martedì 16 agosto 2016

A proposito del sistema "oggettivo" di valutazione dell’ANVUR

Nell'articolo "Le soglie esagerate dell'ANVUR" pubblicato il 7 agosto scorso su Il sole 24 ore, Fiorenzo Conti e Marco Linari muovono critiche pienamente condivisibili al metodo valutativo dei ricercatori ideato dall'ANVUR. Vorrei solo aggiungere qualche altra considerazione per approfondire le varie storture del suddetto metodo.
In primo luogo, è bene citare alcuni passi del documento di esordio su criteri e parametri per la valutazione dei candidati e dei commissari delle ASN, diffuso dall'ANVUR il 22 giugno del 2011.
1) L'ANVUR ha tra i suoi compiti quello di definire criteri e metodologie per la valutazione, in base a parametri oggettivi e certificabili; 2) La scelta dei criteri fondamentali deve soddisfare al principio del miglioramento progressivo della qualità scientifica dei docenti abilitati, misurata mediante indicatori di produttività scientifica diversi per i diversi settori; 3) La combinazione dei tre parametri assicura che i candidati al concorso per l’abilitazione siano allo stesso tempo tra gli studiosi più attivi in termini di produzione scientifica, tra coloro che hanno prodotto un impatto significativo nel loro settore, e, infine, che abbiano una ragionevole continuità nella produzione scientifica recente; 4) I criteri enunciati intendono realizzare, con modalità endogene al sistema nazionale di ricerca, una spinta verso l’alto della qualità scientifica.
Non c'è che dire, importanti obiettivi, che purtroppo la realtà dei fatti ha smentito, perchè la presunta obiettività della valutazione anvuriana si è rivelata in molti casi una vera bufala e non solo per le ASN, ma anche per la valutazione della qualità della ricerca di Università ed Enti di Ricerca (VQR).
Ma entriamo nel merito del metodo ANVUR. Nelle prime tornate dell'abilitazione nazionale (ASN), i parametri di sbarramento “oggettivi e certificabili” erano rappresentati dalle mediane di tre indicatori bibliometrici: 1) numero di articoli 2) numero di citazioni e 3) h-index. Un ricercatore ha un indice h, se h delle sue pubblicazioni hanno ottenuto almeno h citazioni ciascuna. Purtoppo, ai sette saggi dell’ANVUR e a Sergio Benedetto, principale artefice del sistema è sfuggito un piccolo dettaglio, ovvero che gli indicatori bibliometrici così concepiti, soprattutto nel settore biomedico, non sono in grado di misurare almeno due aspetti fondamentali per valutare qualità e autonomia della ricerca: 1) il contributo del singolo ricercatore agli articoli, nei settori biomedici espresso dall’ordine degli autori (i più rilevanti sono il primo e l'ultimo) e 2) il livello qualitativo delle riviste scientifiche dove sono pubblicati gli articoli in esame.
Nelle nuove ASN, i parametri selettivi restano quantitativi, con la differenza che le tre mediane sono sostituite da altrettanti "valori soglia" dei medesimi indicatori. I candidati che non raggiungeranno almeno due delle tre soglie quantitative non saranno ammessi all'abilitazione. Per quanto riguarda la Biologia, nella prima fascia della docenza, in molti settori i valori soglia tendono a essere mitigati rispetto alle mediane, mentre per la seconda fascia appaiono più impegnativi. Nel complesso, le perplessità rimangono: la qualità dei ricercatori e della ricerca non può essere valutata solo in base alla rigida bibliometria.
In primo luogo, il ruolo determinante dei parametri quantitativi può innescare e favorire i comportamenti opportunistici e anti-culturali messi in evidenza dai colleghi Conti e Linari. E questo non solo per quanto riguarda il "mercato" degli autori, ma anche per quello delle citazioni, che risultano decisive per l'ASN in quanto riferite a due valori soglia su tre. Un vero e proprio "doping" che senza dubbio altera l'esito della valutazione.
Comportamenti truffaldini a parte, la valutazione di un ricercatore non dovrebbe essere funzione delle citazioni ricevute dagli articoli pubblicati. E’ pericoloso usare le citazioni come una sorta di auditel, si tratta di un parametro delicato: possono essere anche negative e non sempre sono assegnate "democraticamente" (vedi articolo di Adam Eyre-Walker e Nina Stoletzki, Plos Biology 2013).
