domenica 30 settembre 2007

Università e Ricerca, Governo e Partito Democratico: la risposta di Luciano Modica alla nostra lettera aperta.

Pubblichiamo una sincera e, immagino, sofferta autocritica del sottosegretario Luciano Modica, in risposta alla nostra lettera aperta apparsa da Europa il 26 settembre 2007.

Università e Ricerca, Governo e Partito Democratico
Luciano Modica, 18 settembre 2007


Per iniziativa della FISV (Federazione Italiana Scienze della Vita) il 14 settembre è stata resa pubblica una lettera aperta su università e ricerca indirizzata ai candidati alla segreteria del Partito Democratico. Sono un convinto sostenitore del Partito Democratico e della candidatura a segretario di Walter Veltroni. Vorrei quindi condividere con i firmatari della lettera alcune riflessioni ispirate dalla mia attuale esperienza come sottosegretario all’università.

Nel mondo universitario la delusione nei confronti del governo di cui faccio parte sconfina ormai in sconforto generalizzato. Forse le attese erano state troppo forti, ma i risultati sono ancora davvero miseri. Vi sono alcune ragioni: la scelta di austerità della spesa pubblica, la debolezza numerica della maggioranza parlamentare, la diffusa sfiducia nell’università che serpeggia nell’opinione pubblica. Ma, in questi sedici mesi di governo, il prezzo pagato in campo universitario è stato certamente troppo alto.

L’esempio più evidente è citato nella lettera aperta. La coalizione di centro sinistra aveva esplicitamente scritto nel programma elettorale di voler investire nella ricerca “libera”, cioè quella liberamente proposta dai ricercatori, la più importante per l’innovazione di medio e lungo periodo.

Il governo è riuscito ad inserire in legge la ricerca libera – è la prima volta che succede – e a destinarle nuovi finanziamenti tramite il fondo FIRST che unifica i fondi esistenti e li incrementa di 300 milioni. Ha esteso la partecipazione ai bandi per la ricerca libera di interesse nazionale al personale di ricerca sia delle università che degli enti pubblici di ricerca affinché il sistema della ricerca pubblica costituisca un’unica rete integrata. Ha vincolato per legge l’assegnazione dei fondi a procedure di valutazione condivise a livello internazionale nelle rispettive comunità disciplinari.

A fronte di quest’impegno riformatore, il Ministero ha varato solo oggi il regolamento per i fondi annuali per i progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN), con una dotazione di poco più di 74 milioni, paradossalmente molto meno di quanto fu stanziato nel 2005. Ci sono delle ragioni di tipo giuridico-finanziario che sarebbero noiose per chi non ama i cavilli e certamente non consolerebbero né convincerebbero per nulla i docenti universitari.

Ma soprattutto, rispetto al testo del regolamento PRIN messo a punto dopo mesi di lavoro, nel decreto appena firmato è stata quasi del tutto perduta l’occasione per operare una riforma profonda, senza precise ragioni. I ricercatori degli enti pubblici di ricerca sono rimasti esclusi, salvo che possono partecipare come comprimari nei progetti dei professori universitari. I dottorandi di ricerca e tanti giovani precari assegnisti e contrattisti di ricerca non vengono nemmeno citati, non possono presentare domanda di finanziamento e forse non possono neppure far parte delle unità operative. L’utilizzazione delle aree scientifiche dell’European Research Council, che avrebbe anche giovato per spingere i ricercatori italiani a confrontarsi sulle stesse basi su cui si confrontano in Europa, è stata sostituita dalla vecchia e rassicurante suddivisione nelle 14 aree CUN, per giunta con un minimo di finanziamento garantito indipendente dalla qualità delle domande pervenute. E si potrebbe continuare.

Un’occasione mancata, nonostante che qualche punto positivo sia rimasto, come la quota riservata ai giovani e il ritorno al sistema dei revisori anonimi. Rimane solo da chiedere con forza che, fatte le dovute modifiche legislative per superare alcune contraddizioni nella legge vigente, il PRIN 2008 sia bandito nel gennaio 2008 e sia davvero quello della svolta: nuove regole, molte più risorse.

La vicenda PRIN ci insegna che vi sono certamente insufficienze del nostro governo ma vi è anche un malessere generale della nostra democrazia. Chi ha avuto dagli elettori il mandato di governare il Paese non è spesso in condizioni di farlo in modo efficiente. Un’inestricabile rete di controlli di forma che tendono a trasformarsi in controlli di merito, una spasmodica attenzione alla procedura più che al risultato si alleano silenziosamente con gli ambienti più conservatori e ottengono l’effetto di diluire nel tempo, per mesi e anni, ogni atto di governo e di occultare ogni responsabilità. Il risultato è la sensazione, assai diffusa nell’opinione pubblica, che nulla cambi mai con nessun governo. E’ il fallimento della politica, che sfocia nell’antipolitica periodicamente riaffiorante.

Sono sincero: viene forte e frequente la voglia di mollare tutto. Se non lo faccio è perché sento la responsabilità che mi è stata affidata e dalle responsabilità non si fugge. E’ un lavoro quasi disperato, in una macchina ministeriale che stenta a funzionare bene e per un sistema universitario esasperato. Ma è l’unico modo di tentare di realizzare nella legislatura il programma che abbiamo proposto e promesso ai nostri concittadini.

La lettera aperta tocca altri due punti caldi. Uno è quello delle nuove regole per i concorsi per ricercatore, tema quanto mai delicato e su cui si stanno esercitando poteri interdittivi forti. Le nuove regole devono assicurare, come prescrive la legge finanziaria 2007, celerità, trasparenza e allineamento agli standard internazionali. Anche in questo caso abbiamo realizzato, almeno in termini normativi, una parte del programma elettorale.

Il mondo accademico si è dimostrato generalmente alquanto scettico, spesso risolutamente contrario alle nuove regole. Sono grato ai firmatari della lettera aperta di una posizione invece favorevole, che spero si diffonda perché è assolutamente urgente recuperare la credibilità nazionale e internazionale dei nostri meccanismi di reclutamento universitario.

In questo momento il regolamento sui concorsi è sottoposto agli organi di controllo. Abbiamo sei mesi di ritardo ma speriamo di concludere quanto prima la procedura mantenendo intatto l’impianto riformatore. Però, per evitare di mandare a residuo i 20 milioni di euro che la finanziaria stanziava per la prima tranche 2007 di concorsi per ricercatore con le nuove regole (sono pur sempre circa 400 nuovi posti), abbiamo deciso di assegnare subito questi fondi alle università in modo che reclutino comunque nuovi ricercatori anche se con le vecchie regole. Lo abbiamo fatto con le stesse preoccupazioni che la lettera aperta sottolinea, ma ci sarebbe sembrato ancora peggio far perdere al sistema universitario queste risorse. Per il 2008 sono già stanziati altri 20 milioni e per il 2009 ulteriori 40, quindi un totale di altri 1200 posti da mettere a concorso con le nuove regole. Non disperiamo di poter incrementare ancora queste cifre con la prossima legge finanziaria.

