giovedì 18 febbraio 2016

Salviamo la Ricerca Italiana, la petizione lanciata da Giorgio Parisi

Firmate la petizione lanciata da Giorgio Parisi!
Sono state superate le 36000 firme, un risultato eccezionale e non è ancora finita! https://www.change.org/p/salviamo-la-ricerca-italiana

lunedì 15 febbraio 2016

Dopo i tagli, le valutazioni folli:è esplosa la rivolta dei docenti. Articolo di Raffaele Simone

Pubblichiamo un interessante articolo di Raffaele Simone sulla protesta contro la VQR, apparso il 4 febbraio scorso sul Fatto Quotidiano
http://www.uspur.it/wp-content/uploads/2016/02/Rassegna-Stampa-uspur-05-Febbraio-2016.pdf

La protesta contro la VQR si allarga

http://www.roars.it/online/giuseppe-mingione-perche-boicotto-la-vqr/
http://www.roars.it/online/prese-di-posizione-dei-candidati-rettore-a-pisa/
http://www.roars.it/online/una-protesta-che-a-me-sembra-fondata-anche-oscar-giannino-solidale-con-il-blocco-della-vqr/

Lettera di Giorgio Parisi a Nature

La lettera di Giorgio Parisi a Nature diventa una petizione per sollecitare i finanziamenti alla ricerca di base in Italia.
https://www.change.org/p/commissione-europea-e-governo-italiano-salviamo-la-ricerca-italiana
TESTO DELLA LETTERA
Chiediamo all’Unione Europea di spingere i governi nazionali a mantenere i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza. Questo permetterebbe a tutti gli scienziati europei - e non solo a quelli britannici, tedeschi e scandinavi - di concorrere per i fondi di ricerca Horizon 2020.
In Europa i fondi di ricerca pubblici sono erogati sia dalla Commissione Europea che dai governi nazionali. La Commissione finanzia principalmente grandi progetti di collaborazione internazionali, spesso in aree di ricerca applicata, e i governi nazionali finanziano invece - oltre che i propri progetti strategici - programmi scientifici su scala più piccola, e operati “dal basso”.
Ma non tutti gli Stati membri fanno la loro parte. Per esempio l’Italia trascura gravemente la ricerca di base. Oramai da decenni il CNR non riesce a finanziare la ricerca di base, operando in un regime di perenne carenza di risorse. I fondi per la ricerca sono stati ridotti al lumicino. I PRIN (progetti di ricerca di interesse nazionale) sono rimasti inattivi dal 2012, fatta eccezione per alcune piccole iniziative destinate a giovani ricercatori.
I fondi di quest’anno per i PRIN, 92 milioni di Euro per coprire tutte la aree di ricerca, sono troppo pochi e arrivano troppo tardi, specialmente se paragonati per esempio al bilancio annuale dell’Agenzia della Ricerca Scientifica Francese (corrispondente ai PRIN italiani) che si attesta su un miliardo di Euro l’anno. Nel periodo 2007-2013 l’Italia ha contribuito al settimo “Programma Quadro” europeo per la ricerca scientifica per un ammontare di 900 milioni l’anno, con un ritorno di soli 600 milioni. Insomma l’incapacità del Governo Italiano di alimentare la ricerca di base ha causato una perdita di 300 milioni l’anno per la scienza italiana e quindi per l’Italia.
Se si vuole evitare che la ricerca si sviluppi in modo distorto nei vari Paesi europei, le politiche nazionali devono essere coerenti tra di loro e garantire una ripartizione equilibrata delle risorse.

