto il governo ha pur fatto. Il varo dell'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), e, prima che sia operativa, l'aggancio dei nuovi posti al numero di giovani formati e alla qualità della ricerca secondo il CIVR (Comitato di Indirizzo per la valutazione della Ricerca); il bando dei primi posti da ricercatore su fondi 2007, stimati in 20 milioni di € (benché, purtroppo, ancora con le vecchie regole); i successivi 1200 posti da ricercatore fra 2008 e 2009 con le nuove regole; la recente approvazione del disegno di legge delega sul riordino degli enti di ricerca; il recentissimo sblocco, ancorché con molto ritardo, dei fondi PRIN; il patto per l'università e la ricerca col Ministero della Salute del 2006 e quello col Ministero dell'Economia presentato lo scorso agosto.

Mi permetto di aggiungere una novità sfuggita perfino all'elenco di Modica e secondo me importante: il nuovo metodo di selezione dei vertici degli enti di ricerca. Il Comitato di alta consulenza, composto da scienziati italiani e stranieri di fama mondiale, dovrà indicare una rosa di nomi tra cui il ministro Mussi individuerà la personalità da proporre al Consiglio dei Ministri e al Parlamento per la nomina a Presidente del Cnr. La designazione del Comitato costituisce il terzo esempio (dopo quello dell'Agenzia Spaziale Italiana e dell'Istituto Nazionale di Astrofisica) di affidamento alla stessa comunità scientifica delle procedure di scelta degli organi direttivi degli enti di ricerca, e rappresenta a mio avviso una vera rivoluzione. La politica si spoglia di una prerogativa che in Italia aveva avuto da sempre (e spesso utilizzato male), e allinea il Paese agli standard internazionali.

Si tratta solo di segnali e non ancora dei fatti che università e ricerca reclamano. Riconosco anch’io, come osserva Modica, che un punto strategico del programma dell'Unione, quello della priorità da assegnare al tema del sapere in un'economia della conoscenza, è stato finora mancato, con quei risultati potenzialmente catastrofici, da voi stessi segnalati: soprattutto un'ulteriore emorragia dei cervelli e un elevato invecchiamento del corpo docente..

In che modo impegnarsi, nello stretto sentiero imposto dai vincoli del risanamento finanziario, per realizzare questo punto chiave del programma dell'Unione entro la legislatura, e raggiungere, per fare un esempio, gli standard scientifici e universitari della Spagna di oggi, che ha risalito la china e ci ha superati grazie ad un'incisiva e relativamente breve azione di governo?

Credo che ciò si possa realizzare anche promuovendo un partito capace di dialogare in permanenza, non solo nei momenti critici o elettorali, con i migliori docenti e scienziati, anche quelli, ovviamente, che non votano per il centrosinistra.

Il Pd, per essere anello di collegamento fra cittadini e istituzioni secondo il suo ruolo costituzionale, per proseguire e potenziare una compatta e coerente azione dei propri ministri in favore della priorità del sapere, deve recuperare e valorizzare le migliori competenze ed esperienze del Paese, affinché il programma dell'Unione si traduca in articoli delle leggi finanziarie ed in interventi mirati ed efficaci.

Ma lasciatemi dire che nel 2006 siamo partiti dalle macerie, sia nei finanziamenti che nel campo specifico della ricerca e dell'università, e abbiamo ancora davanti a noi più di tre anni. Non è tempo di predisporre un nuovo programma o prefigurare un nuovo governo: si ripartirebbe da risultati ancora troppo limitati proprio nel campo della ricerca e dell’università, nel quale covano non solo delusioni e richieste di maggior rinnovamento, ma anche potenti resistenze trasversali alle poche buone azioni finora intraprese.
Ma ora, invece, è il tempo di dimostrare che il governo Prodi può e sa mantenere le promesse del suo programma ed il Partito Democratico deve saper fare la propria parte per vincere la sfida di un’Italia più libera, più ricca e più giusta perché investe nella cultura, nei saperi e nella ricerca.

venerdì 5 ottobre 2007

Così il Pd sosterrà la ricerca, di Walter Veltroni

Su "Europa" del 6 ottobre scorso viene pubblicata la risposta di Walter Veltroni alla nostra lettera aperta del 26 settembre.