Vorrei anche segnalare che, per la prima volta, i nuovi posti non saranno assegnati alle università secondo i soliti parametri (numero professori, numero studenti, etc.) ma sulla base del numero dei giovani che ogni università ha formato alla ricerca e sulla base della valutazione della qualità della ricerca operata dal CIVR.

E’ ancora un altro passo per realizzare il nostro programma, sia pure con gravi ritardi e tra grandi difficoltà. Se pensassi che il programma non potesse più essere realizzato, non esiterei un momento a dimettermi.

Infine il secondo punto caldo segnalato dalla lettera aperta, quello dei tagli ai bilanci degli enti di ricerca. Non ho usato prima parole leggere. Ripeto qui che il sacrificio finanziario richiesto ad università ed enti pubblici di ricerca dalla finanziaria 2007 è stato troppo pesante. Però va detto che il taglio ai bilanci degli enti operato a dicembre è stato restituito col decreto-legge di luglio, una volta verificato che il risanamento delle finanze statali era ormai avviato se non raggiunto. Sono in corso le operazioni di assegnazione ai singoli enti di ricerca con un decreto ministeriale su cui devono esprimersi le commissioni parlamentari e gli organi di controllo. Comunque, al termine della procedura, il finanziamento statale degli enti di ricerca vedrà nel 2007 un significativo aumento rispetto ai dati del 2006.

In conclusione devo ammettere che un punto strategico del programma è stato finora mancato, quello della priorità da assegnare al tema del sapere in un’economia della conoscenza. E’ un impegno preciso del Partito Democratico, testimoniato in un appello firmato da migliaia di persone, che la priorità del sapere si trasformi finalmente da predicata in praticata. E’ l’impegno principale della mia attività politica e lo sarà anche nel nuovo partito.

Però, se il primo DPEF del governo Prodi (luglio 2006) sembrava addirittura affermare che la spesa pubblica per l’università era eccessiva, il secondo (luglio 2007) rettifica giustamente la posizione segnalando onestamente che tra i diciannove Paesi europei che fanno parte dell’OCSE, l’Italia è tristemente il fanalino di coda nelle spese per l’istruzione post-secondaria, sia come percentuale rispetto alla spesa pubblica totale (Italia = 1,6%, media europea = 2,7%), sia come percentuale sul PIL (Italia = 0,8%, media europea = 1,3%). Per raggiungere la media europea non basterebbero 4 miliardi.

Sono dati amari e preoccupanti. Entro il mese di settembre sarà sottoscritto un patto per l’università e la ricerca col Ministero dell’economia, sull’esempio di quello sottoscritto nel 2006 dal Ministero della salute che ha dato buoni risultati per quel settore. Dovrebbe seguirne una finanziaria migliore per il nostro settore di quella dell’anno scorso.

Mi rendo ben conto che non sono ancora i “fatti” che giustamente università e ricerca reclamano, ma solo “segnali”. Troppo poco, certamente. Non accampo giustificazioni. Spero solo che i tanti che credono, sperano e lavorano seriamente nell’università e nella ricerca abbiano colto almeno il senso di marcia della nostra azione. Sarebbe già tanto se vogliamo, come vogliamo, che i fatti finalmente arrivino.

Più soldi solo a chi fa ricerca: la risposta di Enrico Letta alla nostra lettera aperta.

Più soldi solo a chi fa ricerca, di Enrico Letta, "Europa", 29 settembre 2007

La ricerca è la fonte dello sviluppo economico e sociale di un paese. Non si tratta di un luogo comune: senza ricerca non c’è futuro per le economie Avanzate. E un partito realmente nuovo, quale il Pd ha l’ambizione di essere, non può che conferirle un rilievo prioritario nella sua carta fondativa. In particolare se crediamo – come sto ripetendo in queste settimane di campagna per le primarie – che la costruzione del futuro debba rappresentare il punto di partenza e, al tempo stesso, il nerbo della proposta politica del Partito democratico.
Difendere e rilanciare la ricerca in Italia significa preparare il terreno per un futuro migliore, per noi stessi e per i nostri figli. Per questo il grido di allarme lanciato ai candidati alla segreteria del Pd da una parte importante del mondo della ricerca italiana, e pubblicato martedì scorso da Europa, merita attenzione nell’analisi e cautela nella formulazione di eventuali soluzioni. Soprattutto perché, se prevalesse ancora una volta la delusione, perderemmo, forse definitivamente, la fiducia di un pezzo irrinunciabile dell’intelligenza del paese.
Partiamo da alcune evidenze. Da oltre un decennio il sistema della ricerca paga lo scotto di un quadro della finanza pubblica deteriorato, che, schiacciato sotto il peso di un enorme debito, continua a penalizzare gli investimenti in settori chiave per la nostra economia.Non solo la ricerca, ma anche l’innovazione tecnologica, le grandi infrastrutture, le energie rinnovabili.
Negli ultimi anni a questa oggettiva criticità si sono accompagnati i contraccolpi di una concorrenza mondiale durissima, proveniente soprattutto dai paesi emergenti. In un simile contesto, in assenza di una risposta di sistema, dietro l’angolo potrebbe esserci l’ennesima emorragia di eccellenti ricercatori. Il tutto a discapito evidentemente di quella valorizzazione del capitale umano e della creatività che da anni invochiamo come un fattore chiave per recuperare slancio e competitività.
Il governo Prodi ha avviato alcune misure per rispondere alle istanze sempre più diffuse e autorevoli avanzate dal mondo della ricerca.
Dal varo dell’Agenzia per la valutazione al piano di risanamento finanziario per le università concordato tra il ministro Mussi e il ministro Padoa-Schioppa. Fino all’apertura, recentissima, del bando Prin. Molto ancora c’è da fare, lo sappiamo. In particolare, è fondamentale dare risposte tangibili, con investimenti cospicui, per quanto riguarda il piano per i nuovi ricercatori e lo sblocco dei concorsi, con l’obiettivo di favorire l’immissione in ruolo di tanti giovani da anni in attesa della propria, legittima, opportunità. L’Agenzia di valutazione deve partire subito.
Il Cnr deve ritornare al suo ruolo di motore fondamentale della ricerca, governato, come accade in tutti i paesi europei, da scienziati di fama e non da manager.
Si tratta di obiettivi ambiziosi e di breve termine, possibili da raggiungere se intorno ad essi saremo in grado di convogliare l’attenzione e il consenso dell’intera maggioranza di governo. Esistono poi obiettivi più a lunga gittata, sui quali il Partito democratico, fin dalla sua costituzione, può pungolare insistentemente il dibattito. Contribuendo anzitutto a superare l’equivoco concettuale secondo cui le politiche per la ricerca sono settoriali, appannaggio esclusivo di un solo ministero. E ricordando a tutti che la fuga dei cervelli – riflesso e allo stesso tempo concausa dello stato in cui versa la ricerca italiana – rischia di trasformarsi in una sconfitta d’immagine per il nostro paese, nella dimostrazione della nostra incapacità di offrire occasioni di futuro alle nostre eccellenze.
Premesso che è facile e quasi banale affermare che occorre garantire finanziamenti adeguati alla ricerca e non interromperne il flusso, come purtroppo negli ultimi anni è accaduto, vorrei esporre anche alcune idee forse un po’ eterodosse rispetto alle attese dei firmatari dell’appello, ma credo che, proprio perché l’ambizione del Pd è quella di disegnare il futuro del paese, sia opportuno misurarsi sulle questioni difficili.
Primo. Sono convinto che occorra separare i canali di finanziamento delle università in due parti: una proporzionale al numero degli studenti iscritti e con premialità per i servizi alla didattica migliori; l’altra rigorosamente proporzionale alla ricerca.
Secondo. Credo che anche una ricerca che possa diventare attività imprenditoriale debba essere incentivata: corsi di dottorato con un corpo docenti internazionale, tenuti in inglese, con l’obiettivo non necessariamente di preparare alla carriera accademica, ma magari di inserire uomini e progetti innovativi nell’industria e, perché no?, nell’alta amministrazione pubblica.
In conclusione, su questi temi è necessario ragionare senza pregiudizi e a tutto campo, e che la valorizzazione dei cervelli e della ricerca scientifica non è solo questione di soldi (come, del resto, i firmatari dell’appello sanno benissimo).

