lunedì 23 giugno 2008

Università e Ricerca: tagli, sempre tagli, fortissimamente tagli! Chi dobbiamo ringraziare, Tremonti o Gelmini?

Inserisco volentieri un intervento del collega Marco Merafina che commenta un decreto legge del governo dove, tra l'altro, si introduce una forte limitazione al reclutamento delle Università. si riduce ulteriormente il fondo di finanziamento ordinario delle università e si prevede la trasformazione degli scatti biennali dei docenti universitari in scatti triennali a parità di importo. Di male in peggio!

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Cari colleghi,
dopo un periodo di silenzio mi vedo costretto a intervenire per comunicarvi un
grave atto del governo che, se portato a termine, interverrà pesantemente sullo
stato giuridico dei docenti universitari. Si tratta di un decreto legge
articolato (vedi in calce alcuni articoli, in particolare l'art.75) in cui, tra
gli altri provvedimenti, si prevede la trasformazione degli scatti biennali in
scatti triennali a parità di importo, con una perdita secca e definitiva del
33% di ogni scatto fino alla pensione. Tale passaggio, che a mio avviso
presenta profili di incostituzionalità, andando a incidere sullo sviluppo delle
retribuzioni fino alla pensione (ma su questo chiedo conforto degli esperti),
colpisce duramente le retribuzioni dei ricercatori, soprattutto i più giovani,
che devono maturare la maggior parte degli scatti da qui al termine della
carriera.
Si tratta di migliaia di euro in meno (basta fare un rapido calcolo) che
incidono su retribuzioni già scandalosamente basse. E dire che era ormai
opinione diffusa che le retribuzioni dei ricercatori fossero troppo basse
e da ritoccare verso l'alto! Qui si agisce in direzione opposta colpendo
soprattutto i più deboli, cambiando nei fatti lo stato giuridico senza una
legge specifica e per di più in corsa visto che non si riferirà ai nuovi
assunti, ma anche a coloro che già sono dentro l'università.
Non è accettabile cambiare le carte in tavola cambiando la curva retributiva
senza agire sui meccanismi di avanzamento di carriera, condannando le
retribuzioni più basse alla soglia di povertà.
Credo che a questo punto sia necessaria una risposta chiara e netta da parte
dei docenti universitari, soprattutto dei ricercatori che sono la parte più
colpita, fino ad arrivare alla mobilitazione negli atenei e, se necessario al
blocco delle attività didattiche.
Con queste premesse, peggiori del periodo Moratti, si rischia di avviare una
triste stagione per l'Università: dall'attacco all'istituzione si passa a un
vero e proprio attacco alle persone che vi lavorano con l'unico scopo di fare
cassa.
Se non ci muoviamo ora, quando?

Marco Merafina
Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari

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Dalla collega Antonella Ghignoli sulla lista UNILEX

L'art. 17 stabilisce la possibilità, per le Università, di trasformarsi in
Fondazioni di diritto privato; si badi bene, trasformarsi, non di costituire o
partecipare a Fondazioni. Di conseguenza, il patrimonio immobiliare degli
Atenei viene trasferito a dette Fondazioni. E' una norma che aliena patrimonio
pubblico a favore di soggetti privati. Inoltre, in quanto enti privati, le
Fondazioni sono svincolate dalle regole di bilancio e rendicontazione cui è
sottoposto il pubblico (ma continuano a percepire il finanziamento statale); il
personale tecnico-amministrativo resta nel contratto Università fino alla
scadenza del contratto vigente, poi si vedrà.

Art. 28. Sono soppressi tutti gli Enti di Ricerca con meno di 50 unità di
personale (ad esempio l'Ente Italiano della Montagna) e tutti gli enti anche
con più di 50 unità di personale che non siano stati individuati dai rispettivi
Ministeri vigilanti al fine della loro riconferma, riordino o trasformazione.
In sostanza, si procede ad un riordino di gran parte degli Enti di Ricerca in
assenza di un disegno politico complessivo. Le relative funzioni ed il
personale sono attribuite al Ministero vigilante.

Art. 30. Gli Enti di Ricerca Apat, Icram e Infs sono accorpati in un unico
nuovo Ente, l'IRPA, e diventano, nei fatti, organismi del Ministero
dell'Ambiente. Si prevede che per decreto vengano individuati gli organi di
gestione e le finalità del nuovo Istituto. Gli attuali organismi vengono
commissariati. Su questa decisione vi è stata una prima iniziativa di
protesta delle Organizzazioni sindacali davanti al Ministero dell'Ambiente.

L'articolo 72, nell'ambito di un taglio complessivo delle risorse destinate
alle stabilizzazioni e alle assunzioni nella Pubblica Amministrazione,
reintroduce una fortissima limitazione nel reclutamento delle Università.
Gli Atenei, dal 2003 fuori dal blocco delle assunzioni, per il triennio 2009
-2011 potranno assumere nei limiti del 20% dei pensionamenti e del 50% dal
2012. Contestualmente si riduce il fondo di finanziamento ordinario delle
università che subisce un taglio di 500 milioni di euro in tre anni. Per gli
Enti pubblici di ricerca sembrerebbero confermate le procedure in vigore dal
1° gennaio 2008. Le assunzioni per il triennio 2010-2012 avvengono nei
limiti del 80% della spesa complessiva e del 100% del turn over con un
peggioramento rispetto alle previsioni della finanziaria 2007. Infatti, il
turn over non è calcolato in relazione alla spesa risultante dai
pensionamenti ma sulle unità di personale. Ciò comporta una riduzione delle
opportunità di assumere in quanto, ad esempio, nel caso del pensionamento di
un ricercatore all'apice della carriera la differenza risultante tra il
costo complessivo e quello di una nuova assunzione andrà a beneficio di
finanza pubblica anziché essere utilizzato per il reclutamento.

L'art 73 interviene pesantemente sulla contrattazione integrativa nelle
Università e negli Enti di Ricerca limitandone le risorse disponibili.
Infatti, vengono congelate tutte le risorse, anche provenienti dal bilancio
proprio dell'Ente o dell'Ateneo, aggiuntive al fondo del salario accessorio
e che venivano utilizzate per compensare il tetto al fondo determinato dalla
legge finanziaria del 2006. Non solo, quel tetto viene ulteriormente ridotto
del 10% mettendo in discussione anche quote di salario ormai considerate
fisse e continuative. Le relative somme risparmiate vanno versate su un
capitolo specifico del bilancio dello Stato.