Inoltre, i parametri citazionali aumentano in funzione della numerosità dei ricercatori che lavorano nel settore, a prescindere dal valore scientifico della pubblicazione. Infatti, gli articoli scientifici che hanno come oggetto ricerche in campo umano sono circa 200-1000 volte più numerosi di quelli condotti in organismi modello come il moscerino della frutta Drosophila melanogster, il lievito o il nematode Caenorhabditis elegans
Tuttavia, negli ultimi 20 anni ben sei premi Nobel per la Fisiologia o Medicina (metà dei quali vanno alla ricerca biomedica di base e metà alla clinica) sono stati assegnati a ricercatori che hanno utilizzato questi tre sistemo modello.
Da quanto esposto, è evidente che i pretesi parametri “oggettivi” dell’ANVUR tendono a favorire gruppi grandi che lavorano in aree di ricerca più diffuse e pubblicano numerosi articoli con folte schiere di autori. Ne consegue che tali articoli ottengono molte più citazioni rispetto a quelli di chi svolge ricerca di base di qualità in settori di nicchia.
Come se non bastasse, un sistema così malamente congegnato spinge a pubblicare molto e molto in fretta, favorendo settori d'indagine di moda che fruttano più citazioni di altri, spesso a discapito di qualità, autonomia, approfondimento, curiosità e originalità. Un bel messaggio "culturale", soprattutto per le giovani leve.
Esiste un altro problema poco discusso: l'entità della produzione scientifica di un ricercatore, sia in termini di pubblicazioni che di citazioni, può variare fisiologicamente nel tempo e non è programmabile a tavolino, ma soggetta a vari fattori critici: reperibilità di fondi, disponibilità di risorse umane, problemi tecnici e logistici imprevisti insiti nel lavoro. Fattori che in Italia sono molto più critici che altrove, per ovvi motivi: scarsità di fondi per la ricerca pubblica, fuga dei ricercatori all'estero, condizioni ambientali spesso avverse. Un candidato, quindi, potrebbe possedere i requisiti per l'ASN a dicembre 2016, ma non a gennaio 2017, o viceversa. Quindi, in base ai parametri “oggettivi e certificabili” dell’ANVUR, il livello scientifico e la qualità di un ricercatore possono variare drasticamente da un mese all'altro: un concetto assurdo e ridicolo, per non dire peggio.
La scarsa affidabilità del metodo anvuriano è evidente anche all’estero e a riprova di ciò riporto i commenti di due autorevoli biologi, membri della prestigiosa Accademia Nazionale delle Scienze USA (NAS). Loro non potranno, certo, essere accusati di criticare il metodo ANVUR per motivi opportunistici.
1) Daniel L. Hartl, Professor in the Department of Immunology and Infectious Diseases, Harvard University: Anyone who claims to have developed a methodology for evaluation of research based on a journal's impact factor or a researcher's number of citations, supposedly "objective" and "certifiable" criteria has an invalid concept of how science really works and what impact one's research actually has on the field.
2) Mary-Lou Pardue, Professor Emeritus, Massachusetts Institute of Technology: It seems to me that this system is so artificial that it should appeal only to those who do not know enough about the science to make judgements based on real value.
Constatate le aberrazioni prodotte dal metodo ANVUR e vista la cronica assenza di programmazione e risorse che grava sulla ricerca in Italia, prima di dare inizio ai cerimoniali della valutazione non sarebbe stato più saggio e proficuo pianificare un programma a lungo termine con lo stanziamento di finanziamenti adeguati (non le solite elemosine)? Almeno così l'ANVUR avrebbe evitato di farci fare le classiche "nozze con i fichi secchi"!
Che fare adesso? A mio parere, ridurre i valori soglia è un palliativo. Per aggiustare un po’ le cose, a breve termine si dovrebbero introdurre i seguenti cambiamenti:
1) Considerare il ruolo del candidato nella pubblicazione, 2) Normalizzare per il numero di autori delle pubblicazioni; 3) Considerare il livello qualitativo delle riviste scientifiche; 4) Utilizzare di un solo indicatore citazionale; 5) Eliminare le autocitazioni.
Nel prossimo futuro, però, è auspicabile abbandonare la bibliometria tout court e con essa il sistema delle abilitazioni, per definire un metodo di valutazione e reclutamento basato su qualità, etica e responsabilità, dove l'elemento umano sia primario.
Patrizio Dimitri Professore di Genetica
Sapienza Università di Roma