Lo ha detto Mussi-4: Intervista del 4 Settembre 2007

UNIVERSITA' e RICERCA motore dell'Italia: ne parlano Andrea Ranieri e Fabio Mussi, intervistati da Giuliano Giubilei e Giovanni Caprara. Cliccate sul titolo del post e guardatatevi il video dove Mussi predica bene........

martedì 25 settembre 2007

LETTERA APERTA SU UNIVERSITA' E RICERCA AI CANDIDATI SEGRETARI DEL PARTITO DEMOCRATICO (pubblicata su "Europa" il 26 settembre)

I problemi della ricerca in Italia non sono una novità, ma oggi la loro gravità è ulteriormente cresciuta. Ogni forma di seria programmazione sembra misteriosamente inattuabile e malgrado ricerca e istruzione rappresentino il primo punto nella cosiddetta “Agenda per la crescita” adottata dal Governo, nessuno dei buoni propositi annunciati è stato realizzato dopo più di un anno di legislatura. I fondi, che erano già scarsi, sono diventati drammaticamente insufficienti e le riforme promesse dal Ministro Mussi sono tuttora “imbalsamate” da nuove normative, la cui discussione sta creando una fase di stallo apparentemente senza fine. Per rimediare servono interventi concreti, adeguati ed immediati da parte del Governo, servono risorse vere e non virtuali, e ce li aspettiamo a partire dalla imminente finanziaria.

Per questi motivi, abbiamo inviato una lettera aperta ai candidati segreteri del nascente Partito Democratico. La lettera è visibile alla pagina web http://www.fisv.org/SciPol.php , (per visualizzarla cliccate sul titolo del post. Le adesioni sono per ora circa 500, tra docenti, ricercatori e precari di Università ed Enti di Ricerca e sono destinate a crescere. Non chiediamo favori o elemosina, vogliamo denunciare la grave fase di stallo che stiamo vivendo e auspichiamo riforme vere e non virtuali. Siamo stanchi di promesse.

Nella lettera, che sarà pubblicata il 26 settembre sul quotidiano "Europa", chiediamo ai candidati quali priorità intendono assegnare a università e ricerca e quali interventi pensano di attuare, per arrivare finalmente a riforme concrete e veramente risolutive, al fine di rilanciare la ricerca scientifica nel nostro paese.

Come primo risultato, abbiamo ricevuto l’inattesa risposta del sottosegretario Modica (http://www.lucianomodica.it/attivita_view.php?id=109), che fa una seria autocritica sul primo anno e mezzo di attivita' del Parlamento, del Governo e del Ministero sulle questioni universitarie.

Ora aspettiamo che si apra un dibattito serio e proficuo sui temi da noi sollevati. Candidati: fatevi avanti!

lunedì 24 settembre 2007

Sulla divisione tra Università ed Enti: lettera di Patrizia Lavia, Maurizia Caruso e Armando Felsani

Caro Patrizio e cari tutti,

Questo mail è frutto di considerazioni nostre e di vari colleghi CNR con
i quali ci siamo scambiati amarezze in questi giorni. Constatiamo, anche
nella vicenda PRIN, la persistente divisione tra Università ed Enti.

Da alcuni anni assistiamo, nell’indifferenza imperturbabile del mondo
universitario, alla totale mancanza di definizione (di fatto, uno
smantellamento) del CNR, il più grande ente pubblico di ricerca, la cui
eccellenza in alcuni settori è fuori discussione e che noi non vi
dobbiamo dimostrare; un ente di cui tutti i professori universitari di
una certa generazione sono stati parte e da cui tutti hanno avuto
finanziamenti e borsisti. Ora il CNR è in uno stato di non dichiarata ma
ineluttabile agonia. Si vorrebbe, forse, che facesse ricerche più
applicative, ma non lo si dota dei mezzi necessari e invece lo si
gerarchizza, come se questo fosse risolutivo. Come mai voi professori
non ve ne sentite toccati, non dico per solidarietà con noi, ma non
foss’altro perchè si usano ottusamente risorse dello stesso ministero
per mantenere una rete di istituti che non sono poi messi nella
condizione di produrre ricerca?

Anche l’ultima vicenda del PRIN è significativa. Prima si era detto di
aprirlo agli Enti. Poi è emerso che i soldi sono troppo pochi. Adesso il
bando, nel suo ennesimo tentativo di compromesso tra capra e cavoli, è
semplicemente offensivo quando dice “può essere prevista, all'interno di
ciascun progetto, la partecipazione di un'unità operativa appartenente
agli Enti di Ricerca”, ma poi attenzione: Il coordinamento di ogni UO è
affidato ai soggetti di cui al comma 2, e cioè: un Professore o un
ricercatore del ruolo universitario, o un assistente ordinario del ruolo
ad esaurimento. Quindi, il ricercatore degli Enti non può avere la
responsabilità della propria UO?! Allora, se il problema è di soldi, era
meglio non nominarci proprio e dichiarare che questo bando è riservato
alla ricerca universitaria. Ma non si può dire ad un ricercatore che
egli può contribuire alla ricerca solo se un universitario amico se ne
assume la responsabilità! Ma perché il bando deve costringere i
ricercatori degli Enti a una tale mancanza di dignità, per due lire? Non
si capisce, e non se ne vede la finalità: si tratta di un compromesso
scioccamente ed inutilmente offensivo. A proposito di merito, peraltro,
non ci è sembrato di vedere nel bando che i coordinatori debbano
accludere il loro CV o le pubblicazioni. Come dire: basta la parola!