L'art. 75 contiene un bel cadeau per i docenti universitari e gli Atenei: dal
1° gennaio 2009 gli scatti biennali dei docenti, mantenendo lo stesso importo,
diventano triennali; si stirano, per così dire. I risparmi conseguenti per
le Università, quantificati, dal 2009 al 2013, rispettivamente in 40, 80,
80, 120 e 160 milioni, saranno versati in apposito fondo del Bilancio dello
Stato. Neppure una parvenza di motivazione, o di finalizzazione, almeno per
salvare la faccia. Un taglio e basta.

sabato 10 maggio 2008

Mariastella Gelmini, nuovo ministro di istruzione, università e ricerca: chi è costei?

Mariastella Gelmini è il nuovo ministro di istruzione, università e ricerca. Un volto veramente nuovo....anzi sconosciuto che dovrà cimentarsi con problematiche a lei ignote, temo. Nella storia di questo e di altri ministeri non è la prima volta.

mercoledì 26 marzo 2008

Manifesto-Appello in preparazione di un incontro sul futuro della ricerca.

MANIFESTO/APPELLO dell'Osservatorio sulla Ricerca
in preparazione dell'incontro del 7 aprile 2008 "Il futuro Ipotecato! Come se ne esce?"

La storia degli ultimi due decenni ci presenta uno scenario internazionale in cui le economie mondiali hanno spostato il baricentro verso prodotti e processi ad alto contenuto di conoscenza, di fatto rendendo di primaria importanza il ruolo della ricerca e dell’alta formazione.

Le risorse investite in questi settori in tutti i Paesi evoluti ma anche (e persino in misura maggiore) in quelli cosiddetti emergenti (India, Cina, Brasile, etc.) sono aumentate in modo esponenziale e danno conto di una tendenza allo sviluppo di qualità ormai non più controvertibile realizzando quella che viene definita l’Economia della Conoscenza.

Per questo in Italia, forse per la prima volta dall'Unità politica del 1860, il problema dell’alta formazione e della ricerca scientifica si presenta non solo strettamente ma anche inestricabilmente connesso con quello del rilancio della propria competitività economica. Da più di quindici anni tutti gli indicatori mostrano non solo una progressiva flessione dei livelli di crescita che, nella fase di trasformazione dell'Italia da paese agricolo a paese industriale, avevano ridotto il divario tra il nostro Paese e le altre nazioni industriali europee, ma addirittura prospettano una tendenza al declino che ogni anno porta l’Italia ad allontanarsi sempre più dagli altri paesi Europei (che pure non rappresentano la punta dello sviluppo mondiale).

Quale ruolo possono giocare in questo scenario i protagonisti dei settori interessati? Scienziati, ricercatori e intellettuali quanto devono sentirsi coinvolti, e in quale modo possono provare a contribuire al recupero del nostro Paese su questo versante tanto delicato per le prospettive future di tutti noi?

In altri periodi della sua storia l'Italia ha visto il contributo fattivo di alcuni dei suoi scienziati. Dopo l'Unità d’Italia, quando, per esempio, un gruppo di matematici contribuiva a creare la rete della struttura pubblica di ricerca oppure quando un matematico fondava il Politecnico di Milano. All'inizio del secolo scorso, quando una personalità di spicco come Vito Volterra, con una visione quanto mai attuale, delineava (assieme ad altri) la realizzazione di Istituzioni di Ricerca fortemente inserite nel contesto scientifico europeo e, allo stesso tempo, orientate e sensibili all’influenza e all’interconnessione con il mondo produttivo.

Analogamente, dopo i disastri della seconda guerra mondiale, scienziati come Edoardo Amaldi delineano un sistema ricerca moderno e aperto verso le ricadute di tipo produttivo.

Esperienze importanti che hanno avuto il merito di mantenere il nostro Paese a ridosso delle grandi nazioni europee nell’ambito dello sviluppo scientifico e delle sue applicazioni, ma che non sempre hanno trovato politiche rispondenti capaci di mettere a sistema le molte iniziative sparse.

Non è più tempo di politiche deboli nel settore della conoscenza. Il declino che oggi si intravede per il nostro Paese è figlio essenzialmente di questa incapacità di rendere prioritario un settore che in tutto il mondo è ormai riconosciuto come il settore strategico per eccellenza.

Non possono più bastare le iniziative dei singoli di valore e di buona volontà.

La politica deve assumersi tutta la responsabilità che le compete. E’ necessario che il Paese cambi il suo modello produttivo puntando sull'alta tecnologia e sostenendo tutti i settori che costituiscono la filiera che va dalla conoscenza di base alla produzione di innovazione.

Per questo è necessario uno sforzo di sistema in cui tutti gli attori si sentano coinvolti e indispensabili, incentivati a interagire e a concorrere. E tuttavia la parte preponderante tocca a chi ha la responsabilità di mettere in moto l’intero sistema.

Sul versante della scienza e della cultura è necessario che queste nuove politiche riconoscano che per produrre nuova conoscenza con il massimo di efficacia esistono alcune indispensabili e fondamentali regole di base. Per questo si devono concentrare energie per portare a compimento il modello che vede nell’indirizzo strategico il ruolo fondamentale della politica, nell’autonomia della ricerca la condizione essenziale per rendere al meglio il proprio straordinario contributo e nella valutazione terza la leva fondamentale per tenere il sistema in equilibrio e lontano dai rischi dell’autoreferenzialità e della inefficacia. E' su queste basi che anche il sistema complessivo dell'innovazione e dello sviluppo economico e sociale del Paese potrà disporre dei necessari fattori di competenze e di qualità.

In questo quadro, gli scienziati e i ricercatori italiani hanno il dovere di chiedere alle forze politiche che si apprestano alla sfida per il Governo del Paese un impegno convinto e irrinunciabile per portare la Nazione fuori dai rischi del declino e restituire alle nuove generazioni un futuro che a tutt’oggi appare ipotecato dalla miopia delle scelte che hanno relegato la conoscenza ai margini dello sviluppo.

