mercoledì 1 maggio 2013

Breve messaggio al neo Ministro Maria Chiara Carrozza

Gentile Ministro,
Mi rivolgo a lei per comunicarle la mia grande preoccupazione, e quella di moltissimi colleghi, per le dannose ripercussioni in ambito universitario che potranno derivare dal nuovo sistema delle abilitazioni, basato sulla rigida e casereccia bibliometria stabilita dall'Agenzia nazionale di valutazione di Università e Ricerca (Anvur).
E’ innegabile che una seria e trasparente valutazione dell’attività scientifica rappresenta un requisito fondamentale e irrinunciabile per il reclutamento di ricercatori e docenti, ma è quantomeno rischioso affidarla esclusivamente a rigidi indicatori bibliometrici. Infatti, come lei sa, a livello internazionale tali indicatori non sono ritenuti affidabili per valutare i livelli di qualità, autonomia scientifica o originalità di ricerca. Per quanto riguarda il numero di pubblicazioni e di relative citazioni, ad esempio, gli indicatori non permettono affatto di entrare nel merito del contributo apportato dai singoli autori. Soprattutto nel settore scientifico, in Biologia e Medicina, due delle aree CUN più ampie, l’ordine degli autori di un articolo è invece fondamentale perché rispecchia il contributo al lavoro. Come se non bastasse, gli indicatori Anvur non tengono nemmeno conto del livello qualitativo delle riviste scientifiche dove sono stati pubblicati gli articoli soggetti a valutazione. Secondo questa logica aberrante, 20 articoli su Annali Italiani di Chirurgia, valgono più di 10 articoli su Nature. E' così che si intende premiare il merito nel nostro paese? Con un siffatto sistema di "valutazione di stato", automatico e casereccio, c'è veramente da avere paura: nella buona parte dei casi si finirà per premiare la quantità a scapito della qualità, producendo una meritocrazia alla rovescia: un messaggio deleterio e fortemente anticulturale.
Ma gli effetti deleteri dell’utilizzo delle mediane non finiscono qui, ci potrà essere un impatto negativo anche sulla chiamata di chi è già idoneo, avendo superato i concorsi dell’ultima mandata del 2010 (vedi articolo precedente).
Gentile Ministro, speriamo ardentemente che tra i primi interventi della sua agenda ci sia la revisione definitiva del reclutamento basato sulle mediane Anvur, per arrivare ad un sistema basato su qualità, etica e responsabilità.
Con i miei migliori auguri di buon lavoro. Patrizio Dimitri

sabato 30 marzo 2013

Il diabolico esperimento del dottor Anvur: la meritocrazia alla rovescia, ovvero meglio 20 articoli su "Journal of Pizza & Fichi" che 10 su "Nature"!