Il sentimento generale dei colleghi CNR è che non se ne può veramente
più, e non è solo un problema di soldi. Crediamo che i ricercatori CNR
debbano a questo punto trovare una forma d’espressione (forse da
discutersi nel prossimo congresso FISV?). Poiché la mailing list
affronta diversi aspetti del modo in cui la ricerca viene governata,
pensiamo che anche gli universitari debbano riflettere su questi punti,
che non sono solo un ‘nostro’ problema.

Patrizia Lavia, Maurizia Caruso e Armando Felsani


Patrizia Lavia
CNR National Research Council
IBPM - Institute of Molecular Biology and Pathology
c/o Department of Genetics and Molecular Biology
University "La Sapienza"
Via degli Apuli 4, 00185 Rome, Italy
Fax: +39-06-445 7529
Lab Phone: +39-06-445 7528
Office: +39-06-4991 7536
patrizia.lavia@uniroma1.it

sabato 22 settembre 2007

"Ricercatori, bocciata la riforma: concorsi nuovi con regole vecchie" di Veronica Cursi

In questo articolo pubblicato su "Il Messaggero " (per leggerlo cliccate sul titolo del post) viene commentata la bocciatura del nuovo regolamento sul reclutamento dei ricercatori universitari da parte del Consiglio di Stato. Si legge che la bocciatura è "dovuta a due vizi di legittimità in particolare: l'obbligatorieta' del titolo di dottore di ricerca o assegnista di ricerca, che secondo i giudici amministrativi sono titoli di merito e non possono essere vincolanti per la partecipazione al concorso. E il metodo per la costituzione delle commissioni di ateneo: per il Consiglio di Stato le commissioni devono dare maggior peso agli esperti."

Il famigerato comma 3 dell'articolo 3 del bando PRIN 2007: sono ammesse le unità "meticcie"?


ART. 3 
Caratteristiche dei progetti.

1. I progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN) possono essere relativi ad ognuna delle 14 aree disciplinari di cui al citato D.M. n. 175 del 2000.

2. Ciascun progetto di ricerca è sviluppato in una o più unità operative e deve essere coordinato da un Professore o da un ricercatore del ruolo universitario, o da un assistente ordinario del ruolo ad esaurimento, denominato Coordinatore scientifico. Ciascun progetto può prevedere un numero massimo di cinque unità locali. Il Coordinatore scientifico, oltre all'attività di coordinamento dovrà, per il tramite di una propria unità operativa, essere impegnato direttamente nella ricerca.

3. Il coordinamento di ogni unità operativa è affidato ai soggetti di cui al comma 2, denominati Responsabili di unità. Può essere prevista, all'interno di ciascun progetto, la partecipazione di un'unità operativa appartenente agli Enti di Ricerca.


DOMANDA: I ricercatori degli enti devono esclusivamente appartenere ad un'unità operativa omogenea, ovvero composta solo da ricercatori degli enti (coordinatore a parte), oppure si prevedono anche unità "meticcie"? Per saperne di più dovremo chiedere al Cineca.

La telenovela dei PRIN: risposta a Fulvio Esposito

Caro Fulvio,

Grazie per la tua approfondita analisi sul decreto dei PRIN 2007. Vorrei solo aggiungere qualche altro commento.
Rispetto alle bozze precedenti, in quella di agosto e nel decreto definitivo pubblicato sul sito del MiUR, sono spariti gli esperti revisori stranieri, a mio parere indispensabili per i settori scientifici. Sempre per i settori scientifici, trovo inutile l'obbligo di compilare la domanda anche in italiano. Penso, inoltre, che si potrebbe fare a meno del comitato dei 9 “saggi”, i progetti dovrebbero essere smistati direttamente ai revisori presenti nel database secondo le parole chiave, senza possibiltà di “interventi” ulteriori, basterebbe una segreteria competente e degli esperti d'area nominati dalle società scientifiche.

Un altro punto dolente è dato dal grave ritardo con cui questo bando fa la sua uscita, dopo una confusa e grottesca telenovela durata 6 mesi, fatta di annunci, smentite, bozze e contro-bozze! Per non parlare del budget di 74 milioni di euro, una ridicola elemosina che potrà causare una distribuzione a pioggia, oppure una selezione estrema (dove non sempre è premiata la qualità), col rischio di accantonare ottimi progetti, come già accaduto nel 2006. E non sono così sicuro che il budget verrà incrementato, come dicono. C’è, poi, il problema degli enti di ricerca che prima sono stati illusi e adesso si ritrovano anch’essi relegati ad una partecipazione di secondo piano, costretti a competere con gli universitari per contendersi un misero osso rosicchiato. A questo riguardo, non è ancora ben chiaro se sarà possibile organizzare unità miste (enti +università).

Sono anche io molto deluso e con me moltissimi altri colleghi: tutti confidavamo nel Governo ed in Mussi. Anche per questo, abbiamo preparato il testo per una lettera che sarà inviata ai candidati alla segreteria del nascente Partito Democratico. Siamo arrivati a 449 firme. In questo modo speriamo di “agitare” le acque stagnanti in cui stiamo annaspando e innescare un dibattito ampio e proficuo, perchè sulla ricerca non cali il sipario del silenzio. Perchè i politici finalmente si convincano che siamo stanchi di promesse disattese e capiscano che serve una programmazione seria, servono vere riforme, immediate e risolutive per la ricerca. L'improvvisazione funziona solo nel jazz!

Aderite alla lettera aperta per i candidati segretari del nascente Partito Democratico

Insieme a Jacopo Meldolesi, Patrizia Lavia e Angelo Peccerillo abbiamo preparato il testo per una lettera che sarà inviata ai candidati segreteri del nascente PD. Siamo arrivati a 449 firme. L'obiettivo è di smuovere un po’ le acque, innescare un dibattito, far si che si continui a parlare dei problemi della ricerca e dell’università, magari cercando anche di risolverli.

Martedì prossimo la lettera dovrebbe essere pubblicata su “Europa”. Per leggere la lettera cliccate sul titolo di questo post. Se ne condividete il senso generale, date la vostra adesione compilando la scheda.

Un intervento di Fulvio Esposito, Rettore dell'Università di Camerino, sul decreto dei PRIN 2007

Caro Patrizio,


Mi permetto di elencarti alcuni dei punti ‘spariti’ o modificati in senso retrogrado, rispetto alla bozza-Modica.