Primi Firmatari:

Pablo Amati (Università di Roma "La Sapienza")
Aldo Amore Bonapasta (Istituto Struttura della Materia, ISM-CNR Roma)
Giorgio Bernardi (Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli)
Carlo Bernardini (Università di Roma "La Sapienza")
Edoardo Boncinelli (Università Vita-Salute San Raffaele di Milano)
Sergio Bruno (Università di Roma "La Sapienza")
Marcello Buiatti (Università di Firenze)
Cristiano Castelfranchi (Università di Siena)
Elena Cattaneo (Università Statale di Milano)
Marcello De Cecco (Scuola Normale di Pisa)
Rino Falcone (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, CNR, Roma)
Stefano Fantoni (SISSA Trieste)
Sergio Ferrari (ENEA - Roma)
Renato Funiciello (Università di Roma III)
Pietro Greco (SISSA Trieste)
Giovanna Grimaldi (Istituto di Genetica e Biofisica, CNR, Napoli)
Angelo Guerraggio (Università dell'Insubria - Varese)
Margherita Hack (Università di Trieste)
Francesco Lenci (Istituto di Biofisica, CNR, Pisa)
Giovanni Marchesini (Università di Padova)
Guido Martinotti (Università di Milano Bicocca)
Rita Levi Montalcini (Premio Nobel per la Medicina)
Lucio Luzzatto (Istituto Toscano Tumori, IIT - Firenze)
Pietro Nastasi (Università di Palermo)
Elisa Molinari (Università di Modena e Reggio Emilia)
Fabrizio Onida (Università Bocconi, Milano)
Giorgio Parisi (Università di Roma "La Sapienza)
Franco Pacini (Università di Firenze)
Giulio Peruzzi (Università di Padova)
Caterina Petrillo (Università di Perugia)
Settimo Termini (Istituto di Cibernetica "E. Caianiello", CNR, Napoli)
Guglielmo Tino (Università di Firenze)
Glauco Tocchini-Valentini (Istituto di Biologia Cellulare, CNR Roma)
Carlo Umiltà (Università di Padova)
Giorgio Vallortigara (Università di Trento)

sabato 22 marzo 2008

Un comunicato del sindacato FLC sulla bocciatura del regolamento per il reclutamento dei ricercatori universitari.

La Corte dei Conti ha bocciato il Regolamento per il reclutamento dei ricercatori universitari, il cui iter era in corso da un anno, e che doveva consentire l'utilizzo delle risorse stanziate dalla Finanziaria 2007 (20+40+80 milioni di Euro per il 2007-08-09) per l'assunzione di giovani ricercatori.

Si tratta di un fatto gravissimo, che azzera due anni di lavoro, di attese ed un processo avviato, certamente ancora insufficiente, ma che doveva aprire la strada al reclutamento straordinario. Per effetto di questo pronunciamento siamo tornati a due anni fa, ad una leva di giovani ricercatori che ora può solo affidare le sue speranze alle risorse ridotte di cui gli Atenei dispongono per il reclutamento ordinario.
Gli effetti della bocciatura, infatti, rendono impossibile avviare i concorsi con il nuovo modello, con il risultato di congelare le risorse stanziate.

Come si ricorderà, ad ottobre un decreto aveva spostato al 2008 le risorse previste per il 2007, proprio perchè il Regolamento ancora non c'era, e questo avrebbe consentito di utilizzarle, seppure in ritardo.

A seguito dell'approvazione del decreto "Milleproroghe", altro pasticcio parlamentare, il termine per i bandi dei concorsi della prima tranche da 20 milioni, quella del 2007, è stato fissato al 1° marzo. Il caos normativo e la totale incertezza su tempi e modalità dei bandi ha fatto sì che gran parte delle Università non facessero in tempo ad emettere i bandi. In extremis, nella giornata di ieri, una comunicazione del Ministro Mussi chiarisce che "i posti di ricercatore di cui al piano straordinario sono da coprire con concorsi banditi entro il 30 giugno 2008". Se così fosse, si salverebbe almeno la prima tranche da 20 milioni, da effettuarsi secondo le vecchie regole concorsuali, ma il resto degli stanziamenti è a questo punto affidato ad un provvedimento del prossimo Governo, che dovrà decidere se, come e quando i concorsi straordinari si debbono fare.

Come si vede, un disastro normativo che induce a serie riflessioni sul come e perchè. C'è una grave responsabilità politica del MUR: errori, non governo dei processi, ritardi, confusione negli obiettivi e nei percorsi.
Vedremo poi le motivazioni della Corte dei Conti, che, secondo il ruolo, dovrebbero attenere ad aspetti ben delimitati.
Ma c'è visibilmente una serie di considerazioni di quadro che saldano in una responsabilità collettiva gli attori istituzionali del sistema; perchè è così difficile cambiare le cose? Quali interessi ed alleanze perverse si sommano per paralizzare ciò che in un Paese normale richiede tre mesi e un po' di buon senso? Perchè non si possono mai fare in Parlamento buone norme sull'Università? E perchè gli organi di controllo e gestione dell'Amministrazione spesso si fanno essi stessi politica, spingendosi ad indicare modelli e soluzioni, anzichè vigilare sulla correttezza delle norme, sia generali sia di spesa?

Emerge in modo fastidioso e non rimuovibile la sensazione di autorappresentanze di interessi che attraversano le istituzioni, volte solo alla tutela dell'esistente.

Contro questi poteri non c'è difesa, a meno che la comunità universitaria, in tutte le sue componenti, non trovi dentro di sè la forza e la convinzione di dire basta alle forze che per le ragioni più diverse portano la responsabilità del declino delle nostre istituzioni.

Roma, 13 marzo 2008

giovedì 20 marzo 2008

Sull'assegnazione dei progetti Prin 2007 ai revisori: molti dubbi e poche certezze, di Patrizio Dimitri.