Università e Ricerca: “Servono investimenti, non azioni occasionali”

Pubblichiamo di seguito un articolo firmato dal sottoscritto e dal collega Giorgio Prantera e uscito su "Unità Online" il 17 ottobre 2015.
Per leggere l'articolo originale andare al link seguente:http://www.unita.tv/opinioni/universita-e-ricerca-servono-investimenti-non-azioni-occasionali/
Matteo Renzi in diretta televisiva ha promesso “una misura ad hoc per portare in Italia 500 professori universitari anche italiani che insegnano all’estero”, un annuncio inatteso che merita alcune doverose considerazioni. Molti stati europei programmano in anticipo piani di spesa dettagliati e investono percentuali significative del PIL in ricerca perché si tratta di un elemento cardine per la crescita di un paese. In Italia, al contrario, la ricerca pubblica vive da anni in assenza di risorse e di programmazione. A fronte di uno dei più bassi investimenti mondiali in rapporto al PIL, dal 1996 al 2010 l’Italia è comunque all’ottavo posto nel mondo per produzione scientifica. Una sorta di miracolo definito “italian paradox”. Immaginiamo quali risultati potremmo ottenere, se avessimo dei finanziamenti adeguati.
Nel 2008, Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina, ammoniva: “Un paese che investe lo 0,9% del PIL in ricerca, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo, né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori”. Da allora è andata sempre peggio. I tagli sempre più pesanti e indiscriminati, inflitti da tutti i recenti governi ai fondi di finanziamento ordinario degli atenei e il blocco del turn over deciso dalla premiata ditta Gelmini & Co, hanno portato al collasso definitivo del sistema universitario e della ricerca. Sono aumentate le tasse universitarie, sono diminuiti gli iscritti e dal 2008 al 2014 il numero di professori universitari è calato drasticamente, oggi è il 25% in meno della media europea, come segnalato dal CUN.
I finanziamenti per la ricerca di base hanno toccato il fondo. Il caso paradigmatico è quello dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) istituiti nel 1996 dal governo Prodi, che rappresentavano il principale supporto per la ricerca pubblica. Da un budget di 137 milioni di euro destinati nel 2003 alle 14 aeree disciplinari, dopo nove anni, grazie alla spending review del governo Monti, si è arrivati al minimo storico di 38 milioni di euro! Un’elemosina e un insulto alla professionalità di migliaia di ricercatori che nei casi migliori hanno racimolato solo briciole. Infine, il governo Letta, invece di rimediare a tale scempio, ha addirittura cancellato il bando Prin 2013 e da allora non se n’è più sentito parlare.
In tali frangenti “di doman non c’è certezza” e molti ricercatori giovani e non sono stati spinti a cercar fortuna altrove. Ora è giusto dare ai bravi la possibilità di rientrare in Italia, ma degli altri, quelli che sono rimasti in Italia a mandare avanti la baracca sottopagati e in condizioni avverse, che ne facciamo? Il problema, quindi, non è solo far rientrare gli emigrati meritevoli o attirare quelli stranieri (ci chiediamo quali saranno questi temerari), ma soprattutto bloccare l’emorragia di talenti: dobbiamo trattenerli con azioni concrete e investimenti degni di questo nome, non con proclami spesso disattesi dalla realtà dei fatti e dall’instabilità dei governi.
Caro Renzi, per risollevare università e ricerca italiana non servono azioni occasionali, ma interventi incisivi e di ampio respiro. E’ necessario un programma di investimenti sostanziosi e duraturi per il reclutamento, la progressione delle carriere e il finanziamento della ricerca pubblica. Solo così, garantendo nuove risorse e certezze a tutti, giovani e meno giovani, si potrà essere ancora più competitivi nel panorama internazionale. Per tornare finalmente “a riveder le stelle” e uscire da questo inferno quotidiano, vedendo riconosciute qualità e competenze, senza dover più improvvisare, senza più vivere alla giornata.
Una nota finale: mentre da noi i governi tagliano la ricerca, in USA il budget del National Institutes of Health, che finanzia vari settori della ricerca, è passato dai 28 miliardi di dollari del 2008 ai 32 del 2013! Che in Italia la soluzione per uscire dal guado non sia quella di reclutare una nuova classe politica dall’estero?

mercoledì 18 marzo 2015

"Università, altro che merito. E' tutto truccato. Vi racconto come funziona nei nostri atenei", ovvero quando si sparla e si spara su Università e Ricerca.