1) Il Comitato guida era di cinque membri. Si è passati a 9, numero pericolosamente più vicino al ‘magico’ 14 (quello delle ‘aree CUN’).
2) E’ stata tolta la possibilità di essere partecipanti a pieno titolo ai progetti di ricerca ad assegnisti, dottorandi, ricercatori in formazione, etc. Ci si è ancora una volta ristretti ai professori e ricercatori di ruolo; un vero ‘schiaffo’ ai tanti giovani non strutturati che avevano salutato con soddisfazione il testo precedente ed una palese violazione della Raccomandazione della Commissione Europea sulla ‘Carta Europea dei Ricercatori’, sottoscritta dal sistema italiano dell’Università e della Ricerca.
3) Era stato introdotto il riferimento dei progetti ai temi di ricerca utilizzato dall’European Research Council, si torna invece alle classiche 14 macroaree disciplinari, abbandonando così un importante aggancio europeo di serietà e internazionalizzazione.
4) Si è tornati ai modelli A (nazionali) e B (locali) della domanda di finanziamento, accantonando così una procedura che semplificava la presentazione dei progetti, senza artificiosi accumuli di moduli con infinite ripetizioni che nessun referee è in grado di leggere davvero.
5) I coordinatori dovevano accludere un loro breve curriculum scientifico e un elenco delle loro pubblicazioni: questo fondamentale elemento valutativo è stato soppresso.
6) Non era prevista alcuna riserva di finanziamento (a parte quella per i giovani) indipendente dalla qualità della ricerca, ed invece si è ritornati alla vecchia regola del minimo del 3% riservato a ciascuna area, indipendentemente dalla qualità dei progetti.
7) Si era introdotta una sigla di ciascun progetto per meglio rintracciare le pubblicazioni collegate al progetto; è stato tolto questo adempimento.
8) Pur mantenendo il principio del referee indipendente ed anonimo, si è re-introdotto un giudizio collegiale.
9) Si è posto un limite massimo di 5 unità operative ad ogni progetto, reintroducendo regole burocratico-aritmetiche che erano state finalmente accantonate.
10) Si è vietato di partecipare a più di un progetto (vedi precedente).
11) Non si sono (invece) poste le basi per raccogliere i dati allo scopo di verificare l’incompatibilità, per ragioni di tempo massimo impegnato, della partecipazione a troppi progetti nell’ambito del FIRST.
12) Si è soppressa la possibilità di esporre i costi (in quota) del personale partecipante al progetto nella linea del modello europeo del full cost.
13) Non sono indicate esplicitamente le tipologie di voci di costo di ogni progetto e, di conseguenza, le regole per una gestione flessibile dei costi che avrebbero facilitato il compito dei coordinatori, senza aggravarli di regole amministrative spesso incompatibili con l’attività di ricerca.
14) Si è tornati ad una quota di finanziamento del 70%, rispetto al 75% che era stato previsto.
15) A fronte di una disponibilità per il finanziamento dei progetti di soli 74 milioni di Euro, si è deciso di retribuire i referees con 250 Euro per ogni rapporto di valutazione.
16) Era prevista una verifica ex post dei fondi propri davvero disponibili, con esclusione immediata di chi non li avesse; si è tornati invece alle verifiche ex ante con inutili e burocratiche dichiarazioni cartacee di rettori e presidenti.

Qualcuno proverà a dirci che le modifiche sono state fatte a seguito dei rilievi della Corte dei Conti. Non è vero: nessuno dei punti che ti ho elencato era stato eccepito nel merito dalla magistratura contabile! Ti sottolineo, con amarezza infinita, che, per quanto riguarda il rispetto nei confronti di quei giovani non strutturati, dei quali ogni giorno cantiamo le lodi definendoli patrimonio irrinunciabile delle nostre sedi di formazione e di ricerca, questo testo è un marcato passo indietro rispetto all’ultimo PRIN del Ministero Moratti. Non aggiungo altro.

Si potrà ancora cercare di rimediare almeno ai guasti più grossi? Non so. Intanto, ti invio un caro saluto,

Fulvio

venerdì 21 settembre 2007

Premesse e promesse: perplessità sui fondi destinati al reclutamento straordinario dei ricercatori.

Da parte di Marco Franceschin, Dipartimento di Chimica della Sapienza.


Cari tutti, come personale precario della Sapienza siamo molto preoccupati e un po’ perplessi nel leggere dall’estratto dell’ultimo CdA:

- Concorsi ricercatori universitari. Il Rettore ha informato che il decreto legge n. 147 del 7 settembre 2007 ha stabilito, al fine di garantire una più ampia assunzione di ricercatori nelle università e negli enti di ricerca, di non applicare per l'anno 2007 le disposizioni della legge 296/06 concernenti il reclutamento straordinario dei ricercatori universitari e di destinare in altro modo le risorse non utilizzate per detto anno.

Il decreto citato doveva servire infatti, almeno nelle intenzioni del Ministero, a determinare lo “sblocco” dei fondi destinati al piano straordinario di assunzione di ricercatori, in attesa della riforma, per poter su quei fondi bandire concorsi da ricercatore secondo le “vecchie” cioè attuali regole.

Il testo recita così:

Al fine di garantire una più ampia assunzione di ricercatori nelle università e negli enti di
ricerca, le disposizioni di cui all'articolo 1, commi 648 e 651, della legge 27 dicembre 2006,
n. 296, non si applicano per l'anno 2007 con riferimento alle assunzioni ivi previste e le
risorse di cui ai commi 650 e 652 della medesima legge n. 296 del 2006, non utilizzate per
detto anno sono, rispettivamente, destinate per euro 20 milioni ad incremento
dell'autorizzazione di spesa relativa al Fondo per il finanziamento ordinario delle università
di cui all'articolo 5, comma 1, lettera a) della legge 24 dicembre 1993, n. 537, e per euro
7,5 milioni ad incremento dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 43, della
legge 28 dicembre 1995, n. 549, come determinate dalla tabella C della citata legge n. 296
del 2006. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri
decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

Quindi, nonostante le premesse contenute sia nel decreto che in questo breve stralcio (“al fine di garantire una più ampia assunzione di ricercatori nelle università e negli enti di ricerca”) sembrerebbe che di fatto i fondi non più vincolati al piano straordinario di assunzioni (che non è partito) vadano a finire nel FFO, quindi praticamente nel calderone dove finisce un po’ di tutto: dagli aumenti di stipendio automatici per professori e personale amministrativo alle iniziative di orientamento (e dell’estate romana).

Ne consegue un grave danno per noi precari e una forte contraddittorietà tra premesse (e promesse) e risultati. Certo, nulla impedirebbe al nostro Ateneo di vincolare con chiarezza quei fondi aggiuntivi all’assunzione di nuovi ricercatori, ma sembra che le intenzioni siano di andare in tutt’altra direzione.

giovedì 20 settembre 2007

Il telegramma dei ricercatori a Mussi & co.

Ricevo da Guido Favia, e inserisco volentieri nel blog, il testo di un telegramma inviato ieri a Mussi & co. da vari ricercatori dell'Università di Camerino.