Come tutti sappiamo, i pochi fondi destinati alla ricerca scientifica pubblica in Italia sono distribuiti malamente. Urgono criteri di valutazione oggettivi, basati qualità e risultati e non su familismo, clientele e inciuci. Il problema critico della valutazione della ricerca scientifica è al centro di un appello inviato di recente al Presidente della Repubblica e firmato da centinaia di ricercatori (http://www.consorzioprogen.it/).

E proprio mentre l’appello è in corso cresce la preoccupazione di tutti noi per l’attuale gestione della valutazione dei progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin) 2007, una delle poche fonti di finanziamento pubblico per la ricerca di base, senza la quale molti laboratori non possono sopravvivere. In un momento di grande ottimismo, l’entourage del Ministro Mussi ipotizzò che le procedure di valutazione si sarebbero dovute concludere entro gennaio 2008. E' sconfortante notare come alla fine di febbraio 2008 il Ministero abbia solo iniziato la delicata fase di assegnazione dei progetti ai valutatori. Ed è qui che casca l’asino: abbiamo notizia di vari casi di assegnazioni clamorosamente sbagliate. Ad esempio, un professore di Genetica umana ha ricevuto un progetto di Ecologia marina da valutare, ma essendo persona seria, ha subito rispedito il "pacchetto" al mittente perché non era di sua competenza. Un caso paradossale, un termometro che segnala evidenti disfunzioni. E’ come se affidaste la revisione della vostra automobile ad un carrozziere. O se per dirigere una partita di calcio fosse scelto un arbitro di pallacanestro. Così si corre il serio rischio di avere valutazioni falsate perché affidate a valutatori poco competenti, o perché manovrate grazie ad assegnazioni addomesticate.

Con quale criterio la commissione di garanzia preposta a controllare l’esito delle procedure di valutazione decide l’assegnazione dei progetti? Come è possibile che un progetto di Ecologia marina finisca ad un genetista umano? La scelta dei valutatori non dovrebbe ricadere su nominativi di esperti scelti in un database precostituito e assegnati al progetto in base alle loro competenze? Chi è responsabile di questi errori (orrori) così marchiani?

Mi auguro che si possa intervenire per correggere le eventuali disfunzioni dei burocrati del Ministero, prima che sia troppo tardi e invito tutti quelli che hanno ricevuto progetti “alieni” alle loro competenze a rifiutarli (se già non lo hanno fatto) e a segnalarmi questi ed altri problemi, in modo tale da poter costruire una sorta di elenco delle disfunzioni del Prin 2007.

domenica 16 marzo 2008

Il nuovo regolamento per il reclutamento dei ricercatori universitari bocciato dalla Corte dei Conti:che succederà adesso?

La Corte dei Conti ha bocciato per la seconda volta il nuovo regolamento per il reclutamento dei ricercatori universitari. Per modificare il vecchio regolamento definito dalla legge Berlinguer del 1999, secondo la Corte dei Conti ci vuole un'altra legge, non basta un decreto del Ministro, che formalmente scavalcherebbe il Parlamento. In precedenza, alla Camera era stato approvato un emendamento al decreto milleproroghe che bloccava tutti i concorsi per ricercatore in attesa delle nuove regole; ora l'atto della Corte dei Conti di fatto rende questo blocco una totale paralisi, perchè a questo punto non è dato sapere se e quando il nuovo regolamento vedrà la luce.

Ma c'è anche il sospetto che la rigidità della Corte dei Conti sia il frutto delle "spinte" di quelli che non vogliono cambiare le vecchie regole. Nelle nuove regole veniva introdotto un primo livello di valutazione, esterno agli Atenei, condotto da una commissione di valutatori anonimi, due dei quali stranieri. La presenza degli esperti stranieri è fondamentale se si vuole una valutazione più seria e indipendente di ricercatori, docenti e progetti di ricerca. Questo sicuramente non è piaciuto ad una buona fetta di accademici potenti, dediti a familismo e clientelismo, molti dei quali siedono anche in Parlamento o hanno in quella sede potenti agganci. A mio parere, comunque, la commissione esterna di valutatori anonimi introdotta nel nuovo regolamento apportava solo un debole filtro, facilmente aggirabile dagli esperti dell'inciucio nostrano.

Sta di fatto che dopo il ritardo dei Prin 2007, dopo i problemi incontrati anche dai decreti di istituzione dell'Anvur, la famosa agenzia di valutazione che ancora non esiste, dopo i tagli alla finanziaria, si tratta dell'ennesimo fallimento delle riforme sbandierate dal Ministro Mussi e dai suoi collaboratori. A questo punto sarebbe lecito attendersi almeno una seria autocritica.

Invece Mussi dice; È molto grave che la Corte dei Conti blocchi il regolamento per l'assunzione dei ricercatori universitari». Il regolamento «è innovativo, adeguato agli standard internazionali, ha già ricevuto il plauso della grande maggioranza della comunità scientifica». «Il regolamento aveva già passato positivamente la verifica di legittimità del Consiglio di Stato, e non presentava alcun problema di copertura finanziaria. Il danno, per l'Università italiana e per i giovani che intendono dedicarsi alla ricerca, è pesante. Ma quali sono gli esatti poteri della Corte dei Conti? Con atti così non si esce dai limiti?». «Aspetterò - conclude - di conoscere le motivazioni per decidere sugli atti successivi».


Per saperne di più andate su http://www.cipur.it/

mercoledì 13 febbraio 2008

L'ennesima beffa dei Prin 2007: i progetti non sono stati ancora inviati ai revisori. Errore, o meglio, orrore tecnico!

Come avevamo già capito da varie settimane, dopo quasi 4 mesi dalla scadenza delle domande, la commissione non ha ancora inviato ai revisori i progetti in valutazione. Il motivo? Secondo l'ultimo comunicato del CUN, si tratterebbe di "problemi tecnici" nell'uso della banca dati dei revisori. Altri problemi tecnici! Qualcuno potrebbe essere così cortese da spiegarci di quali probelmi tecnici si parla? E di chi sono le responsabilità?