Oggi ho letto un articolo-intervista di un certo Matteo Fini pubblicato dall'Espresso. Il titolo è: "Università, altro che merito. E' tutto truccato. Vi racconto come funziona nei nostri atenei". Fondi sperperati, concorsi pilotati, giovani sfruttati. Un ex dottorato spiega nel dettaglio come si muove il mondo accademico tra raccomandazioni e correnti di potere.
L'articolo si può leggere al link: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/03/09/news/universita-altro-che-merito-e-tutto-truccato-vi-racconto-come-funziona-dietro-la-cattedra-1.202894?ref=HRBZ-1
Nulla di nuovo sotto il sole, gli argomenti trattati da Fini sono stati ampiamente discussi in precedenza da libri e interviste che descrivono alcune gravi patologie che affliggono non solo l’università, ma direi tutti gli ambiti della società italiana, basta guardare i numerosi e clamorosi scandali che coinvolgono il mondo della politica. I fenomeni di nepotismo nel mondo accademico sono stati denunciati in passato anche da Espresso, Repubblica e da programmi televisivi come “Report” e “Anno zero”. La cosa grave è che finora queste denunce non hanno intaccato di un millimetro il potere ed il delirio di onnipotenza di certi accademici. In un paese diverso, sarebbero già partite delle inchieste giudiziarie.
Detto questo, però, come docente universitario che da anni svolge didattica e ricerca, sono molto preoccupato per le strumentalizzazioni e gli effetti negativi che articoli di questo tipo possono produrre. L'articolo, infatti, ci va giù molto duro con le accuse senza risparmiare nessuno. Quali conclusioni potrebbe trarne un lettore medio?
Sicuramente che il mondo dell'università e della ricerca in Italia è un luogo infame, una sorta di "bronx accademico" frequentato solo da loschi figuri che compiono le peggiori atrocità: baroni che sperperano fondi, truccano concorsi e sfruttano i giovani, malfattori dediti a familismo e clientelismo, portaborse, leccapiedi, fannulloni o addirittura papponi, come scrisse anni fa Vittorio Feltri su “Libero”.
Per fortuna, università e ricerca sono anche altro, questo posso garantirlo. Posso dire, per esperienza consolidata negli anni, che nei settori scientifici, ad esempio, esistono molti ricercatori e professori che svolgono attività didattica e di ricerca di buono/ottimo livello, armati di passione e dedizione, persone oneste che dalla mattina alla sera si fanno in quattro per “mandare avanti la baracca”. E' anche grazie a loro che la ricerca scientifica del nostro paese è sorprendentemente competitiva nel contesto internazionale, malgrado i tagli sempre più drastici inflitti dai governi ai finanziamenti pubblici (vedi The italian paradox: http://www2.cnrs.fr/en/1588.htm). Tagli, che tra l'altro, gravano solo su chi lavora e non certo su fannulloni e nepotisti, che se la spassano indisturbati come sempre.
Le parole sono importanti, grida Nanni Moretti schiaffeggiando una sprovveduta giornalista nel film "Palombella rossa". E lo sono soprattutto se possono influenzare l'opinione pubblica. A mio parere, quando si scrive di università e ricerca e non solo, se si vuole fare vera informazione, senza cadere nei luoghi comuni e senza cedere alla fame di scoop, si deve evitare di privilegiare il sensazionalismo a scapito di un approfondimento critico. Per non screditare una intera categoria di ricercatori e docenti, bisogna fare i dovuti distinguo, mostrando anche l'altra faccia degli Atenei: quella che lavora e produce, anche se non fa notizia. Altrimenti, denigrando in toto università e ricerca pubbliche si rischia di mistificare la realtà e lungi dal punire i corrotti si getta fango su tutti, anche sugli onesti, distruggendo forze ed energie positive a scapito dei giovani e dello sviluppo scientifico e culturale del paese.
Un'ultima considerazione: ma se negli Atenei circolano solo baroni e nepotisti, qualcuno deve dirci da dove saranno mai venuti i famosi cervelli in fuga, altro luogo comune e cavallo di battaglia di molta stampa. Che si siano generati spontaneamente? Che siano nati sotto ai cavoli? Saranno forse dei baccelloni di origine extra-terreste? Non è che per caso dei docenti onesti, dei bravi "maestri" li avranno formati e aiutati a crescere, proprio negli stessi Atenei ritenuti da molta stampa covi esclusivi di nepotismo e malaffare? Su questi temi, molti giornalisti dovrebbero chiarirsi le idee, per evitare di cadere in contraddizione con se stessi. Altrimenti saremmo spinti a pensare che ad essere in fuga siano anche i loro cervelli!
Purtroppo, corruzione e clientelismo sono virus che hanno infettato ormai tutti gli ambiti della società italiana, sia nel pubblico che nel privato. Usando lo stesso metro utilizzato da Fini nel suo articolo, si potrebbe dire che il mondo della stampa è fatto solo da giornalisti corrotti, pennaioli e scribacchini al soldo di politici e industriali, gente che fa strada unicamente grazie alle amicizie che contano, ma non sarebbe giusto.
Patrizio Dimitri