Destinatari:

Ministro dell’Università e della Ricerca, On. Fabio Mussi,
Sottosegretario alla Ricerca, On. Luciano Modica,
Presidente della CRUI, Prof. Guido Trombetti,
Commissario Europeo per la Ricerca, Dr. Janez Potocnik,
Ministro dell’Economia e delle Finanze, On. Tommaso Padoa Schioppa

Testo:

L’assemblea dei ricercatori di ruolo e non di ruolo dell’Università di Camerino, riunitasi in data odierna, esprime profonda delusione per il bando PRIN 2007, molto lontano dalle aspettative dei ricercatori stessi. In particolare, rispetto alle bozze circolate sino a qualche giorno fa, è stata tolta la possibilità ai ricercatori non di ruolo di partecipare a pieno titolo ai progetti di ricerca e di esserne coordinatori, in palese violazione della Raccomandazione della Commissione Europea inerente la Carta Europea dei Ricercatori, sottoscritta con atto formale dal sistema italiano dell’università e della ricerca. L’assemblea pertanto richiede un’immediata modifica che ripristini i diritti dei ricercatori non di ruolo, affinché la valutazione dei progetti sia basata esclusivamente sulla qualità degli stessi e non sulla qualifica professionale dei proponenti.

F.to: Assemblea dei Ricercatori dell’Univ. di Camerino

Il testo del decreto PRIN 2007 è sul sito del Ministero

Sul sito del Ministero troverete il decreto sul PRIN 2007. Il testo è stato aggirnato rispetto a quello diffuso ieri: miracoli dell'improvvisazione ministeriale! E' stato eliminato a sorpresa il numero minimo dei 3 ricercatori e si torna all'antico, meglio così. Adesso un'unità locale può comprendere diverse figure: tecnici, dottorandi, borsisti, assegnisti, ricercatori, professori ecc. ecc. I ricercatori degli enti possono partecipare, ma dal testo non si capisce se sono previste anche unità locali miste (enti + università). Ogni progetto può essere composto al massimo da 5 unità locali. Se ho capito bene, il responsabile dell'unità locale e del gruppo nazionale deve comunque essere un ricercatore o un professore universitario.

I soldi disponibili per ora sono 74 milioni di euro, ma sembra che il budget sarà incrementato. C'è da fidarsi?

mercoledì 19 settembre 2007

Si rivede il PRIN 2007!!!

Cari Colleghi,

Udite, udite, udite! Il nuovo (definitivo...) bando PRIN 2007 sta circolando e sarà in Gazzetta nei prossimi giorni. La notizia è attendibile perchè il bando è stato inviato dal Presidente della CRUI, Guido Trombetti, a tutti i Rettori. Io l'ho ricevuto oggi da dei colleghi di Viterbo e Palermo. Purtroppo, da noi alla Sapienza, il Rettore Guarini si guarda bene dal far girare le informazioni utili.

A parte questo, la notizia non ufficiale, ma più preoccupante, è che il budget disponibile per ora sarebbe di soli 74 milioni di euro, anche meno dello scorso anno!!!!!!! Se questo si confermasse, università ed enti competeranno per rosicchiare un misero osso! Si tratta di un pessimo contentino.

martedì 18 settembre 2007

Che fine ha fatto l'ANVUR?

Si è parlato molto dell'Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione dell'Università e della Ricerca) che sarebbe dovuta nascere dalle ceneri del CIVR e del CNVSU. L'Anvur avrebbe dovuto valutare con serietà l'attività di ricercatori e professori e innescare un meccanismo virtuoso per premiare le università che assumono i più bravi, ovvero "Chi sbaglia, paga", aveva detto Mussi. Ottima idea, sulla carta.
Ora ci chiediamo in quale oscuro ed umido meandro del Ministero della Ricerca e dell'Università si sia andata a nascondersi l'Anvur. Si sa solo che il decreto per la sua istituzione è stato bloccato dal Consiglio di Stato. Che ci sia un virus sconosciuto che infetta e rallenta tutte le azioni del Ministero?


Pubblico un articolo di Vittorio Sgaramella sull'Anvur, uscito vari mesi fa su Repubblica.


In Italia da sempre urge la necessità di riformare università e ricerca: oggetto specifico di un dibattito ormai antico è un nuovo ente, l’Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR).
La necessità aguzza l’ingegno, ripeteva mia madre. Aguzziamolo e capiamo meglio che cosa vogliamo e come. Dalle discussioni in atto e dai documenti che girano emergono richieste diverse: così in un “Appello per il rinnovamento dell’Università” alcuni colleghi sanciscono che “non ci può essere autonomia senza risorse, né risorse senza responsabilità, né responsabilità senza valutazione”. Ben detto: auspico solo che l’autonomia sia vista come un mezzo, non come il fine di un impegno teso a migliorare la vita; e che a una corretta valutazione segua una puntuale attuazione. Altri chiedono al Ministro interventi contro un “sistema che permette di addomesticare le valutazioni”. Dio sa, e così anche il Ministro, che è purtroppo vero. Una commissione dell’Accademia dei Lincei invoca “criteri che non siano mai punitivi, ma solo premiali nei confronti delle università meritevoli”. Buonismo?
Siamo in tanti a aspettare un migliore sistema di valutazione nei confronti non solo dell’università, ma della docenza in generale. Questo perché, mentre la tradizionale universitas studiorum (dopo la Chiesa, l’istituzione più longeva della nostra civiltà) sta faticosamente cercando di rinnovarsi, come efficaci centri di formazione superiore si stanno affermando i grandi istituti di ricerca, specie nelle scienze. Tra i migliori la Rockefeller University di New York: il suo motto è “Pro Bono Humani Generis” e nel ’44 O. Avery vi scoprì il DNA. Ora ospita felicemente poche centinaia di studenti e altrettanti professori, tra cui molti Nobel. Non da meno sono gli Istituti Max Planck in Germania. Nelle bioscienze emergono il Cold Spring Harbor Laboratory di New York, l’European Molecular Biology Laboratory di Heidelberg, il Molecular Pathology Institute di Vienna. Molti sorgono nei paesi orientali. E noi? In questo senso facciamo poco, meno di quel che dobbiamo e possiamo. Il discusso IIT di Genova è un progetto calato dall’alto e va seguito con attenzione. Certo un sistema di valutazione non autoreferenziale potrebbe darci una mano a individuare e sostenere i nostri pochi settori di reale eccellenza.
Ciò sarebbe possibile in quanto la valutazione preliminare (ex-ante) di chi si candida a insegnare e ricercare nelle scienze è più semplice che in altre discipline: i titoli da contare e pesare sono le pubblicazioni in inglese, lingua franca della scienza, apparse su riviste internazionali. Della più impegnativa valutazione consuntiva (ex-post) non tratteremo qui, se non per dire che se l’ex-ante è stato buono, l’ex-post sarà agevolato: ma è fondamentale che operi dal basso e dalla periferia.
Su questi problemi si sono già cimentati in tanti (CNVSU, CIVR…): ora spunta l’ANVUR. Circolano linee-guida per il suo regolamento che prevede un apparato di tutto rispetto: un organico stabile con direttore e consiglio direttivo di sette membri a tempo pieno, un presidente, consulenti ecc. E almeno cinque anni di durata e cinque milioni di € l’anno di spesa. Un impegno, anche di competenze scientifiche, che rischia di aggravare un sistema già debole. Se l’obiettivo è trovare valutatori esperti, indipendenti e efficaci, la missione è (quasi) impossibile. Troppo pochi soldi? No, troppo pochi gli esperti realmente tali! Il loro numero in Italia è così ridotto che quelli presenti in un dato settore non possono esser indipendenti: con i candidati da valutare, o collaborano, o competono. Un’indipendenza opaca svaluta la più lucida esperienza.
È un fatto che da noi, più che altrove, docenza superiore e ricerca avanzata sono in crisi: ne segue che i maggiori responsabili sono coloro che le hanno valutate. Quindi, se vogliamo cambiare musica, cambiamo suonatori. Quale altra soluzione se non rivolgersi oltre confine? Guardiamo alle esperienze degli altri, ma anche alle nostre realizzazioni. Tra le prime ricordiamo i risultati di paesi a noi vicini per dimensioni, storia, geografia. L’impiego di esperti stranieri è diffuso in Spagna, Irlanda, nei paesi baltici e altrove. Da noi potrebbe anche essere un elemento di rottura, indispensabile per superare il nostro classico gattopardismo che ci fa cambiare solo per restare come eravamo. Ma evitiamo stucchevoli autocommiserazioni e riconosciamo a esempio le buone prestazioni dei nostri fisici, entro e fuori i confini nazionali. Evitiamo anche di risuscitare sistemi imbolsiti e pensiamo al nuovo. Si consideri una mini-ANVUR, che aiuti gli enti erogatori di cattedre e fondi pubblici a istruire le valutazioni ex-ante e i fruitori a stilare i consuntivi, entrambi a perfezionare le valutazioni ex-post. E se ne contempli anche l’abrogazione dopo cinque anni, a meno di seri motivi. Se in quel periodo la mini-ANVUR avrà elaborato regole generali e reso gli enti erogatori in grado di funzionare normalmente, sarà la benemerita.
Il nostro sistema docenza/ricerca di fatto s’è sinora sottratto a una seria valutazione grazie a un’abusata “libertà accademica”. L’invocata “cultura della valutazione” si coniughi con una “cultura della responsabilità” e entrambe si traducano in una prassi efficiente e duratura.