martedì 12 luglio 2016

Laboratorio di Genetica della Sapienza chiuso per caldo

Da 14 anni dirigo il laboratorio di Genetica della Drosophila che afferisce al Dipartimento di Biologia e Biotecnologie "Charles Darwin" (sezione di S. Lorenzo), uno dei più grandi e produttivi dipartimenti dell'Università Sapienza e del nostro paese. Insieme ai miei collaboratori studiamo la cromatina, una "sostanza" biologica composta da DNA e proteine presente nel nucleo cellulare, la cui struttura dinamica è correlata ai processi di attivazione e repressione dell'attività dei geni. Le alterazioni della cromatina possono avere delle ripercussioni anche gravi sul differenziamento cellulare e nella specie umana causano diverse sindromi di alterato sviluppo e fenomeni di cancerogenesi. Recentemente, un nostro articolo che discute le basi molecolari della rara sindrome Floating Harbor è stato pubblicato sulla rivista Journal of Medical Genetics.
Le nostre ricerche sono state finanziate dall'Istituto Pasteur Italia - Fondazione Cenci Bolognetti, dal MIUR, dalla Fondazione Roma e dal NIH (National Institutes of Health, USA) e i risultati sono stati pubblicati su riviste internazionali di ottimo livello, guadagnando di recente la vetrina del sito Sapienza e suscitando l'interesse di vari media tra cui Panorama e Le Scienze.
http://www.uniroma1.it/notizie/sindromi-genetiche-sulle-malformazioni-cranio-facciali
www.panorama.it/scienza/salute/ricerca-studio-sapienza-fa-luce-sul-lato-oscuro-dna-grazie-a-moscerino/
http://www.lescienze.it/lanci/2014/06/25/news/la_sapienza_universit_di_roma_yeti_una_piccola_proteina_dalle_grandi_responsabilit-2194194/
Ebbene, a causa della rottura di un fancoil, in questi giorni nel nostro laboratorio è impossibile lavorare perché la temperatura ha superato i 30 gradi (vedi foto).
E se volessimo installare un vero condizionatore dovremmo pagarlo con i soldi dedicati alla ricerca, perché non è previsto che queste spese siano a carico del Dipartimento.
Come è possibile immaginare,le condizioni ambientali estreme rendono il laboratorio inagibile, mettono a rischio costose apparecchiature, alterano reagenti chimici e danneggiano delicati materiali biologici. Inoltre, la situazione è ovviamente incompatibile con le attività di lavoro e di studio che io e i miei collaboratori svolgiamo quotidianamente.
Circa 20 giorni fa è stata richiesta la sostituzione dell'apparecchiatura all'ufficio tecnico della Sapienza con invio di preventivo da parte di una ditta specializzata. In seguito ho scritto personalmente al capo della Termogestione, Ingegner Smith, sollecitando la sostituzione dell'apparecchiatura, ma a parte una lapidaria risposta, nulla è accaduto e siamo stati costretti a chiudere il laboratorio: non avevamo alternativa, abbiamo dovuto farlo con grande senso di frustrazione.
Ho deciso di denunciare pubblicamente questa grave situazione anche per dare un segnale positivo ai giovani del laboratorio, per non accettare in silenzio quello che ritengo un vero insulto, per evitare che tutto ciò accada nella totale indifferenza e anche per dare ai non addetti ai lavori un'idea delle condizioni in cui molti docenti e ricercatori sono costretti a vivere e a lavorare quotidianamente, a causa di incomprensibili e croniche lentezze burocratiche. E pensare che basterebbe anche solo un minimo livello di efficienza.
E poi ci chiedono di svolgere i nostri compiti diligentemente, ci impongono carichi didattici sempre più onerosi, ci costringono a compilare una serie innumerevole di inutili formulari, ci soffocano con la burocrazia, ci distolgono dalla ricerca, ci tagliano gli scatti stipendiali e infine ci sottopongono alla valutazione della ricerca (VQR) secondo i parametri quantitativi dell'ANVUR che non misurano necessariamente la qualità... e poi.. e poi basta...non ci resta che fuggire all'estero!
Patrizio Dimitri, Professore di Genetica
Dipartimento di Biologia e Biotecnologie "Charles Darwin"
Sapienza Università di Roma
http://bbcd.bio.uniroma1.it/bbcd/cv/dimitri-patrizio
https://scholar.google.com/citations?user=4aYXJW4AAAAJ&hl=it