sabato 3 gennaio 2015

La valutazione della ricerca e le nozze coi fichi secchi

Quale botanico potrebbe mai pensare di valutare le potenzialità di sviluppo di piante di edera lasciandole crescere nel deserto del Sahara? Quale premiata scuderia di Formula 1 eseguirebbe dei test di velocità di un nuovo prototipo in un circuito dal manto stradale dissestato? Sarebbe sicuramente più saggio e redditizio fornire alle piante le adeguate risorse nutrizionali e il giusto ambiente, così come eseguire i test di velocità su di un manto stradale in perfette condizioni.
Traslando questi esempi lapalissiani al campo della valutazione della ricerca scientifica, il buon senso vorrebbe che prima di valutare i ricercatori, e le ricerche che questi svolgono, lo stato dovrebbe garantire loro la possibilità di accedere a finanziamenti degni di questo nome.
Ma quello che è ovvio per noi poveri mortali, non sembra esserlo per l'Agenzia Nazionale di Valutazione di Università e Ricerca (ANVUR). Senza entrare nel merito di un sistema di valutazione che finora ha mostrato i suoi enormi limiti producendo spesso valutazioni falsate e risultati paradossali, l'ANVUR è stata istituita allo scopo di riconoscere e premiare il merito e l'eccellenza. Ma ora l'Agenzia si trova a svolgere questo compito in un terribile momento storico, il peggiore di sempre, caratterizzato dall'azzeramento dei finanziamenti pubblici. In condizioni ambientali così avverse, negli ultimi anni il lavoro dei ricercatori è stato chiaramente compromesso e molti laboratori sono vicini al collasso. Inoltre, in scarsità di risorse si è scatenata una esasperata competizione che, lungi dall'avere risvolti positivi, tende a premiare i gruppi accademicamente più forti, non necessariamente i migliori, cancellando quella variabilità culturale e scientifica determinante per lo sviluppo della conoscenza.
Purtroppo, l'ANVUR non si dimostra disposta all'autocritica e di questo passo finirà per fare le classiche "nozze coi fichi secchi" rendendo inutile, o a dir peggio dannoso il lavoro svolto finora.
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Non sarebbe stato più serio e utile, se prima di dare inizio ai cerimoniali della valutazione si fosse pianificata una programmazione a lungo termine con lo stanziamento di risorse ageduate per finanziare la ricerca? Oppure il vero e unico scopo dell'Agenzia è quello di selezionare nuove specie di "ricercatori mutanti" resistenti agli ambienti ostili e capaci di lavorare e produrre in assenza di risorse? Che sia questa la novità, il risultato degli esperimenti dell'abominevole dottor ANVUR, la grande prospettiva per lo sviluppo della ricerca e della conoscenza nel nostro paese?
Ci auguriamo vivamente di no, perchè dopo aver toccato il fondo università e ricerca dovranno risollevarsi. Tutti siamo chiamati per collaborare a questo scopo, altrimenti sarà il tracollo definitivo del nostro paese.
E come conclude Gennaro Iovine (Eduardo De Filippo) in "Napoli Milionaria" prima che cali il sipario: Ha da passà 'a nuttata.

mercoledì 24 dicembre 2014

Auguri alla ricerca italiana, ne ha molto bisogno!