Le famigerate mediane dell'Anvur, l'agenzia nazionale per la valutazione di università e ricerca hanno suscitato perplessità e critiche nel mondo universitario e della ricerca. Vari interventi puntuali apparsi sul blog Roars (http://www.roars.it/online/anvur-mobbing-zombizzazioni-e-ingiustizie-purtroppo-si/) documentano in modo serio e approfondito la fallacità e la scarsa affidabilità degli indicatori bibliometrici introdotti dall'Anvur, per valutare la qualità di ricercatori e docenti che saranno reclutati dagli atenei italiani. I "difetti di fabbrica" di questo sistema sono molteplici ed evidenti agli addetti ai lavori, forse solo i sette saggi "samurai" del consiglio direttivo l'Anvur non se ne sono accorti.
Purtroppo, buona parte della comunità scientifica e accademica sembra aver accettato passivamente l’utilizzo degli indicatori, quasi si trattase di un male ineluttabile, come d'altra parte ha fatto per tutte le leggi e norme emanate sull'università da 10 anni a questa parte. Ma i rischi e gli effetti indesiderati, sia a breve che a lungo termine, che deriveranno da questo tipo di sistema di valutazione, da questo pasticcio casereccio, sono tanti e tali che come professore universitario e ricercatore sento la necessità di non restare in silenzio e di esprimere le mia grande preoccupazione.
Cos'è che non convince in questo sistema di valutazione "automatico" basato su indicatori e mediane? E’ innegabile che una seria e trasparente valutazione dell'attività scientifica rappresenta un requisito fondamentale e irrinunciabile per il reclutamento di ricercatori e docenti, ma è quantomeno rischioso affidarla esclusivamente a rigidi indicatori numerici che a livello internazionale sono ritenuti non solo insufficienti, ma anche fuorvianti (http://www.roars.it/online/incerti-incompleti-e-modificabili-ecco-gli-indicatori-dei-candidati-allabilitazione/9.
Nei settori bibliometrici, ad esempio, oltre al numero di articoli pubblicati negli ultimi dieci anni, gli altri due indicatori stabiliti dall'Anvur sono l'H-index e il numero citazioni. Questi ultimi sono però ridondanti in quanto rappresentano le facce di una stessa medaglia, ovvero si tratta di fattori che stimano entrambi il valore di un articolo in funzione del numero di citazioni ottenute, parametro a cui viene attribuito, quindi, già in partenza un peso troppo determinante ai fini della valutazione.
Come se non bastasse, i valori delle mediane mostrano forti disparità tra macro-settori, anche tra quelli appartenenti alla stessa area (vedi ad esempio le Scienze Biologiche). In alcuni risultano esageratamente alti, forse gonfiati, tanto da sollevare seri dubbi sui criteri utilizzati per calcolarli (http://www.roars.it/online/zeru-tituli-come-anvur-ti-alza-le-mediane-e-te-fa-er-cucchiajo), non a caso si parla di "mediane fai-da-te". Di conseguenza, in certi casi basta avere una produzione scientifica normale o appena mediocre per superare le mediane, mentre in altri è indispensabile un curriculum da premio Nobel.
E' evidente, inoltre, che il superamento delle mediane non riflette necessariamente livelli assoluti di qualità, nè di autonomia scientifica o di originalità di ricerca. Infatti, nell'ambito degli articoli in esame, gli indicatori non permettono affatto di entrare nel merito del contributo apportato dai singoli autori. Soprattutto nelle aree di biologia e medicina, due delle aree CUN più ampie, l’ordine degli autori di un articolo è invece fondamentale perché rispecchia il contributo al lavoro, i principali di solito sono il primo e ultimo. Ma non finisce qui, gli indicatori Anvur non tengono nemmeno in considerazione il livello qualitativo delle riviste scientifiche dove vengono pubblicati gli articoli prodotti dai candidati. Almeno nell'area biomedica, l’impact factor sarebbe stato un possibile correttivo, un indicatore utile per stimare il livello delle riviste scientifiche, ma l’Anvur ha stranamente deciso di non considerarlo.
Stando così le cose, nel complesso il sistema dell'Anvur contiene tante e tali anomalie che, se non verranno introdotti dei sani e seri rimedi, rischierà di alterare le valutazioni. Il primo effetto ovvio e indesiderato sarà premiare la quantità a scapito della qualità: ad esempio, potrà accadere che chi ha pubblicato 20 articoli su Journal of Pizza & Fichi, rivista casereccia con impact factor di 0.005, supererà facilmente la mediana, a scapito di chi ha pubblicato 10 articoli su Nature (impact factor 36) che troverà un semaforo rosso a sbarrargli la strada. Ma un'altra aberrazione facilmente prevedibile, un'altra orrida creatura sarà generata dagli esperimenti del "dottor Anvur", per utilizzare il calzante soprannome coniato da Roars: i settori con mediane più basse, quindi di livello minore, saranno premiati e nel tempo potranno attrarre più candidati abilitati e cresceranno (ma solo dal punto di vista quantitativo) alla faccia dei settori più competitivi con mediane più alte, più difficili da essere superate. Un'eccezione a questa tendenza potrebbe essere rappresentata da quei campi di indagine che nei vari macro-settori sono già fisiologicamente più diffusi e dominanti. Ad esempio, sempre per rimanere nell'area biologica, l'utilizzo del trittico valutativo dell' Anvur avvantaggerà non poco chi svolge studi applicativi in cellule umane che, in termini di articoli (con eserciti di autori), citazioni e visibilità, di solito raccolgono di più rispetto ad altri studi, anche eccellenti, condotti però su organismi modello.
Infine, non bisogna dimenticare altri possibili effetti "mostruosi", altre ricadute negative che l'utilizzo di indicatori e mediane potrà avere soprattutto sui più giovani.
E' chiaro che d'ora in poi, nel "villaggio dei dannati della ricerca italiana" molti dottorandi, borsisti, assegnisti di ricerca e neo-ricercatori saranno impegnati in un nuovo sport estremo: la spasmodica e ansiosa rincorsa al superamento delle mediane, privilegiando sempre di più la quantità alla qualità. Il rischio è che molti giovani tendano in primo luogo a pubblicare molto e in fretta, scegliendo settori di indagine che normalmente fruttano più citazioni di altri e puntando ad appartenere a gruppi accademici potenti e protettivi. E tutto questo a discapito di autonomia, approfondimento, curiosità e originalità: valori che credevamo fossero i requisiti fondamentali di una buona attività di ricerca.
E' lecito chiedersi come mai questi aspetti siano sfuggiti ai sette saggi dell’Anvur. Abbiamo solo a che fare con delle loro clamorose sviste, oppure è possibile che si tratti del frutto di scelte meditate i cui effetti nocivi non erano stati considerati al momento di programmare l'esperimento? Non sarebbe stato meglio per tutti, se i setti saggi si fossero prima confrontati con la comunità di ricercatori e docenti e con le società scientifiche? Non sarebbe stato più saggio per i saggi, perdonate il calembour, che la scelta dei criteri valutativi venisse, il più possibile, discussa e condivisa? Invece l'Anvur sembra comportarsi come un essere alieno sbarcato sulla terra per soggiogare il genere umano
In ogni caso, si tratta di grosse falle nella "nave dell'Anvur" che si proponeva di stimare oggettivamente la produzione scientifica di ricercatori e docenti, falle che rischiano di farla affondare appena salpata. Infatti, con l'utilizzo degli attuali indicatori bibliometrici e delle relative mediane, l’esperimento del "dottor Anvur" rischia seriamente di dar vita a delle mostruosità, a delle valutazioni falsate che in molte aree tenderanno soprattutto a produrre una meritocrazia alla rovescia: un risultato che ribalta gli obiettivi originali dell’agenzia di valutazione, un vero incubo da cui ci si vorrebbe svegliare al più presto!
Se questi sono i presupposti, allora sarebbe più giusto che l'Anvur venisse ribattezzata "Ansvur", ovvero "Agenzia nazionale della svalutazione di università e ricerca".
Ma gli effetti deleteri dell'utilizzo delle mediane non finiscono qui, esse avranno un impatto negativo, una sorta di letale effetto boomerang, anche sulla chiamata di chi è già idoneo, avendo superato i concorsi dell'ultima mandata del 2010. Come è possibile, direte voi? In Italia tutto è possibile: infatti, lo scorso 26 marzo il Senato accademico della Sapienza di Roma ha deliberato l'attivazione di una procedura per la chiamata degli idonei a prima fascia da cui sarà escluso chi non supera le tre famigerate mediane.
In particolare, nell'avviso di censimento inoltrato dall'Area risorse umane della Sapienza (vedi http://www.uniroma1.it/sites/default/files/circolari/Comunicazione0020902.pdf), si legge quanto segue:
Ammissione al censimento Sono ammessi a produrre la documentazione curriculare i docenti Sapienza, in possesso della idoneità, conseguita ai sensi della Legge 210/98, (si ricorda che la durata dell’idoneità è stabilita in 5 anni) ed in possesso di requisiti di qualità scientifica non inferiori a quelli individuati dall’ANVUR per l’abilitazione nazionale dei professori di I fascia, con la variazione che devono essere posseduti tutti e tre i parametri ANVUR alla data del 18.12.2012
Si tratta di una modalità a dir poco anomala, iniqua e discriminatoria nei confronti di molti idonei. Infatti, sul sito dell’Anvur si legge che il raggiungimento delle mediane non preclude in alcun modo il diritto a partecipare alla abilitazione nazionale. Inoltre, l'utilizzo rigido degli stessi indicatori è stato messo in discussione dallo stesso Ministero che in un comunicato ha invitato le commissioni a non considerarli indispensabili per l'abilitazione. Allora, per quale motivo il Senato accademico della Sapienza, con in testa il Rettore Frati, ha deciso di attuare per la prima volta un provvedimento così lesivo che di fatto tende a screditare dei seri professionisti? Come è possibile escludere a priori da una selezione per le chiamate chi è già stato decretato idoneo tramite regolare concorso, per giunta utilizzando in modo retroattivo dei parametri poco affidabili per valutare qualità, originalità e indipendenza dei candidati? Misteri della Sapienza! E che facciamo adesso con tutti gli altri idonei che dal 2010 a oggi sono stati già chiamati da diversi Atenei, Sapienza compresa, senza utilizzare questo criterio? Sottoponiamo anche loro ad un’ulteriore valutazione retroattiva? Tra l'altro, in questo modo il Senato accademico della Sapienza ha completamente esautorato e scavalcato anche i Dipartimenti che secondo la recente riforma avrebbero dovuto essere invece gli organi responsabili del reclutamento.
Sarebbe ora che il mondo scientifico e accademico si svegliasse organizzando una sana protesta per costringere i vampiri dell’Anvur ad abbandonare la loro "sanguinaria" bibliometria con l'inaffidabile e pericoloso trittico delle mediane fai-da-te, per utilizzare finalmente metodi di valutazione affidabili e internazionalmente riconosciuti.
Nei classici della narrativa gotica-horror, gli spaventosi mostri sfuggiti al controllo dello scienziato pazzo vengono di solito resi inoffensivi insieme al loro creatore e la storia si conclude con un lieto fine. Sarà così anche nel caso delle orride creature del dottor Anvur? Speriamo ardentemente di si, altrimenti la ricerca scientifica di base nel nostro paese sarà definitivamente azzerata.