venerdì 6 maggio 2016

Più soldi alla ricerca: le bufale di Renzi

Secondo Giorgio Parisi, i nuovi finanziamenti alla ricerca previsti dal PNR, e tanto sbandierati da Renzi i questi giorni, sono una vera bufala!
https://www.change.org/p/salviamo-la-ricerca-italiana/u/16461185?tk=G6A-f3tRZqp-IFxU-DfaO3hZy8YGcZXSJ_N5EM18Yu4&utm_source=petition_update&utm_medium=email

giovedì 18 febbraio 2016

Salviamo la Ricerca Italiana, la petizione lanciata da Giorgio Parisi

Firmate la petizione lanciata da Giorgio Parisi!
Sono state superate le 36000 firme, un risultato eccezionale e non è ancora finita! https://www.change.org/p/salviamo-la-ricerca-italiana

lunedì 15 febbraio 2016

Dopo i tagli, le valutazioni folli:è esplosa la rivolta dei docenti. Articolo di Raffaele Simone

Pubblichiamo un interessante articolo di Raffaele Simone sulla protesta contro la VQR, apparso il 4 febbraio scorso sul Fatto Quotidiano
http://www.uspur.it/wp-content/uploads/2016/02/Rassegna-Stampa-uspur-05-Febbraio-2016.pdf

La protesta contro la VQR si allarga

http://www.roars.it/online/giuseppe-mingione-perche-boicotto-la-vqr/
http://www.roars.it/online/prese-di-posizione-dei-candidati-rettore-a-pisa/
http://www.roars.it/online/una-protesta-che-a-me-sembra-fondata-anche-oscar-giannino-solidale-con-il-blocco-della-vqr/

Lettera di Giorgio Parisi a Nature

La lettera di Giorgio Parisi a Nature diventa una petizione per sollecitare i finanziamenti alla ricerca di base in Italia.
https://www.change.org/p/commissione-europea-e-governo-italiano-salviamo-la-ricerca-italiana
TESTO DELLA LETTERA
Chiediamo all’Unione Europea di spingere i governi nazionali a mantenere i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza. Questo permetterebbe a tutti gli scienziati europei - e non solo a quelli britannici, tedeschi e scandinavi - di concorrere per i fondi di ricerca Horizon 2020.
In Europa i fondi di ricerca pubblici sono erogati sia dalla Commissione Europea che dai governi nazionali. La Commissione finanzia principalmente grandi progetti di collaborazione internazionali, spesso in aree di ricerca applicata, e i governi nazionali finanziano invece - oltre che i propri progetti strategici - programmi scientifici su scala più piccola, e operati “dal basso”.
Ma non tutti gli Stati membri fanno la loro parte. Per esempio l’Italia trascura gravemente la ricerca di base. Oramai da decenni il CNR non riesce a finanziare la ricerca di base, operando in un regime di perenne carenza di risorse. I fondi per la ricerca sono stati ridotti al lumicino. I PRIN (progetti di ricerca di interesse nazionale) sono rimasti inattivi dal 2012, fatta eccezione per alcune piccole iniziative destinate a giovani ricercatori.
I fondi di quest’anno per i PRIN, 92 milioni di Euro per coprire tutte la aree di ricerca, sono troppo pochi e arrivano troppo tardi, specialmente se paragonati per esempio al bilancio annuale dell’Agenzia della Ricerca Scientifica Francese (corrispondente ai PRIN italiani) che si attesta su un miliardo di Euro l’anno. Nel periodo 2007-2013 l’Italia ha contribuito al settimo “Programma Quadro” europeo per la ricerca scientifica per un ammontare di 900 milioni l’anno, con un ritorno di soli 600 milioni. Insomma l’incapacità del Governo Italiano di alimentare la ricerca di base ha causato una perdita di 300 milioni l’anno per la scienza italiana e quindi per l’Italia.
Se si vuole evitare che la ricerca si sviluppi in modo distorto nei vari Paesi europei, le politiche nazionali devono essere coerenti tra di loro e garantire una ripartizione equilibrata delle risorse.