Buone feste e buon 2015 a tutta la ricerca italiana e specialmente ai gruppi piccoli e produttivi che cercano di resistere, malgrado tutto!
Malgrado l'assenza di finanziamenti, malgrado l'assenza di programmazione, malgrado un sistema che non garantisce pari opportunità a chi svolge attività ricerca, malgrado il collasso ormai difficilmente reversibile delle università e dei centri pubblici di ricerca di questo disgraziato paese.
Un sentito ringraziamento alla classe politica italiana che negli ultimi anni ha permesso tutto questo!!

venerdì 12 dicembre 2014

La guerra al maiale e la ricerca scientifica nel paese del "mondo di mezzo"

Nel romanzo “Diario della guerra al maiale”, Adolfo Bioy Casares narra la storia surreale di una guerra civile dove i giovani di Buenos Aires danno la caccia a chiunque abbia superato i 50 anni, perché ormai ritenuto inutile alla società. Una metafora, quella dello scrittore argentino, che vuole mettere in risalto l'uso molto spesso strumentale e propagandistico di una retorica giovanilista fine a se stessa, ma molto in voga oggi, dopo esserlo stata in altri periodi oscuri del nostro paese: ricordate "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza"?
Parlando dei problemi reali dei giovani nel nostro paese, invece, come non essere d'accordo con quanto denunciato di recente in una lettera-appello al Presidente Napolitano da Cosimo La Cava, uno dei tanti ricercatori italiani costretti a dover cercare fortuna all'estero? Conosco bene il problema: nel corso degli anni, infatti, ho assistito all'esodo di diversi giovani bravi che si sono formati nel mio laboratorio verso Spagna, Inghilterra e Stati Uniti. Sono stati inevitabilmente attratti dalle concrete prospettive economiche e ambientali offerte da questi paesi.
Un paese civile ha il dovere di garantire un degno futuro ai suoi giovani meritevoli, invece in Italia, costringendoli a fuggire, non solo si produce una grave emorragia di "capitale umano" e si mandano in fumo anche le risorse economiche investite per la loro formazione, come sottolinea La Cava, ma anche si pregiudicano o addirittura si cancellano ricerche promettenti. Senza dimenticare le migliaia di ricercatori e docenti, giovani e meno giovani, armati di passione e dedizione, quelli che sono rimasti e che da anni cercano di resistere. Anche essi sono esasperati e umiliati dalla mancanza di considerazione che la classe politica e dirigente di questo paese mostra nei confronti del loro lavoro.
Molti stati europei programmano in largo anticipo piani di spesa dettagliati e investono significative percentuali del PIL nella ricerca, perchè la ritengono elemento cardine per la crescita. In Italia, al contrario, la ricerca pubblica è stata da anni abbandonata, in assenza di programmazione e risorse adeguate. Non a caso Renato Dulbecco, premio Nobel per la Medicina, nel 2008 denunciava che «Un paese che investe lo 0,9% del proprio prodotto interno lordo in ricerca, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo, né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori». Malgrado i reiterati e accorati appelli inviati alla classe politica nel corso degli anni anche da altri primi nobel italiani, come Rita Levi Montalcini e Mario Capecchi, la situazione non è cambiata: università e ricerca nel nostro paese sono sempre più delle conclamate cenerontole, figlie di un dio minore.
I tagli continui, sempre più pesanti e indiscriminati inflitti da tutti i recenti governi ai fondi di finanziamento ordianario (FFO) degli atenei e la quasi totale cancellazione del turnover voluta dalla premiata ditta Gelmini & co, stanno portando al collasso definitivo del sistema universitario e della ricerca. Come se non bastasse, le risorse ministeriali destinate ai fondi pubblici per la ricerca negli ultimi anni hanno toccato il fondo, mi si perdoni il calembour e nel 2014 sono state azzerate. Il governo Letta, prima della sua dipartita, ha infatti definitivamente cancellato i bandi dei Progetti di Ricerca di Interesse nazionale (PRIN), destinando i pochi fondi residui ai bandi SIR (Scientific Independence of young Researchers), dedicati esclusivamente ai "giovani" sotto i 40 anni. La ministra Carrozza, nello stesso periodo, aveva dato alla luce, ma solo sulla carta, una sorta di piano di programmazione della ricerca nazionale dove era previsto, tra l'altro, un nuovo bando battezzato RIDE (Ricerca Italiana di Eccellenza) che avrebbe dovuto sostituire il PRIN: ennesimo esempio di vuoto nominalismo all'italiana. Dopo quasi 9 mesi, non si sente più parlare del mitico bando RIDE, che quindi rischia di essere ricordato per essere stato il più inutile ed effimero acronimo, partorito con (speriamo) involontaria autoironia dal MIUR. Forse, sarebbe stato più realistico chiamarlo PIANGE (Progetti Italiani Ancora Non GEstibili).