mercoledì 27 marzo 2013

La spending review di Monti & co colpisce ancora: ecco un altro bel regalo all'Università!

I direttori dei dipartimenti dei vari atenei italiani sono stati informati che tutte le missioni che non utilizzano fondi europei o privati sono bloccate.
Sogno o son desto? Ma questo accade veramente oppure è un incubo?
Purtroppo è vero e accade grazie a una norma contenuta nella famigerata "spending review" del Governo Monti. Al momento, quindi, i ricercatori degli atenei italiani per andare in missione non potranno utilizzare i propri fondi ottenuti su progetti di ricerca finanziati dal Ministero. E che dovranno fare tutti quei ricercatori che possiedono solo fondi derivati da finanziamenti pubblici (sono la maggior parte) che devono recarsi in missione, in Italia o all'estero, per motivi di lavoro?? Rimarranno fermi, in attesa che qualche solerte funzionario risolva il problema??
Una cosa del genere è gravissima. Si tratta di un ulteriore sconsiderato, scellerato e gravissimo ostacolo che limita ulteriormente la già compromessa libertà di ricerca in questo disgraziato paese. Questa mostruosità è il risultato di provvedimenti di cui i nostri pessimi governanti non conoscono nemmeno le ricadute, dimostrando la solita ignoranza e superficialità. Possibile che i responsabili di tutto ciò non debbano pagare per i loro errori, invece di continuare a essere retribuiti con stipendi d'oro e privilegi?? Perchè nella spending review non hanno previsto di tagliare drasticamente i loro costi?

martedì 12 marzo 2013

Ecco la Consip: docenti e ricercatori ringraziano la spending review del Governo Monti.