Università e Ricerca: “Servono investimenti, non azioni occasionali”

Pubblichiamo di seguito un articolo firmato dal sottoscritto e dal collega Giorgio Prantera e uscito su "Unità Online" il 17 ottobre 2015.
Per leggere l'articolo originale andare al link seguente:http://www.unita.tv/opinioni/universita-e-ricerca-servono-investimenti-non-azioni-occasionali/
Matteo Renzi in diretta televisiva ha promesso “una misura ad hoc per portare in Italia 500 professori universitari anche italiani che insegnano all’estero”, un annuncio inatteso che merita alcune doverose considerazioni. Molti stati europei programmano in anticipo piani di spesa dettagliati e investono percentuali significative del PIL in ricerca perché si tratta di un elemento cardine per la crescita di un paese. In Italia, al contrario, la ricerca pubblica vive da anni in assenza di risorse e di programmazione. A fronte di uno dei più bassi investimenti mondiali in rapporto al PIL, dal 1996 al 2010 l’Italia è comunque all’ottavo posto nel mondo per produzione scientifica. Una sorta di miracolo definito “italian paradox”. Immaginiamo quali risultati potremmo ottenere, se avessimo dei finanziamenti adeguati.
Nel 2008, Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina, ammoniva: “Un paese che investe lo 0,9% del PIL in ricerca, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo, né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori”. Da allora è andata sempre peggio. I tagli sempre più pesanti e indiscriminati, inflitti da tutti i recenti governi ai fondi di finanziamento ordinario degli atenei e il blocco del turn over deciso dalla premiata ditta Gelmini & Co, hanno portato al collasso definitivo del sistema universitario e della ricerca. Sono aumentate le tasse universitarie, sono diminuiti gli iscritti e dal 2008 al 2014 il numero di professori universitari è calato drasticamente, oggi è il 25% in meno della media europea, come segnalato dal CUN.
I finanziamenti per la ricerca di base hanno toccato il fondo. Il caso paradigmatico è quello dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) istituiti nel 1996 dal governo Prodi, che rappresentavano il principale supporto per la ricerca pubblica. Da un budget di 137 milioni di euro destinati nel 2003 alle 14 aeree disciplinari, dopo nove anni, grazie alla spending review del governo Monti, si è arrivati al minimo storico di 38 milioni di euro! Un’elemosina e un insulto alla professionalità di migliaia di ricercatori che nei casi migliori hanno racimolato solo briciole. Infine, il governo Letta, invece di rimediare a tale scempio, ha addirittura cancellato il bando Prin 2013 e da allora non se n’è più sentito parlare.
In tali frangenti “di doman non c’è certezza” e molti ricercatori giovani e non sono stati spinti a cercar fortuna altrove. Ora è giusto dare ai bravi la possibilità di rientrare in Italia, ma degli altri, quelli che sono rimasti in Italia a mandare avanti la baracca sottopagati e in condizioni avverse, che ne facciamo? Il problema, quindi, non è solo far rientrare gli emigrati meritevoli o attirare quelli stranieri (ci chiediamo quali saranno questi temerari), ma soprattutto bloccare l’emorragia di talenti: dobbiamo trattenerli con azioni concrete e investimenti degni di questo nome, non con proclami spesso disattesi dalla realtà dei fatti e dall’instabilità dei governi.
Caro Renzi, per risollevare università e ricerca italiana non servono azioni occasionali, ma interventi incisivi e di ampio respiro. E’ necessario un programma di investimenti sostanziosi e duraturi per il reclutamento, la progressione delle carriere e il finanziamento della ricerca pubblica. Solo così, garantendo nuove risorse e certezze a tutti, giovani e meno giovani, si potrà essere ancora più competitivi nel panorama internazionale. Per tornare finalmente “a riveder le stelle” e uscire da questo inferno quotidiano, vedendo riconosciute qualità e competenze, senza dover più improvvisare, senza più vivere alla giornata.
Una nota finale: mentre da noi i governi tagliano la ricerca, in USA il budget del National Institutes of Health, che finanzia vari settori della ricerca, è passato dai 28 miliardi di dollari del 2008 ai 32 del 2013! Che in Italia la soluzione per uscire dal guado non sia quella di reclutare una nuova classe politica dall’estero?

mercoledì 18 marzo 2015

"Università, altro che merito. E' tutto truccato. Vi racconto come funziona nei nostri atenei", ovvero quando si sparla e si spara su Università e Ricerca.