Il documento degli scienziati e dei ricercatori pubblicato nei giorni scorsi da Europa pone problemi reali.
Il sistema della ricerca, in Italia, soffre di una mancanza di fondi, di una carenza di programmazione, di una scarsa considerazione del merito.
È vero che anche la ricerca non può che soffrire la situazione dei conti pubblici del paese, la più pesante delle eredità del centrodestra.
Così come è vero che alcune recenti proposte di riforma, dalle nuove regole per il reclutamento dei ricercatori al nuovo strumento di finanziamento dei progetti di ricerca volto a integrare i fondi per la ricerca di base con quelli della ricerca applicata, si sono scontrate con lentezze procedurali che vanno superate.
In questo come in altri campi.
Ma al di là di questo, i firmatari del Manifesto pongono un problema più generale.
Il Partito democratico saprà davvero fare della ricerca una priorità? Saprà, cioè, scegliere il futuro contro i particolarismi, saprà riconoscere il ruolo decisivo che le risorse immateriali, vale a dire l’attività della ricerca, il sapere che c’è nella testa delle persone e che poi si traduce in concreta innovazione e diffusione di conoscenza, hanno nel determinare i livelli di produttività e di competitività del paese? Saprà far vivere l’idea che solo uno sviluppo basato sulla conoscenza può essere ambientalmente e socialmente sostenibile, può tenere insieme crescita economica, benessere e libertà delle persone? Affermare nei fatti queste priorità è una delle ragioni fondative del Partito democratico. Costruire le condizioni per cui l’Italia possa crescere nell’economia e nella società della conoscenza è una delle sue ragioni d’essere. Ci sono alcuni fatti che lasciano ben sperare. Il primo è l’approvazione in via definitiva del disegno di legge delega sul riordino degli Enti di ricerca, che dà agli Enti autonomia statutaria, liquida le intromissioni lottizzatrici dei partiti all’interno dei loro organismi direttivi, li libera da un eccesso di legislazione, rende la comunità scientifica responsabile dell’organizzazione del proprio lavoro e dei propri risultati.
Il secondo è il cammino dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema dell’Università e della ricerca, pensata per riconoscere le eccellenze e individuare le criticità del sistema, per promuoverne la crescita e la qualità. Concretamente, vuol dire che si potrà rafforzare l’indispensabile legame tra valutazione della ricerca e trasferimenti delle risorse, che dovranno essere mirate innanzitutto alle eccellenze. Autonomia e valutazione sono principi fondamentali.
Perché se è vero che i fondi destinati alla ricerca e all’Università devono nel complesso aumentare, è vero anche che bisogna saper programmare, rendere certi i finanziamenti e scegliere dove indirizzarli.
Il che vuol dire prendere con decisione la strada della valutazione oggettiva fatta da persone competenti e terze, per orientare il flusso delle risorse in modo tale che dare finalmente spazio al merito sia non solo giusto e proficuo in prospettiva ma anche immediatamente conveniente.
Fare questo vorrebbe dire anche guadagnare più credito sul piano internazionale e moltiplicare le occasioni per stare in rete nei gruppi di ricerca ad alto livello.
Accanto a questo bisogna puntare con decisione sul rafforzamento del legame tra università e mondo produttivo, incentivando la grande impresa a fare ricerca, immaginando ad esempio progetti congiunti con strutture pubbliche, e diffondendo la pratica dell’innovazione nelle piccole imprese, anche con gli opportuni sostegni finanziari.
La ricerca e l’università italiane hanno bisogno di aria nuova.
Bisogna sbloccare i concorsi e riaprire le porte di accesso all’università.
Ci sono energie, ci sono talenti che non devono più trovare ostacoli, piccoli interessi e vecchie logiche di potere a sbarrare loro la strada. Anche qui non è solo giusto: è l’unico modo per rendere le nostre università e i nostri istituti di ricerca dei centri di eccellenza in grado di coinvolgere e trattenere le migliori intelligenze del paese e di attrarre ricercatori e docenti da ogni parte del mondo.
Sostenere la ricerca non è un lusso, è una necessità. È su di essa, e sul sistema dell’istruzione, che un paese costruisce il suo futuro

mercoledì 3 ottobre 2007

LA CORTE DEI CONTI REGISTRA IL BANDO PRIN 2007

La Corte dei Conti ha registrato oggi il Bando PRIN 2007, che diventa quindi pienamente operativo. Inoltre, l’art. 1 del decreto-legge di accompagnamento alla Finanziaria, in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ha disposto lo sblocco di ulteriori fondi per la ricerca sul bilancio 2007. Pertanto, il Bando PRIN 2007 potrà prevedere, per il 2007, 150 milioni di euro. DOBBIAMO CREDERCI???
Sul sito del PRIN sono presenti nota illustrativa ed fac-simili dei modelli A e B.

lunedì 1 ottobre 2007

IMPORTANTE: leggete la nota illustrativa sul PRIN 2007

Cliccate sul titolo del post per consultare il pdf. Le unità degli enti avranno un responsabile locale degli enti, mi sembra giusto!

Università italiana: come far di tutta l'erba un fascio

Nell’articolo “La triste università italiana produce gli stanchi del domani”, pubblicato oggi su “Il Riformista”, il signor Giuliano Da Empoli rende un pessimo servizio all’informazione e alla parte sana dell’università e della ricerca nel nostro paese. E' anche grazie a chi spara a zero sull'università nel suo complesso senza fare i dovuti distinguo, se siamo messi così male. Cliccate sul titolo del post per leggere l'articolo.