Venghino, venghino, signori! Grazie alla spending review del Governo Monti, finalmente niente più sprechi nei laboratori di ricerca degli atenei italiani. Venghino, venghino docenti e ricercatori, vi viene concessa la possibilità di risparmiare e da questo mese potrete ordinare a prezzi stracciati prodotti e materiali di ogni tipo alla Consip, una società per azioni del Ministero dell'Economia e delle Finanze
https://www.acquistinretepa.it/catricerche/manageSfogliaCatalogo.do?tipo_utente=PA&adfgen.menuId=1&adfgenResetSession=true
E per continuare a comprare prodotti o materiali già utilizzati e sperimentati con successo (e che nel lavoro di ricerca scientifica di solito è bene non cambiare) dovrete consultare tabelle, sfogliare cataloghi online, compilare moduli, scrivere mail, dialogare appassionatamente con le amministrazioni ecc ecc. E se i vostri prodotti preferiti non fossere disponibili nello smisurato catalogo della Consip? Nessun problema, dovrete solo dimostrare che di fatto sono migliori di quelli della Consip. Ricordate il carosello di Paolo Ferrari provava i detersivi e sceglieva quello che "lava più bianco che più bianco non si può"? E così,cari docenti e ricercatori fannulloni e annoiati, potrete finalmente rivitalizzarvi impiegando il vostro tempo a risolvere utili e interessantissime faccende burocratiche che una volta per tutte vi distoglieranno dalle noiose e improbabili attività di ricerca... Venghino, venghino!
E' agghiaccianteeeeeeeee, direbbe Maurizio Crozza! Ma i parsimoniosi e illuminati partecipanti al defunto Governo Monti, alcuni di essi Bocconiani di ferro, grandi econimisti e giuristi, queste e altre idee brillanti le hanno pensate la notte, oppure si sono spremuti le meningi la mattina in bagno? Dal risultato propenderei per la seconda ipotesi..

sabato 2 febbraio 2013

Cari politici italiani: non si risparmia su istruzione e ricerca pubbliche

Con la recente legge di stabilità, ultimo regalo di un dimissionario governo Monti, si spara sulla croce rossa e si prende ai poveri per dare ai ricchi. Infatti, vengono dissanguate istruzione e ricerca pubbliche per regalare la bellezza di 223 milioni di euro alle scuole private.
I nuovi tagli si sommano a quelli del governo Berlusconi con effetti disastrosi a breve e lungo termine sullo sviluppo culturale, scientifico ed economico del paese. Peseranno sulla scuola pubblica (47,5 milioni in meno per l'offerta formativa) resa sempre più luogo fatiscente dove i nostri giovani crescono in situazioni depresse e deprimenti. Peseranno sugli atenei (riduzione di 300 milioni di euro del fondo di finanziamento ordinario), con ulteriore calo delle assunzioni e nuovi aumenti delle tasse universitarie. Peseranno sulla ricerca pubblica, con la quasi totale sparizione dei finanziamenti ministeriali. Infatti, il nuovo bando per il finanziamento dei progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN) è stato gravemente decurtato. I PRIN, istituiti dal primo governo Prodi nel 1996, hanno finora rappresentato la fonte primaria di finanziamento per la ricerca pubblica. Ora si è veramente toccato il fondo: il governo Monti ha avuto il coraggio di destinare solo 38 milioni di euro alle 14 aeree disciplinari del PRIN 2012! Più o meno la somma degli stipendi annui di una dozzina di calciatori di livello appena discreto che circolano nel nostro paese. Una miseria rispetto al passato (170 milioni di euro per il bando congiunto 2010-2011, 85 milioni ad annualità, e addirittura 137 milioni nel 2004), un'offesa alla dignità e alla professionalità di migliaia di ricercatori che dovranno darsi da fare per preparare progetti approfonditi, corredati da minuziose tabelle di previsione di spese, evadendo noiose richieste burocratiche, per racimolare alla fine solo inutili briciole, nei casi più fortunati. Tra l'altro, alla miseria del budget si sommano dei vincoli all'aggregazione dei ricercatori basati su fasce di età che di fatto limitano la libertà di ricerca e un sistema di preselezione dei progetti interno agli atenei, alquanto criticato e criticabile perchè facilmente addomesticabile dai soliti noti.
Molti stati europei programmano in largo anticipo piani di spesa dettagliati e investono significative porzioni del PIL nella ricerca, perchè la ritengono elemento cardine per lo sviluppo di un paese civile. In Italia, invece, la ricerca pubblica viene lasciata marcire in assenza di programmazione e risorse adeguate. Mario Monti vuole presentarsi come candidato premier alle prossime elezioni continuando su questa falsariga? Nella sua recente agenda, Monti spiega la sua ricetta per la crescita e scrive che "è prioritario accrescere gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, incentivando in particolare gli investimenti del settore privato". Ecco svelato l'arcano: Monti ritiene prioritaria la ricerca privata, industriale, finalizzata e orientata verso obiettivi predefiniti. Caro Monti: niente di più sbagliato. La storia del progresso scientifico ci insegna che è la ricerca pubblica di base il vero motore del progresso scientifico e dell'innovazione e per questo merita di essere incentivata con risorse congrue e non uccisa da tagli selvaggi. Per farlo basterebbe abolire i costi inutili di una politica vorace: stipendi e pensioni d'oro, innumerevoli sprechi e assurdi privilegi.
Qualche anno fa il premio nobel Renato Dulbecco dichiarò "Chi investe così poco in ricerca non può essere scientificamente competitivo né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori", ma è rimasto inascoltato. Se la classe politica e dirigente del nostro paese continuerà solo a partorire proclami e frasi ad effetto, programmi e agende virtuali, rimanendo in realtà sorda ai veri bisogni di istruzione, università e ricerca, se docenti, ricercatori e studenti saranno sempre più costretti ad arrangiarsi, se l'istruzione e la ricerca pubbliche verranno fatte morire, il decadimento del nostro paese sarà sempre più veloce e la melma del sottosviluppo morale, culturale e economico lo sommegerà definitamente.
S'intese un lungo tumultuante urlante rumore simile al frastuono di mille acque e il profondo stagno ai miei piedi si chiuse cupo e silenzioso sui resti della Casa degli Usher (E. A. Poe)
Pubblicato su ROARS http://www.roars.it/online/author/patrizio-dimitri/