Oggi ho letto un articolo-intervista di un certo Matteo Fini pubblicato dall'Espresso. Il titolo è: "Università, altro che merito. E' tutto truccato. Vi racconto come funziona nei nostri atenei". Fondi sperperati, concorsi pilotati, giovani sfruttati. Un ex dottorato spiega nel dettaglio come si muove il mondo accademico tra raccomandazioni e correnti di potere.
L'articolo si può leggere al link: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/03/09/news/universita-altro-che-merito-e-tutto-truccato-vi-racconto-come-funziona-dietro-la-cattedra-1.202894?ref=HRBZ-1
Nulla di nuovo sotto il sole, gli argomenti trattati da Fini sono stati ampiamente discussi in precedenza da libri e interviste che descrivono alcune gravi patologie che affliggono non solo l’università, ma direi tutti gli ambiti della società italiana, basta guardare i numerosi e clamorosi scandali che coinvolgono il mondo della politica. I fenomeni di nepotismo nel mondo accademico sono stati denunciati in passato anche da Espresso, Repubblica e da programmi televisivi come “Report” e “Anno zero”. La cosa grave è che finora queste denunce non hanno intaccato di un millimetro il potere ed il delirio di onnipotenza di certi accademici. In un paese diverso, sarebbero già partite delle inchieste giudiziarie.
Detto questo, però, come docente universitario che da anni svolge didattica e ricerca, sono molto preoccupato per le strumentalizzazioni e gli effetti negativi che articoli di questo tipo possono produrre. L'articolo, infatti, ci va giù molto duro con le accuse senza risparmiare nessuno. Quali conclusioni potrebbe trarne un lettore medio?
Sicuramente che il mondo dell'università e della ricerca in Italia è un luogo infame, una sorta di "bronx accademico" frequentato solo da loschi figuri che compiono le peggiori atrocità: baroni che sperperano fondi, truccano concorsi e sfruttano i giovani, malfattori dediti a familismo e clientelismo, portaborse, leccapiedi, fannulloni o addirittura papponi, come scrisse anni fa Vittorio Feltri su “Libero”.
Per fortuna, università e ricerca sono anche altro, questo posso garantirlo. Posso dire, per esperienza consolidata negli anni, che nei settori scientifici, ad esempio, esistono molti ricercatori e professori che svolgono attività didattica e di ricerca di buono/ottimo livello, armati di passione e dedizione, persone oneste che dalla mattina alla sera si fanno in quattro per “mandare avanti la baracca”. E' anche grazie a loro che la ricerca scientifica del nostro paese è sorprendentemente competitiva nel contesto internazionale, malgrado i tagli sempre più drastici inflitti dai governi ai finanziamenti pubblici (vedi The italian paradox: http://www2.cnrs.fr/en/1588.htm). Tagli, che tra l'altro, gravano solo su chi lavora e non certo su fannulloni e nepotisti, che se la spassano indisturbati come sempre.
Le parole sono importanti, grida Nanni Moretti schiaffeggiando una sprovveduta giornalista nel film "Palombella rossa". E lo sono soprattutto se possono influenzare l'opinione pubblica. A mio parere, quando si scrive di università e ricerca e non solo, se si vuole fare vera informazione, senza cadere nei luoghi comuni e senza cedere alla fame di scoop, si deve evitare di privilegiare il sensazionalismo a scapito di un approfondimento critico. Per non screditare una intera categoria di ricercatori e docenti, bisogna fare i dovuti distinguo, mostrando anche l'altra faccia degli Atenei: quella che lavora e produce, anche se non fa notizia. Altrimenti, denigrando in toto università e ricerca pubbliche si rischia di mistificare la realtà e lungi dal punire i corrotti si getta fango su tutti, anche sugli onesti, distruggendo forze ed energie positive a scapito dei giovani e dello sviluppo scientifico e culturale del paese.
Un'ultima considerazione: ma se negli Atenei circolano solo baroni e nepotisti, qualcuno deve dirci da dove saranno mai venuti i famosi cervelli in fuga, altro luogo comune e cavallo di battaglia di molta stampa. Che si siano generati spontaneamente? Che siano nati sotto ai cavoli? Saranno forse dei baccelloni di origine extra-terreste? Non è che per caso dei docenti onesti, dei bravi "maestri" li avranno formati e aiutati a crescere, proprio negli stessi Atenei ritenuti da molta stampa covi esclusivi di nepotismo e malaffare? Su questi temi, molti giornalisti dovrebbero chiarirsi le idee, per evitare di cadere in contraddizione con se stessi. Altrimenti saremmo spinti a pensare che ad essere in fuga siano anche i loro cervelli!
Purtroppo, corruzione e clientelismo sono virus che hanno infettato ormai tutti gli ambiti della società italiana, sia nel pubblico che nel privato. Usando lo stesso metro utilizzato da Fini nel suo articolo, si potrebbe dire che il mondo della stampa è fatto solo da giornalisti corrotti, pennaioli e scribacchini al soldo di politici e industriali, gente che fa strada unicamente grazie alle amicizie che contano, ma non sarebbe giusto.
Patrizio Dimitri