Vittorio Sgaramella

Università e Ricerca: il nuovo Rinascimento (dicembre 2006)

Da un intervento di Luciano Modica

La ricerca libera, sia presso le università sia presso gli enti pubblici di ricerca, deve quindi essere sostenuta, aumentandone decisamente i finanziamenti e caratterizzandone meglio regole e competitività senza mortificare o asfissiare finanziariamente alcun settore della conoscenza. Nella proposta di legge finanziaria per il 2007 vi è un intervento in questa direzione. Viene infatti istituito un Fondo per gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica (FIRST), che unifica vari capitoli esistenti di finanziamento ministeriale per la ricerca ma soprattutto ne incrementa notevolmente la dotazione, che passa dai circa 200 milioni di euro del 2006 ai 500 del 2007, confermati per il 2008 e ancora aumentati a 560 nel 2009. In una finanziaria così difficile, un simile aumento annuo (+150%) è da considerarsi davvero significativo ed evidenzia la priorità che il governo assegna al tema della ricerca.
Tra i fondi ricompresi nel FIRST vi sono quelli relativi ai progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN), che sono il tipico luogo del finanziamento della ricerca libera universitaria, e quelli relativi alla ricerca di base (FIRB). L’aumento del FIRST reca dunque maggiori risorse anche ai PRIN e al FIRB. Anzi l’impegno del Ministero è quello che il FIRST sia prevalentemente destinato al sostegno dei progetti di ricerca presentati autonomamente (il cosiddetto bottom up) da gruppi di ricerca presso le università e gli enti pubblici di ricerca, ridando fiato ad un settore abbastanza penalizzato, come dicono anche Levi Montalcini e Calissano, negli anni scorsi. Peraltro al FIRST afferiranno anche altre forme di finanziamento del Ministero, tra cui quelle per le imprese che propongono ricerche in collaborazione con università ed enti pubblici di ricerca (Fondo agevolazioni per la ricerca o FAR), che costituiscono l’altro aspetto della ricerca orientata o finalizzata, nonché quelle per le ricerche orientate dallo Stato (top down) sui grandi temi strategici per l’Italia o sulle piattaforme tecnologiche, secondo quanto contenuto nel Piano nazionale per la ricerca.

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Che dire, cari amici? In questo scritto si favoleggia di 500 milioni di euro! Ma chi li ha visti mai! Purtroppo, a giudicare da quello che è successo ( o meglio, che non è successo) durante questo anno drammatico per l'università e la ricerca in italia, a Luciano Modica e Fabio Mussi deve essere sfuggito qualcosa. Altro che Rinascimento, qui si tratta del più cupo Medioevo.
Se volete saperne di più, cliccate sul titolo del post.
PD

Interrogazione parlamentare ai Ministri dell'università e della ricerca, dell'economia e delle finanze.

E' tuttora ignoto il destino di una parte dei fondi assegnati agli enti pubblici, accantonati dalla finanziaria nel 2007 e mai restituiti. Non se ne ha notizia, malgrado una petizione organizzata dal Manifesto dei Ricercatori (sottoscritta da oltre 1000 firme) ed un’interrogazione parlamentare del gruppo PCdI-Verdi al Senato, che non ha avuto risposta.

Per consultare l'interrogazione, cliccate sul titolo.

CNR A SECCO, LA RICERCA E' PERDUTA. Di Marco Sodano e Raphael Zanotti, pubblicato su "La Stampa"

Ricevo da Patrizia Lavia un articolo sul CNR, pubblicato da " La Stampa".

Poeti, santi e navigatori. Di scienziati, invece, sempre meno. Non si può piangere sulla ricerca perduta e allo stesso tempo assetarla: il denaro disponibile è sempre meno, i criteri per spenderlo più misteriosi e intanto gli istituti più prestigiosi faticano a pagare il riscaldamento e la bolletta della luce. Al Consiglio nazionale delle ricerche, forse il nome che ha dato più lustro alla ricerca italiana, tira aria di sbaraccamento dal 2002. Prima la riforma di Letizia Moratti e l’introduzione del criterio «manageriale» nella gestione, poi le leggi Finanziarie lo stanno disgregando. E così la ricerca è sempre più legata ai privati che, in cambio di qualche soldo, ottengono di poter indirizzare la ricerca, usano le strutture del Cnr, la conoscenza dei ricercatori e alla fine si prendono il brevetto.