mercoledì 29 febbraio 2012

Si sa che " E figli so’ piezz’ e core.....”

Perchè prendersela con il rettore, è solo un buon padre di famiglia e un buon marito. D'altronde, come diceva Eduardo De Filippo, si sa che " E figli so’ piezz’ e core.....”

La carriera del primario che operava i manichini: chirurgo e figlio del rettore della Sapienza. Di Gian Antonio Stella

Vi fareste operare al cuore da chi non ha «mai visto la cardiochirurgia» e si è impratichito solo con i manichini? Se la domanda vi sembra demenziale, sappiate che è già successo .
O almeno così dice, in un'intervista stupefacente, il figlio del rettore della Sapienza. Che con una sfolgorante carriera si è ritrovato giovanissimo a fare il professore nella facoltà del papà, della mamma e della sorella.

Che per essere un grandissimo chirurgo si debba avere necessariamente un curriculum scientifico universitario, per carità, non è detto. Ambroise Paré, il fondatore della moderna chirurgia, pare fosse figlio di una peripatetica e cominciò nella scia del padre facendo insieme il chirurgo e il barbiere. E il capo-chirurgo dell'«équipe 2» del primo trapianto di cuore in Sud Africa, nel 1967, al fianco di Christiaan Barnard, pare sia stato Hamilton Naki, che era un autodidatta con la terza media che essendo nero figurava assunto come giardiniere ma aveva le mani d'oro al punto di ricevere, finita l'apartheid, una laurea ad honorem e il riconoscimento di Barnard: «Tecnicamente era meglio di me».
Detto questo, il modo in cui Giacomo Frati si è ritrovato alla guida di un'Unità Programmatica di (teorica) avanguardia al Policlinico di Roma appare sempre più sbalorditivo. Ricordate? Ne parlammo due settimane fa, dopo l'apertura di un'inchiesta giudiziaria. Riassumendo, il giovanotto riesce in una manciata di anni (ricercatore a 28, professore associato a 31, in cattedra a 36) a diventare ordinario nella stessa facoltà di medicina in cui il padre, il potentissimo rettore Luigi, è stato per una vita il preside e ha già piazzato la moglie Luciana Rita Angeletti (laurea in lettere, storia della medicina) e la figlia Paola, laureata in legge e accasata a Medicina Legale.

Un genio tra tanti «sfigati»? Sarà... Ma certo gli ultimi passaggi della vertiginosa carriera di Giacomo sono sconcertanti. Prima l'esame da cardiochirurgo vinto grazie al giudizio di una commissione di due igienisti e tre dentisti: «Giusto? Forse no però questo non è un problema mio...». Poi la chiamata a Latina dove era stata aperta una «succursale» di cardiologia della Sapienza presso la casa di cura Icot. Poi il ritorno a Roma appena in tempo prima che le nuove regole contro il nepotismo della riforma Gelmini impedissero l'agognato ricongiungimento familiare. Poi la creazione su misura per lui, togliendo un po' di letti a un altro reparto, di un'«Unità Programmatica Tecnologie cellulari-molecolari applicate alle malattie cardiovascolari» che gli consente di avere un ruolo equiparato a quello di primario, novità decisa dal direttore generale Antonio Capparelli. Nominato poche settimane prima ai vertici del Policlinico proprio da Luigi Frati, il premuroso papà.
Troppo anche per un ateneo storicamente abituato a una certa dose di nepotismo. Eppure, neanche un verdetto del Tar che dà ragione a quanti avevano presentato un esposto contro gli esiti della «gara» vinta da Giacomo («illogicità del criterio adottato», «irragionevole penalizzazione degli idonei», «danno grave e irreparabile») è riuscito a frenare l'irrefrenabile ascesa del giovanotto. Anzi, il giorno dopo avere perso il ricorso in appello contro quella sentenza, l'università gli ha fatto fare un nuovo passo in avanti.