Nel corso della legilslatura, problemi tecnici e sviste burocratiche hanno costellato il percorso di tutte le azioni svolte dal Ministero dell'Università e della Ricerca, anche le più semplici. Tutti sapevano che l'anagrafe dei revisori Prin era il punto critico. Sembra, infatti, che la vecchia lista costruita nel tempo da Jacopo Meldolesi e comprendente anche gli staranieri sia andata perduta. Cosa esattamente è successo? So per certo che alcuni colleghi sono stati contattati a novembre per saggiare la loro disponibilità ad esaminare i progetti. Sono stati poi ricontattati a dicembre e messi in stato di allerta. Cosa è succeso dopo? I bagordi di Natale e Capodanno hanno forse obnubilato le menti già annebbiate dei tanti burocrati ministeriali? Purtroppo, sono loroi veri "padroni" del Ministero, quelli che rimangono sempre a galla, mentre i governi cadono e i ministri cambiano con le stagioni. Che pena!

Come si legge nella nota del CUN, "con ogni probabilità i referee riceveranno i progetti dopo il 20 febbraio, data della prossima riunione della commissione". C'è da crederci o dobbiamo attenderci qualche altro errore, o meglio, orrore tecnico.

L'ultima beffa: per "mero errore materiale" i concorsi da ricercatore sono azzerati

Pubblico di seguito un comunicato ricevuto oggi dall'ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari.


La nota ministeriale datata 5 febbraio 2008 chiariva che per i concorsi a
ricercatore, sia quelli "cofinanziati" che quelli su fondi interamente di
ateneo, si potevano "emanare i relativi bandi di reclutamento nel termine
perentorio del 31 marzo 2008". Per tutti questi concorsi si sarebbero
dovute applicare le "procedure" della "legge 3 luglio 1998, n. 210" (Legge
Berlinguer). Per il testo di questa nota:
http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0015Atti_M/6872Elezio.htm

Alla suddetta nota e' seguita quella datata 8 febbraio 2008 (qui sotto
riportata) che invece "precisa che, per mero errore materiale, al quarto
periodo della nota stessa il termine del "31 marzo 2008", riferito alle
procedure ordinarie di reclutamento dei ricercatori, va sostituito con il
termine del "7 dicembre 2007". In altri termini, si 'chiarisce' che i
concorsi su fondi interamente di ateneo sono (erano) 'bandibili' solo entro
il "7 dicembre 2007", data di emanazione (non di entrata in vigore!) del
nuovo Regolamento dei concorsi a ricercatore. Regolamento ancora non
entrato in vigore perche' non ha terminato il suo iter e, quindi, non e'
stato ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
Insomma dal 7 dicembre 2007 non e' (era) piu' possibile, fino all'entrata
in vigore delle nuove procedure, bandire nuovi posti a ricercatore su fondi
interamente di ateneo. Insomma un vero e proprio blocco dei concorsi a
ricercatore (altro che integrazione straodinaria di quelli 'ordinari'!),
mentre sono stati nel frattempo sbloccati i concorsi a ordinario e ad
associato.
Se nel frattempo non dovesse entrare in vigore il nuovo Regolamento,
risulterebbero non 'bandibili' anche i posti cofinanziati previsti per il
2008 e per il 2009.

Siamo di fronte all'ennesimo pasticcio sulla pelle dei diretti interessati
e degli Atenei prodotto da quegli 'apprendisti stregoni' che da decenni
sono impegnati a massacrare l'Universita' statale.
Un gruppo accademico-politico che da mesi sta 'impazzando' sotto la
'copertura' di un Ministro parolaio. Un Ministro che da mesi rifiuta di
confrontarsi con le Organizzazioni rappresentative della docenza, confronto
che avrebbe forse potuto risparmiare all'Universita' almeno una parte dei
tanti danni che le sono stati arrecati.
E c'e' da temere per quello che di ancor peggio potranno fare al Ministero
e in Parlamento (in sede di conversione del decreto-legge "milleproroghe")
in un periodo che, come quello attuale, e' 'esposto' alle decisioni
dell'ultima ora.

13 febbraio 2008

mercoledì 6 febbraio 2008

Le critiche della CRUI sulla finanziaria e sul decreto mille proroghe.

La Giunta della CRUI, presa visione del combinato tra la legge 24 dicembre 2007, n. 244 (legge finanziaria 2008) e il DL 31 dicembre 2007, n. 248 Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni urgenti in materia finanziaria, cosiddetto decreto mille proroghe, ribadisce le forti critiche già espresse nel comunicato del 14 dicembre 2007.

I tagli inopinatamente introdotti con il maxiemendamento vanificano la possibilità di dar corso a qualsivoglia patto per l’Università.

Tenuto conto infatti di tali tagli, della mancanza del finanziamento per l’edilizia, degli oneri per gli incrementi stipendiali, il Fondo incrementale di 550 ml di euro, al netto del riallineamento tra il 2007 e 2008, si è letteralmente volatilizzato e il saldo finale diventa addirittura negativo.

La CRUI esprime il più vivo sconcerto e la più profonda preoccupazione e chiede al Governo se e in che misura si intendano ancora rispettare i tanti impegni e proclami nei confronti della ricerca e dello sviluppo manifestati nel corso di questi ultimi mesi.

venerdì 1 febbraio 2008

CNR: Ratificata la nomina a presidente di Maiani

RICERCA: CNR; CONSIGLIO MINISTRI RATIFICA PRESIDENZA MAIANI

(ANSA) - ROMA, 1 FEB - La nomina del fisico Luciano Maiani a presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e' stata ratificata oggi dal Consiglio dei ministri. Manca adesso soltanto l'ultimo passaggio formale, la registrazione da parte della Corte dei Conti, per completare l'iter della nomina. L'insediamento ufficiale di Maiani alla presidenza del Cnr e' previsto entro il mese.

giovedì 31 gennaio 2008

Sempre sul "caso" del Papa alla Sapienza, un bell'articolo di Stefano Rodotà.