In questa cronica scarsità di risorse, negli atenei e nei centri di ricerca si vive ormai da anni alla giornata e la competizione esasperata che si è venuta creare, lungi dall'essere un elemento positivo, ha premiato spesso i più forti, non sempre i più meritevoli, cancellando quella variabilità culturale e scientifca che è un fattore determinante per lo sviluppo della ricerca e della conoscenza.
Perchè siamo arrivati a questo punto? E' semplice, al contrario di altri paesi, in Italia si sono anteposti gli interessi personali di grandi e piccoli gruppi di potere politico-economico a quelli dei cittadini e del paese. Il recente scandalo emerso a Roma dall'inchiesta "Mondo di mezzo" parla chiaro e mette in evidenza probabilmente solo la punta dell'iceberg di un fenomeno di corruzione di massa. In questa melma di sottosviluppo politico e sociale, le nuove generazioni sono state cresciute e nutrite con i miti del successo facile. Piuttosto che andare all'università per studiare e formarsi, c'è chi farebbe di tutto pur di partecipare a qualche demenziale programma televisivo, pur di apparire, pur di diventare ricco e famoso come un calciatore od una velina. Questi sono i modelli dominanti che ispirano molti giovani oggi. E' chiaro, quindi, che in questa situazione di degrado, l'istruzione, la ricerca e più in generale, la cultura, una volta valori fondamentali e necessari per la crescita e lo sviluppo del paese, sono diventati degli inutili optional, o meglio, dei fastidiosi impedimenti alla scalata sociale, all'affermazione personale che si base esclusivamente sulla sete di potere e denaro.
E' possibile uscire da questo pantano e risollevare università e ricerca nel nostro paese? Nel lontano 1848 Victor Hugo sosteneva che la crisi si combatte aumentando i fondi alla cultura e non tagliandoli. Considerazione più che ovvia, ma incomprensibile per la nostra classe politica. E' chiaro che servono programmazione e risorse congrue per rilanciare università e ricerca pubblica e per sbloccare il turn over, allo scopo di ripristinare subito un livello fisiologico di reclutamento e progressione delle carriere. In mancanza di misure urgenti molti ricercatori smetteranno di lavorare, molti laboratori chiuderanno, con ulteriori e gravi conseguenze sulla didattica universitaria e sul futuro dei giovani.
Dove trovare le risorse necessarie per un piano di risanamento a lungo termine? Uno studio condotto di recente dalla UIL mette in evidenza l'esistenza di un sottobosco che ruota intorno ai partiti (comitati elettorali, segreterie di partiti, collegi elettorali, consulenti, portaborse, ecc. ecc.) e che consuma miliardi di euro. I costi della politica, diretti e indiretti, nel complesso ammonterebbero a circa 23,9 miliardi di euro annui. Se queste stime si avvicinassero anche minimamente alla realtà, allora non servirebbero miracoli, basterebbe anche solo dimezzare i costi esasperati della politica per risollevare il paese e finanziare adeguatamente istruzione e ricerca.
Se invece di intervenire con azioni concrete ed efficaci, la classe politica e dirigente del nostro paese proseguirà soltanto a sbandierare proclami ad effetto e programmi virtuali, fingendo ipocritamente di scandalizzarsi per poi rimanere sorda ai veri bisogni di istruzione e ricerca, se si continuerà a disprezzare istruzione e ricerca pubbliche, se ne decreterà la definitiva condanna a morte. In questo modo, la decadenza del paese sarà sempre più rapida e irreversibile e la melma del sottosviluppo morale, culturale e economico ci sommergerà definitamente.
Patrizio Dimitri
Professore di Genetica,Università Sapienza, Roma
Intervento inviato al direttore di Repubblica.it Giuseppe Smorto. L'intervento non è stato pubblicato e Giuseppe Smorto non ha nemmeno trovato il tempo per rispondermi