Né sono riusciti a bagnare l'impermeabile scorza di Luigi Frati (dominus assoluto di un sistema trasversale alla destra e alla sinistra che sta benissimo a molti baroni) alcune contestazioni nel Senato accademico o una miriade di mugugni sul Web. Né poteva infastidirlo, pochi giorni fa, il professor Antonio Sili Scavalli, segretario regionale della Fials e responsabile aziendale dello stesso sindacato, che ha mandato una diffida a Renata Polverini chiedendo come fosse possibile che Giacomo Frati, chiamato al Policlinico per attivare una guardia medica di cardiochirurgia, sia stato quattro mesi dopo promosso e contestualmente abbia chiesto, da primario, di essere esentato dalle noiose guardie notturne.
Ma le domande più fastidiose poste dal sindacato, che preannuncia un esposto alla magistratura, sono altre. È vero che in un anno e mezzo i dati sulla produttività dell'unità di Giacomo Frati «fornirebbero un numero pari a zero»? Ed è vero che in questo periodo il giovine chirurgo ha fatto in tutto 5 interventi «peraltro di cardiochirurgia classica» che dunque non c'entrano niente con la creazione su misura del reparto di «avanguardia»? E soprattutto: qual era la mortalità di quella dependance di cardiochirurgia a Latina dove si era impratichito?
Il punto più delicato è questo. Lo dicono nemici di Frati come il senatore Claudio Fazzone, che mesi fa ironizzò sull'«alta qualità portata a Latina» dal rettore: «Penso si riferisca alla cardiochirurgia che ha effettuato 44 interventi in un anno, di basso profilo, col più alto indice di mortalità del Lazio». Ma lo dice soprattutto un decreto della Regione del 29 settembre 2010. Dove si legge che nonostante a Latina fossero stati fatti «zero» interventi chirurgici «di alta complessità, i risultati all'Icot erano pessimi.

Tanto da spingere la Regione Lazio a chiudere la dependance universitaria, a costo di dover pagare alla casa di cura dove stava un risarcimento milionario: «La disattivazione dei posti letto di cardiochirurgia dell'Icot di Latina è sostenuta da valutazioni relative ai volumi di attività estremamente ridotti e alla bassa performance. Nel 2009, la struttura ha effettuato 44 interventi cardiochirurgici (pari all'1% del totale regionale) ed è ultima nel Lazio per capacità di attrazione, con una percentuale di ricoveri a carico di residenti fuori regione intorno al 2% (valore medio regionale del 9%). L'indice di inappropriatezza d'uso dei posti letto è 3 volte più elevato rispetto alla media regionale».
Quanto «bassa» fosse la performance, lo dice una tabella riservata del «PReValE», il Programma regionale di valutazione degli esiti, recuperata da Sabrina Giannini, di «Report». Tabella dove, alla voce «Bypass aorto-coronarico» per il 2008-2009 sulla mortalità nei primi 30 giorni dei pazienti sottoposti ad intervento chirurgico, risulta che non ce la fece il 2,25% degli operati (su 356) al Gemelli, lo 0,46% (su 656) al San Camillo-Forlanini, il 2,67% (su 225) all'Umberto I, il 3,01 (su 632) all'European hospital e via così. Risultato finale: una media di mortalità, per quanto queste statistiche vadano prese con le pinze, intorno al 2,5%.

Bene: in un servizio per «Reportime» di Milena Gabanelli, servizio da questa mattina su Corriere.it , Sabrina Giannini mostra quella tabella a Giacomo Frati: come mai all'Icot c'era una mortalità del 6% e cioè più che doppia? Il giovane «astro nascente» della famiglia del rettore sbanda. E si avvita in una risposta strabiliante: «Cioè, la cardiochirurgia qui è partita da zero. Faccio presente che quando noi abbiamo iniziato tutto il personale, anche infermieristico, era un personale che non aveva mai visto la cardiochirurgia. Abbiamo fatto simulazione in sala anche con i manichini. Anche per il posizionamento dei devices della circolazione extracorporea».
Fateci capire: «tutto il personale» (tutto, compresi dunque i chirurghi) era così a digiuno di cardiochirurgia che prima di operare dei pazienti si era addestrato coi manichini? Che storia è questa? Si sono impratichiti via via sui malati che avevano affidato loro la vita? Per difendere quel reparto, mentre la Regione decideva (troppi reparti) di rinunciare ad aprire nuove cardiochirurgie a Viterbo, Frosinone e Rieti, Luigi Frati disse in un'intervista a «La Provincia»: «Mi chiedo perché mai uno di Latina non abbia il diritto di farsi operare nella sua città». Ma da chi, signor rettore? A che prezzo? In quale altro paese del mondo, dopo tutto ciò che è emerso, potrebbe restare ancora imbullonato al suo posto?