I PRINCIPI DEL DISCORSO PUBBLICO
Repubblica, 22 gennaio 2008

L´analisi delle vicende complesse, dunque l´esercizio della virtù della riflessione e della distinzione, diviene sempre più difficile. Questa difficoltà è cresciuta nel caso della visita del Papa all´università “La Sapienza”. Senza ricorrere alla parola “laicità”, e ricordando anche argomentazioni già proposte, vorrei sottolineare quali dovrebbero essere i principi di un discorso pubblico in una società che vuol essere democratica.
Per cominciare. Il furore polemico ha abusato di due argomenti, che chiamerò volterriano e iran-americano. Ridotta a slogan o a giaculatoria, è stata ripetuta la nota massima di Voltaire – «non condivido le tue idee, ma mi batterò perché tu possa manifestarle» (su questo ha scritto bene Giovanni Valentini). Ma, se durante una delle settimanali udienze del Papa uno dei partecipanti alza la mano, pretende di tenere un discorso e viene giustamente invitato a tacere, il canone volterriano è violato? Se, all´apertura di un congresso di partito, subito dopo la relazione del segretario, il leader di un altro partito pretende di parlare e giustamente gli viene negata la parola, siamo di fronte alla censura, all´imposizione di un bavaglio? Faccio queste domande, retoriche, non per ridimensionare la portata del principio indicato da Voltaire, ma per ricordare che si deve sempre tenere conto del contesto e, soprattutto, che quel principio non può essere applicato selettivamente. Non ci si può battere per il diritto di parola di Benedetto XVI e negarlo a Marcello Cini e Carlo Bernardini. La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio di parità.
Veniamo all´altro argomento. Più d´uno, per mostrare l´inaccettabilità delle pretese dei critici dell´invito al Papa, ha voluto ricordare che la Columbia University ha addirittura invitato il Presidente iraniano Ahmadinejad. Si può invitare un dittatore, un negatore dell´Olocausto, e non il Pontefice? Vediamo come sono andati i fatti. All´annuncio della visita sono partite molte critiche accademiche e una forte protesta degli studenti. Prima di dar la parola ad Ahmadinejad il presidente dell´università, Lee Bollinger, ha criticato con estrema durezza, al limite della maleducazione, le sue idee e posizioni. Dopo il discorso del Presidente iraniano, i presenti gli hanno rivolto molte domande ed hanno commentato anche pesantemente le sue risposte. Quel che è accaduto a New York, dunque, prova esattamente il contrario di quel che sostenevano quanti hanno richiamato quel fatto. L´università si fonda, in ogni momento, sul confronto e sul dialogo. La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio della veritiera descrizione dei fatti.
Proprio in omaggio a questo principio, bisogna ricordare che, pur essendo vero che alcune decisioni universitarie sono di competenza del Rettore e del Senato accademico, questo non vuol dire affatto che queste decisioni non possano essere oggetto di pubblica critica da parte di ogni professore o studente, né che la loro libertà di critica sia limitata alla scelta di non partecipare all´evento sgradito. L´università non è una organizzazione rigidamente gerarchica, né il Rettore è assistito dal privilegio dell´infallibilità. Peraltro, proprio la storia recente delle inaugurazioni dell´anno accademico alla Sapienza conosce critiche e contestazioni, in qualche caso accolte, agli inviti che si aveva in mente di fare. Non è esclusa la possibilità di invitare qualcuno a parlare senza contraddittorio, ma è indispensabile valutare attentamente le conseguenze di questa scelta. La correttezza del discorso pubblico esige che ogni vicenda venga valutata nel preciso contesto in cui si è svolta.
È rivelatore, peraltro, il modo in cui sono stati giudicati i 67 professori firmatari della lettera al Rettore, con la quale veniva chiesta le revoca dell´invito a Benedetto XVI. Sono stati definiti “professorucoli”, si è detto che «i ragli degli asini non arrivano in cielo». La libertà accademica e la libertà di manifestazione del pensiero, dunque, dovrebbero arrestarsi di fronte al principio di autorità? Quale “licenza de li superiori” sarebbe necessaria per ottenere il permesso di parlare di chi sta in alto? La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio che tutti possano parteciparvi.
La critica ai professori firmatari della lettera e alle posizioni estreme di alcuni gruppi di studenti ha poi assunto toni dichiaratamente politici ed ha determinato anche ulteriori travisamenti della realtà. Si è descritto quel che è accaduto con parole come “veto”, “censura”, “cacciata”, “bavaglio”. Non insisto sul dato formale, ma tutt´altro che irrilevante, di una decisione presa in assoluta autonomia dal Papa, di cui non discuto motivazioni e finalità. Ma non si può chiedere ai firmatari di uniformarsi ad un principio di “opportunità” che, come ben vediamo in molti settori a cominciare da quello dei mezzi d´informazione, può facilmente diventare autocensura. La democrazia si nutre di opinioni non solo diverse, ma anche sgradevoli, delle quali si può ben discutere il merito, ma di cui non si può negare la legittimità. E le posizioni degli studenti devono essere giudicate con lo stesso metro, eccezion fatta per gli aspetti di ordine pubblico, peraltro ritenuti tali da non provocare preoccupazioni, secondo le dichiarazioni del ministro dell´Interno. Comunque, gli aspetti politici della vicenda devono essere analizzati con criteri anch´essi politici. La correttezza del discorso pubblico esige che non si mescolino i piani delle valutazioni.
La politica, allora. È indubitabile, ormai, che non tanto la linea scelta dal Pontefice, quanto i concreti modi di attuarla, vadano ben al di là della dimensione pastorale e teologica. Il Pontefice si comporta ed è percepito come un leader politico. Questa non è una conclusione malevola. Basta ricordare una sola vicenda, quella legata al duro intervento del Papa sulle condizioni di Roma in occasione dell´udienza concessa ai rappresentanti degli enti locali del Lazio. Quelle dichiarazioni hanno determinato una trattativa “diplomatica” che, in linea con le peggiori abitudini della politica italiana, ha poi portato a denunciare le “strumentalizzazioni” e le “deformazioni” delle parole del Papa, entrate con prepotenza nel dibattito politico.
Questo porta ad una considerazione più generale. Si insiste nel dire che la religione deve essere riconosciuta anche nella sfera pubblica. Ma che cosa significa questa affermazione? Che nello spazio pubblico la religione ha uno statuto privilegiato o che, entrando in quello spazio, ogni religione partecipa al discorso pubblico con le proprie importanti caratteristiche, ma in condizioni di parità? Nel 1989 la Corte costituzionale ha scritto che «il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei principi della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica», sancendo così l´eguaglianza che accomuna tutte le religioni e, insieme, la loro sottoposizione a quel principio fondativo della convivenza democratica. Nella sfera pubblica tutti i soggetti devono accettare la logica del dialogo, della critica ed anche della contestazione.
Altrimenti l´insidia del temporalismo si fa concreta. Non a caso da studiosi autorevoli e da politici cattolici consapevoli dei rischi di questa deriva sono venute analisi rigorose del rischio di un ritorno del “Papa re” e di un vero uso strumentale della religione, simboleggiato da quella sorta di “chiamata alle armi” dei cattolici a manifestare in piazza San Pietro in una occasione squisitamente liturgica. La correttezza del discorso pubblico esige una presenza costante del canone della democrazia.
Ha fatto bene Alberto Asor Rosa a ricordare la feconda stagione di dialogo tra credenti e non credenti nella Cappella universitaria della Sapienza, dove ebbi la fortuna di discutere con un grande biblista, Luis Alonso Schoekel. Aggiungo il mio personale ricordo dell´invito che rivolsi a monsignor Clemente Riva perché venisse a parlare nel mio corso, e del suo emozionante dialogo con gli studenti. Altri tempi, altre persone, altra politica? Una stagione irripetibile? Spero e voglio credere di no, perché continuo ad avere molte occasioni di dialogo con un mondo cattolico che tuttavia fatica ad essere presente nella sfera pubblica. Altrimenti dovremmo tornare alle amare parole di Arturo Carlo Jemolo, che nel 1963 così scriveva: «Questa Italia non è quella che avevo sperato; questa società non è quella che vaticinavo… l´affermarsi e il dissolversi delle tavole del liberalismo; l´inattesa realizzazione di uno Stato guelfo a cento anni dal crollo delle speranze neoguelfe».