sabato 3 gennaio 2015

La valutazione della ricerca e le nozze coi fichi secchi

Quale botanico potrebbe mai pensare di valutare le potenzialità di sviluppo di piante di edera lasciandole crescere nel deserto del Sahara? Quale premiata scuderia di Formula 1 eseguirebbe dei test di velocità di un nuovo prototipo in un circuito dal manto stradale dissestato? Sarebbe sicuramente più saggio e redditizio fornire alle piante le adeguate risorse nutrizionali e il giusto ambiente, così come eseguire i test di velocità su di un manto stradale in perfette condizioni.
Traslando questi esempi lapalissiani al campo della valutazione della ricerca scientifica, il buon senso vorrebbe che prima di valutare i ricercatori, e le ricerche che questi svolgono, lo stato dovrebbe garantire loro la possibilità di accedere a finanziamenti degni di questo nome.
Ma quello che è ovvio per noi poveri mortali, non sembra esserlo per l'Agenzia Nazionale di Valutazione di Università e Ricerca (ANVUR). Senza entrare nel merito di un sistema di valutazione che finora ha mostrato i suoi enormi limiti producendo spesso valutazioni falsate e risultati paradossali, l'ANVUR è stata istituita allo scopo di riconoscere e premiare il merito e l'eccellenza. Ma ora l'Agenzia si trova a svolgere questo compito in un terribile momento storico, il peggiore di sempre, caratterizzato dall'azzeramento dei finanziamenti pubblici. In condizioni ambientali così avverse, negli ultimi anni il lavoro dei ricercatori è stato chiaramente compromesso e molti laboratori sono vicini al collasso. Inoltre, in scarsità di risorse si è scatenata una esasperata competizione che, lungi dall'avere risvolti positivi, tende a premiare i gruppi accademicamente più forti, non necessariamente i migliori, cancellando quella variabilità culturale e scientifica determinante per lo sviluppo della conoscenza.
Purtroppo, l'ANVUR non si dimostra disposta all'autocritica e di questo passo finirà per fare le classiche "nozze coi fichi secchi" rendendo inutile, o a dir peggio dannoso il lavoro svolto finora.
.
Non sarebbe stato più serio e utile, se prima di dare inizio ai cerimoniali della valutazione si fosse pianificata una programmazione a lungo termine con lo stanziamento di risorse ageduate per finanziare la ricerca? Oppure il vero e unico scopo dell'Agenzia è quello di selezionare nuove specie di "ricercatori mutanti" resistenti agli ambienti ostili e capaci di lavorare e produrre in assenza di risorse? Che sia questa la novità, il risultato degli esperimenti dell'abominevole dottor ANVUR, la grande prospettiva per lo sviluppo della ricerca e della conoscenza nel nostro paese?
Ci auguriamo vivamente di no, perchè dopo aver toccato il fondo università e ricerca dovranno risollevarsi. Tutti siamo chiamati per collaborare a questo scopo, altrimenti sarà il tracollo definitivo del nostro paese.
E come conclude Gennaro Iovine (Eduardo De Filippo) in "Napoli Milionaria" prima che cali il sipario: Ha da passà 'a nuttata.