Gian Antonio Stella
28 febbraio 2012 | 10:19

venerdì 10 febbraio 2012

Petizione per eliminare i vincoli alla partecipazione di PRIN E FIRB

La ricerca è una delle cinque misure per crescere del governo Monti, ma l’incipit del Ministro Profumo con i nuovi bandi PRIN E FIRB non sembra dei migliori.
Il 27 dicembre scorso sono stati resi pubblici dal MIUR due bandi per il finanziamento della ricerca scientifica: Il PRIN e il FIRB-giovani. Il bando PRIN è stato poi modificato il 12 gennaio 2012. Tali bandi presentano sostanziali novità rispetto a quelli degli anni passati e malgrado le recenti modifiche al PRIN, le novità rischiano di soffocare la ricerca di base, e in particolare quella più originale e innovativa. Proveremo ad elencarne gli aspetti che non convincono chi la ricerca la conosce e la svolge da anni.
Nel bando PRIN 2010-2011 è stato introdotto un vincolo che definisce un numero minimo di unità per ogni progetto; inizialmente si trattava di 5 unità per tutte le aree disciplinari, poi, nel nuovo bando del 12 gennaio 2012, il vincolo è stato ridotto a 2 unità per molte aree, ma non per altre tra cui quelle biologica e medica. Non capiamo il perché di questa differenziazione tra aree e ci chiediamo come mai un progetto debba essere svolto da almeno 5 unità di ricerca per essere ritenuto valido. Sarebbe come dire che d'ora in poi in Italia tutti i musicisti devono suonare solo in orchestre! Il vincolo delle 5 unità pone seri limiti alla partecipazione e se non sarà eliminato, si premieranno solo i filoni di ricerca rappresentati da un numero elevato di ricercatori, escludendo studi di assoluta eccellenza che hanno il solo demerito di essere svolti da uno o pochi gruppi italiani, ma che rappresentano ricerche di punta a livello internazionale. Se il vincolo delle 5 unità fosse stato applicato alle più importanti ricerche di biologia pubblicate negli ultimi anni, alcune delle quali premiate dal Nobel, nessuna di queste sarebbe stata ammessa al PRIN attuale. Infine, in soli due mesi è molto difficile aggregare 5 unità in un serio programma di ricerca; si incentiverà l’aggregazione artificiosa dei ricercatori in cordate disomogenee nate al solo scopo di partecipare al bando e che poco hanno a che fare con veri programmi collaborativi in cui le competenze dei partecipanti sono complementari e sinergiche.
La proposta procedura di selezione dei programmi ci lascia ancora più perplessi. La selezione non è più affidata al MIUR ma agli Atenei, che sono però tenuti a selezionare un numero limitato di programmi (circa uno ogni 100 docenti in ruolo). Non vi è dubbio che ciò penalizzerà fortemente i Dipartimenti e gli Atenei che possiedono numerosi gruppi di eccellenza. Sarebbe quindi ragionevole abolire questo vincolo oppure lasciare agli Atenei una più ampia possibilità di selezione.
Anche nel bando FIRB-giovani ci sono numerosi vincoli che ne limitano fortemente l’efficacia. In primo luogo, ogni progetto deve essere svolto da almeno 3 gruppi di ricerca tutti coordinati da un giovane ricercatore. Questo limite di 3 gruppi è molto difficile da raggiungere e riflette più un caso favorevole che il vero merito scientifico. Inoltre, ogni Ateneo può presentare un programma FIRB-giovani per ogni 200 docenti in organico, ma ben più grave è il limite delle pubblicazioni. Per accedere al FIRB, i giovani non strutturati (borsisti e assegnisti) fino a 32 anni devono avere almeno 5 pubblicazioni, i non strutturati da 33 a 36 anni, 10 pubblicazioni, e gli strutturati (ricercatori o professori associati) sotto i 40 anni almeno 15 pubblicazioni. Tuttavia, non si fa menzione né della qualità delle pubblicazioni, né della posizione dei giovani ricercatori tra gli autori delle stesse. In particolare, non si tengono in alcuna considerazione gli indici bibliometrici che stimano le pubblicazioni e le riviste dove esse appaiono. Tenere conto solo del numero delle pubblicazioni senza considerarne la qualità può causare esiti paradossali. Ad esempio, un ricercatore universitario di 33 anni, assunto a tempo indeterminato, sarebbe escluso pur avendo 10 pubblicazioni su riviste prestigiose, mentre un assegnista trentaseienne verrebbe ammesso con 10 pubblicazioni su riviste minori.
Auspichiamo che il Ministro Profumo apporti ulteriori correttivi ai bandi PRIN e FIRB-giovani. Se questo non avverrà, si verificheranno due fatti fortemente negativi. I giovani privilegeranno la quantità alla qualità, sfornando il maggior numero possibile di pubblicazioni senza curarsi del loro reale valore scientifico. I meno giovani, che hanno finora lavorato con entusiasmo e produttività ottenendo risultati originali pubblicati su ottime riviste, saranno invece costretti ad arrangiarsi, rivedendo la loro attività e orientandosi verso ricerche che permettano l’accesso ad un PRIN a 5. Tutto ciò, contribuirà ad indebolire la ricerca italiana, già in forte difficoltà per la cronica scarsità di fondi, con gravi ripercussioni sullo sviluppo culturale e tecnologico del nostro paese.
Giudo Barbuiani
Presidente dell’Associazione Genetica Italiana
Ordinario di Genetica
Dipartimento di Biologia ed Evoluzione
Università di Ferrara