mercoledì 30 gennaio 2008

Il fallimento di Mussi, l'imperatore "nudo", di Patrizio DImitri

La crociata politico-mediatica contro i docenti della Sapienza ci ha distolto dai mali che affliggono l’università e la ricerca scientifica. Ora che il governo è caduto per la “vendetta dei Mastelloidi”, è buio pesto. L’ex- ministro di università e ricerca, Fabio Mussi, si dedicherà a tempo pieno alla “sinistra democratica” o sarà riesumato da un ipotetico governo tecnico? A parole Mussi è stato bravo, ma giudicando dai risultati, miseri anche per Luciano Modica, che è stato il suo sottosegretario, temo che l’università e la ricerca non siano mai state in cima ai suoi pensieri. Poco ha fatto per evitare i tagli delle finanziarie 2006 e 2007 che hanno desertificato le già magre risorse economiche e umane, mentre le tante, troppe, riforme annunciate venivano fagocitate dalla loro stessa enfasi normativa, creando il tragico stallo che conosciamo bene.

Purtroppo per lui, Mussi è stato il primo responsabile delle inefficienze burocratiche e delle lentezze pachidermiche del suo Ministero. Perché, affrontare contemporaneamente una massa di problematiche complesse, quando sarebbero stato preferibile assegnare delle priorità? Gli esempi che riepilogano il fallimento non mancano: la tanto sbandierata agenzia di valutazione di università e ricerca (Anvur) è ancora in fieri e così pure le nuove e controverse norme per il reclutamento dei ricercatori; i concorsi per professore e ricercatore sono stati bloccati e si è scelto in extremis di bandirne altri con le vecchie e criticate norme, in attesa che sia approvato (se mai lo sarà) il nuovo regolamento; il nuovo fondo di investimento per la ricerca scientifica e tecnologica (First) non si sa quanti e quali fondi avrà. Senza scordare il mancato riordino della docenza, il tentativo di revisione dei corsi di dottorato e l’ultima preziosa "la perla" del “docente equivalente”. Per non parlare, poi, del ritardo con cui è uscito il bando per i progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin); un fatto molto grave che ha complicato ulteriormente il lavoro di tanti di noi, creando sensazioni di incertezza e sconforto nel mondo della ricerca pubblica. Sensazioni consolidate dal fatto che, secondo voci di corridoio, i progetti non sarebbero ancora stati assegnati ai revisori, a ben 3 mesi dalla scadenza della presentazione delle domande! Ricordo bene che Luciano Modica, in una riunione tenutasi ad Ottobre scorso, presso Il Dipartimento di genetica e Biologia Molecolare della Sapienza, disse che l’obiettivo era espletare tutta la procedura di valutazione delle domande per l’inizio del 2008, una dichiarazione di intenti che già allora, vista la nota “efficienza” della macchina ministeriale, suonava come una barzelletta!

Adesso che il governo è caduto, che ne sarà di tutte le riforme abbozzate e rimaste sospese nel sonnolento limbo della burocrazia ministeriale? Il timore è che sia stato tutto tempo sprecato. E pensare che Salvatore Settis, direttore della Scuola normale di Pisa, non più di 20 giorni fa, aveva criticato il governo “impotente” e di fatto assolto Mussi. Settis arrivava addirittura ad attribuire a Mussi “grande lungimiranza” e non è nuovo a questi elogi nei confronti del ministro. Su Repubblica del 5 settembre 2007 aveva già scritto: “ Il Corriere ha pubblicato un articolo di Mussi che non lascia dubbi sulla sua determinazione ad agire” e ancora " E' lecito sperare nella cultura e nell'intelligenza politica del ministro Mussi". Purtroppo per noi, mai parole furono meno lungimiranti, visti i risultati.

Non potendo rispettare gli impegni del governo su università e ricerca, Mussi per coerenza, avrebbe dovuto dimettersi, come annunciato in un intervista del 27 luglio 2006 al Manifesto. Disse allora l’ex ministro "Nessuno si aspetta miracoli e abbondanza, ma se l'Italia, di fronte all'esplosione globale della spesa in ricerca e formazione superiore, annuncerà provvedimenti di definanziamento della ricerca, si tratterebbe di un'altra politica rispetto a quella con cui il centrosinistra si è presentato agli elettori. La si potrebbe fare, ma in quel caso ci vorrebbe un altro ministro.”