I manager al potere
L’effetto della riforma Moratti, diligentemente applicata dal discusso presidente del Cnr Fabio Pistella, è stato quello di gonfiare la burocrazia a dismisura. Se prima gli istituti si cercavano i fondi privati da soli e in autonomia, oggi fanno lo stesso ma devono rispondere a una catena gerarchica spaventosa: il Cda del Cnr delibera le linee guida, i singoli direttori di dipartimento (ne sono nati 12) «formulano le linee programmatiche». Gli istituti passano al dipartimento le proposte di attività di ricerca. Queste vengono confrontate fra ciascun dipartimento e fra gli istituti. Si concordano le commesse, quindi il consiglio dei direttori di dipartimento verifica la congruenza delle proposte e predispone una proposta coordinata. Poi la trasmette al direttore generale. A quel punto una persona normale si sarebbe arresa. Al Cnr invece vanno avanti: il direttore generale integra la proposta coordinata con le esigenze gestionali e predispone un piano preliminare poi inviato al Presidente. Quest’ultimo, acquisito il parere del Consiglio scientifico generale, mette giù il piano definito, che viene infine sottoposto al vaglio del Cda e inviato al ministro. Isaac Newton, con un sistema del genere, poteva soffocare sepolto dalle mele prima di poter proferire anche solo una parola sulla Legge di Gravità.
Rivoluzione copernicana
Grazie a questo sistema, tutto ruota intorno alla presidenza. Con effetti davvero curiosi. Se la Finanziaria 2007 ha imposto un taglio dei fondi del 5%, la presidenza Pistella ha interpretato la sforbiciata con criteri quanto meno originali. Mentre alcuni istituti si son visti ridurre il finanziamento ordinario di oltre l’80% - quelli dove ci si chiede come pagare il telefono - e chi ha avuto 340mila euro nel 2006 «necessari giusto per sopravvivere» quest’anno deve contentarsi di 70mila, le cifre stanziate per consorzi, convenzioni e relazioni esterne sono cresciute del 60%.

I laboratori a stecchetto
Il sistema delle scatole cinesi costa, in termini di stipendi al personale, moltissimo. E i costi per il personale sono proprio quelli di cui il Cnr sembra aver meno bisogno. L’ultima relazione della Corte dei conti spiega che nel 2005 il 94,9% del fondo del ministero se n’è andato da solo per pagare gli stipendi. E la cifra è in aumento. Tra il 2003 e il 2005 il personale è diminuito del 10% (-753 unità), eppure i costi sono cresciuti del 5% (+22 milioni di euro). Colpa delle buonuscite e degli scatti automatici. La politica di spingere verso il pensionamento non paga: ogni persona che si ritira costa quell’anno all’ente come tre persone del suo stesso livello. E gli scatti economici, tra il 2002 e il 2005, hanno incrementato di un quarto i costi per il personale. Ovvio poi che, di fronte al taglio della finanziaria, il presidente Pistella faccia compilare un’elegante circolare in cui spiega: «Tutte le spese sono incomprimibili, tranne il fondo di dotazione degli istituti». Gli stipendi non si possono ridurre. Ma questo vuol dire: se si taglia, si taglia in laboratorio. E dire che già nel 2005 il valore di macchine e strumenti scientifici erano in netto calo: -35,48%. Importa poco che il numero di pubblicazioni scientifiche firmate dal Cnr sia in calo. Il contributo dell’ente alla ricerca propositiva - dice sempre la Corte dei Conti - è diminuito del 25%.

Il terzo riordino
A queste condizioni, mentre l’atmosfera si fa sempre più pesante e l’attività di ricerca sempre più rada, ai più è chiaro che il promesso (dal ministro della Ricerca scientifica Fabio Mussi) «riordino degli enti di ricerca» si farà solo a condizione di trovare una cura da cavallo. Il fatto che il Cnr proceda dritto per la sua strada non tragga in inganno: il declino è ben presente agli occhi di tutti, di chi protesta e di chi tace. E nel frattempo s’è apparecchiata l’ultima tavola buona prima della revisione governativa: un bel concorsone.

Scienziati in 10 secondi
In Italia funziona così: per anni c’è il blocco delle assunzioni. Poi ci si accorge che l’età media avanza (49 anni) e allora si appronta una sanatoria. L’ultima, al Cnr, è partita il 9 giugno 2004 per 475 posti. Doveva servire per far progredire i cosiddetti «anomali permanenti», ricercatori che per più di 12 anni erano rimasti al palo. Alla fine, come spesso succede, è stato aperto a tutti. Il 53,7% della comunità scientifica del Cnr ha subito una sonora bocciatura (tra cui anche l’intero gruppo di ricerca del Nobel Rita Levi Montalcini). Vuol dire che fino a ora gli scienziati che lavoravano ci hanno preso in giro?

Nient’affatto. «Colpa dei criteri - spiega l’Usi-Rdb Ricerca - sindacato che ha raccolto centinaia di ricorsi e che ha pubblicato un libro bianco sugli orrori del concorsone di cui si sta interessando anche la magistratura -. Per ottenere i punteggi di anzianità era necessario superare quello per titoli, ma calcolando il tempo dedicato alle commissioni alla verifica di pubblicazioni scientifiche, brevetti, rapporti tecnici e incarichi, si scopre che ogni commissione ha dedicato a ciascuno una decina di secondi. E dire che si tratta di studi spesso innovativi in campo internazionale, mica dei test per la patente». La domanda dunque è: quali criteri sono stati utilizzati? La disamina concede scorci spassosissimi: c’è la commissione che, per par condicio, assegna a ogni lavoro lo stesso punteggio; c’è il candidato che si vede valutata persino la dicitura «elenco pubblicazioni»; c’è quello che salta due livelli perché risulta vincitore ed è appena entrato di ruolo in quello inferiore; c’è la prima autrice di una ricerca che ottiene 2 punti per il suo lavoro e la coautrice che, per la stessa ricerca, ne ottiene 3,8; e c’è il candidato che «si giudica da sé». Vive in simbiosi con uno dei commissari: insieme hanno collaborato a 41 pubblicazioni su 43 esibite, 17 congressi internazionali su 19 e 48 congressi nazionali su 64. La commissione, alla fine, scriverà che è stato valutato l’apporto del candidato «tenendo conto della continuità della produzione scientifica e della notorietà del candidato nel settore di appartenenza». Di sicuro era noto al commissario.

25 marzo 2007: Forum con Mussi organizzato da Repubblica TV

Cliccate sul titolo e godetevi l'intervista!

Lo ha detto Mussi-3

Il 6/6 /2007 da riunione del CUN: Mussi ha assicurato che il bando PRIN 2007 e' pronto e la sua emanazione attende solo lo sblocco da parte del ministro Padoa Schioppa dei fondi da dedicarvi. Secondo Mussi, il finanziamento per il PRIN 2007 sara' di 160 MILIONI DI EURO con SIGNIFICATIVO AUMENTO rispetto l'anno scorso.

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Spero di sbagliarmi, ma secondo le ultime voci che circolano sul finanziamento dei PRIN 2007, se mai il bando uscirà, il budget sarà di 90 MILIONI DI EURO, solo 10 milioni in più rispetto all'anno scorso.
PD