mercoledì 15 ottobre 2014

Follie di una VQR all'italiana!

Ricevo e dal collega Giorgio Prantera dell'Università della Tuscia, e pubblico con piacere, alcune brevi ma incisive considerazioni su alcune delle tante disfunzioni del metodo utilizzato dall'ANVUR per la VQR 2004-2010.
Già sapevamo che in una stessa classe sono state inserite riviste scientifiche con valori qualitativi molto diversi tra loro. Ad esempio, in classe 1 per l'area biologica sono presenti: Science, Nature, PNAS e...Insect molecular biology....
Giorgio qui denuncia un'altra situazione veramente paradossale: uno stesso articolo pubblicato su una rivista che appartiene a diverse subject category, può attenere valutazioni diverse a seconda della subject category scelta! Può essere quindi contemporaneamente eccellente o mediocre!!! Follie di una VQR all'italiana, o meglio all'amatriciana!
Per ogni Subject Category (SC) si calcola la distribuzione degli impact factor di tutte le riviste che ricadono in quella SC.
La distribuzione di cui sopra viene divisa in 4 intervalli non uguali.
Classe 1, le riviste i cui IF cadono nel 20% superiore della distribuzione.
Classe 2, le riviste i cui IF cadono nell'intervallo 60-80% superiore della distribuzione.
Classe 3, le riviste i cui IF cadono nell'intervallo 50-60% superiore della distribuzione.
Classe 4, le riviste i cui IF cadono nell'intervallo 50-00% della distribuzione.
Lo stesso criterio si applica alle citazioni. Per ogni Subject Category (SC) si calcola la distribuzione delle citazioni di tutti gli articoli che ricadono in quella SC.
Classe 1, gli articoli le cui citazioni cadono nel 20% superiore della distribuzione.
Classe 2, gli articoli le cui citazioni cadono nell'intervallo 60-80% superiore della distribuzione.
Classe 3, gli articoli le cui citazioni cadono nell'intervallo 50-60% superiore della distribuzione.
Classe 4, gli articoli le cui citazioni cadono nell'intervallo 50-00% della distribuzione.
La combinazione fra la classe dell'impact factor e la classe delle citazioni in cui ricade ciascun articolo determina la valutazione della pubblicazione.
A parte ogni valutazione sulla macchinosità e aleatorietà di una simile valutazione, un paradosso emerge immediatamente.
Molte riviste vengono classificate da ISI Web of Science in due o più SC. Per cui, lo stesso articolo scientifico con il suo numero di citazioni, può essere valutato ottimo buono o sufficiente a seconda di quale SC si scelga per la rivista che lo ha pubblicato (scelta che compete all'autore).
E' immediatamente evidente che seguendo questi criteri la qualità di una pubblicazione scientifica non è intrinseca alla pubblicazione stessa, ma dipende dall'abilità di chi compila la scheda VQR.