Maurizio Gatti
Ordinario di Genetica
Dipartimento di Biologia e Biotecnologie
Università Sapienza

Patrizio Dimitri
Associato di Genetica
Dipartimento di Biologia e Biotecnologie
Università Sapienza
[Deviare]

I Bandi Prin 2010-2011: come cancellare la ricerca originale e di base

Paesi come Gran Bretagna e Francia hanno steso in largo anticipo documenti di programmazione della ricerca pubblica per il decennio 2004-2014,mentre in Italia ogni forma di seria programmazione sembra misteriosamente inattuabile e da sempre si vive alla giornata. Sebbene la ricerca sia una delle cinque misure per crescere del governo Monti, l’incipit del Ministro Profumo con i nuovi bandi PRIN E FIRB non sembra dei migliori. Ecco alcuni degli aspetti a nostro parere problematici dei bandi Prin.

Vincoli quantitativi
Nel recente bando Prin 2010-2011 (che accorpa due anni a causa dei gravi ritardi accumulati in precedenza) è stato introdotto un vincolo che pone seri limiti alla partecipazione: ogni progetto deve essere svolto come minimo da 5 gruppi di ricerca. Qusato vincolo è stato successivamente portato a 2 per alcune aree, ma non per altre come Scienze Biologiche e Scienzwe Mediche. Una correzione che è quasi peggiore dell’iniziale vincolo, perché rappresenta una sperequazione tra aree, soprattutto tra quelle scientifiche.
Mettere un vincolo che definisce un numero minimo di unità per svolgere delle ricerche scientifiche sarebbe come dire che d'ora in poi in Italia tutti i musicisti devono suonare solamente in orchestre! Se il vincolo non sarà eliminato, si premieranno solo gruppi ampi e accademicamente potenti e si penalizzerà la ricerca di base, per definizione sviluppata da gruppi di dimensioni più ridotte.

Risorse
Ai Prin 2010-2011 sono stati assegnati 175 milioni di euro complessivi per progetti che avranno durata triennale, da dividere per le 14 aree tematiche. Negli ultimi due Prin (2008 e 2009), i meno finanziati della storia, le risorse ammontavano complessivamente a 202 milioni di euro per progetti biennali. E' subito evidente che il budget destinato al Prin 2010-2011 si mantiene intorno ai livelli minimi precedenti, mentre per finanziare adeguatamente la ricerca pubblica sarebbe stato necessario un vero cambiamento di rotta con un aumento significativo del budget.

Procedura di selezione
Le cose non vanno meglio. Anche qui i vincoli numerici la fanno da padrone. Ci sarà una fase di preselezione dei progetti da parte degli Atenei che dovranno scegliere un numero di progetti pari circa all'1% del totale di docenti e ricercatori di ruolo. Nell'area di Scienze Biologiche potranno essere presentati solo 6 progetti. E' stato di recente stato deciso che la preselezione sarà affidata a referees indicati dai coordinatori dei progetti e scelti dall'Università. Non vi è dubbio che ciò favorirà i gruppi più grandi e accademicamente potenti, penalizzerando inoltre quei Dipartimenti e quelle Università che possiedo più gruppi che svolgono ricerche di valore e di impatto internazionale.

Conlusioni
I Prin, istituiti dal primo governo Prodi nel 1996, hanno finora rappresentato la principale fonte di finanziamento pubblico destinata alla ricerca universitaria: con i vincoli contenuti dei recente bando si escludono dalla partecipazione moltissimi gruppi di ricerca universitari di ottimo livello e si penalizza gravemente la ricerca di base, dimenticando che essa è invece da sempre il vero motore del progresso scientifico e tecnolgico (la storia della scienza pullula di esempi a riguardo).
La ricerca per sua natura, non deve essere esclusivamente orientata verso fini predefiniti, o imbrigliata da norme, lacci e cavilli burocratici imposti da governanti e burocrati, se così fosse sarebbe molto pericoloso. Gli unici criteri di valutazione da adottare per l'assegnazione dei finanziamenti dei progetti di ricerca pubblici devono essere qualita' e credibilita' scientifiche del progetto e dei proponenti, tutti aspetti che si possono "misurare" valutando, oltre al progetto, i curricula e le pubblicazioni dei partecipanti, usando gli opportuni indici bibliometrici.

Auspicabili Correttivi
Auspichiamo che il Ministro Profumo introduca i necessari correttivi (abolizione dei vincoli numerici, finanziamenti finalmente adeguati e norme serie di valutazione che riconoscano la qualità). Se ciò non avvenisse, chi finora ha lavorato con entusiasmo e produttività, sarà costretto a arrangiarsi o a chiudere bottega, con gravi perdite di investimenti, conseguenze negative sulla didattica universitaria e ripercussioni disastrose enormi sullo sviluppo culturale e tecnologico del nostro paese.