Invece, Mussi è rimasto e ha preferito vedere una falsa realtà, vivere alla giornata, lanciando proclami trionfalistici e grotteschi. Uno dei suoi tanti cavalli di battaglia è stato il famoso “Patto per l’Università e la ricerca” firmato insieme a Padoa-Schioppa a settembre scorso. Una sorta di “patto col diavolo”, visto che ha avuto l’unico effetto di “dannare” l’Università. Infatti, l’ultimo comunicato della CRUI ci dice che la situazione è drammatica: “Tenuto conto dei tagli, della mancanza del finanziamento per l’edilizia, degli oneri per gli incrementi stipendiali, il Fondo incrementale di 550 milioni di euro, al netto del riallineamento tra il 2007 e 2008, si è letteralmente volatilizzato e il saldo finale diventa addirittura negativo”.

In realtà, come nella fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore” di Andersen, Mussi era “nudo” (solo metaforicamente, per nostra fortuna), ma ha fatto credere a se stesso e agli altri di indossare vesti magnifiche. "Ormai devo condurre questa parata fino alla fine". E così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo uno strascico che non c'era”.

giovedì 24 gennaio 2008

IL PAPA E GALILEO, di Walter Tocci

Un bell'articolo di Walter Tocci, pubblicato di recente dal Manifesto.

La tempesta mediatica su La Sapienza dovrebbe essere l’occasione per un dibattito di merito sui rapporti tra scienza e religione. Finora ha prevalso il metodo: fiumi d’inchiostro e ore di televisione sul valore del confronto tra opinioni diverse, principio sacro che era inutile scomodare perché assolutamente non toccato dalla vicenda. Non si trattava di organizzare un dibattito col papa, questo sì sarebbe stato grave impedirlo, ma di decidere l’opportunità che la Sapienza scegliesse il papa per rappresentare l’inizio dell’anno accademico, cosa che si può condividere o meno. E a chi avrebbero dovuto rivolgersi i critici, se non al proprio rettore? Oppure si vuole sostenere che non avevano diritto di criticarlo perché c’era di mezzo il papa? E per quali altri autorità varrebbe questo principio sospensivo?
Risibile poi è la lamentela sulla libertà di parola del Vaticano, quando è risaputo che da noi gode di una presenza esuberante in tutti i media, come in nessun altro paese europeo. Senza dimenticare che il vittimismo è da sempre un sofisticato strumento della propaganda cattolica, non sempre usato a proposito, come conferma la manifestazione in San Pietro.
Invece di stare a discutere se c’è la libertà di discutere, in assenza di alcun impedimento a discutere, sarebbe meglio discutere del merito. C’è un problema tra scienza e religione o è solo un ghiribizzo dei firmatari? Non solo esiste, ma tenderà ad aggravarsi nel secolo appena cominciato.
Come mai sono stati proprio i fisici ad aprire la polemica? Il processo a Galileo costituisce un passaggio decisivo nella formazione di un fisico sia sul piano epistemologico sia su quello morale. È naturale quindi una sensibilità maggiore rispetto ad altre discipline, soprattutto se ad attivarla contribuiscono gli attacchi vaticani alla scienza moderna. Fanno torto a papa Ratzinger gli apologeti sia di destra sia di sinistra nel non vedere la novità, non solo rispetto al Concilio, ormai già consumata da tempo, ma anche rispetto al suo predecessore Giovanni Paolo II, il quale arrivò, non dimentichiamolo, a chiedere perdono per il processo a Galileo. Quell’atto era per il papa polacco complementare all’accorata richiesta di riconoscimento nella Costituzione europea delle radici cristiane della civiltà occidentale. Coerentemente, egli valorizzava la linfa vitale di quelle radici, ma nel contempo si faceva carico delle sofferenze e delle divisioni provocate dalla Chiesa, portandone il peso nel modo penitenziale che da sempre ha fondato la forza spirituale del Cristianesimo. Si può condividere o meno quella tesi, si può partecipare o meno a quella tensione morale, ma certo si è trattato di un capolavoro lasciato in eredità ai suoi successori. In esso Ratzinger introduce uno squilibrio, quando chiede a gran voce il riconoscimento del primato della Chiesa, ma senza ammetterne i peccati, riprendendo anzi l’argomento di Bellarmino, anche lui sofisticato intellettuale europeo in quel tempo, sulla conciliazione tra ragione e fede, che poi si tramuta facilmente in una sottomissione dell’una all’altra, a causa della diversa forza performativa di quei due ambiti dello spirito.
Quando fede e ragione si identificano diventano entrambe più povere. Mi sia permesso di esprimere innanzitutto la preoccupazione per la stessa religione cristiana subordinata in tal modo ad un’esigenza ellenizzante di coerenza conoscitiva, col rischio di perdere un filone irrazionale certo non secondario nella sua storia, a cominciare da San Paolo che annuncia Cristo come scandalo per i giudei e follia per i pagani. La questione non è solo teologica, poiché in una società secolarizzata la rinnovata voglia di ortodossia porta la Chiesa a svolgere un ruolo di divisione della comunità civile. In una democrazia matura i principi non negoziabili possono essere solo quelli scritti nella Carta costituzionale, altrimenti diventa difficile la condivisione di uno spirito pubblico. Ed è incredibile che ciò accada proprio oggi, quando siamo diventati tutti liberali, quando non ci sono più le divisioni ideologiche novecentesche, né la guerra fredda.
Il papa buono, Giovanni XXIII, indicò la via, con la sintesi che possono avere solo le grandi profezie, introducendo cioè la distinzione tra l’errore da condannare e l’errante da amare. Oggi nella pastorale di Ruini suonerebbe blasfema quella distinzione. L’errore è diventato una clava contro gli erranti. Allora la Chiesa seppe svolgere una funzione pacificatrice, ampiamente riconosciuta, grazie alla quale aumentò la sua credibilità morale e politica, aiutando l’Italia a superare, un secolo dopo Porta Pia, qualsiasi retaggio anticlericale. Poi quel clima si è rotto e certo non sono stati i settanta professori di La Sapienza a compiere il primo strappo. Non sarebbe male se Oltretevere gli spiriti più meditativi sollevassero la domanda su eventuali responsabilità della Chiesa per il clima di scontro creatosi in Italia, poco adatto ai sentimenti di pacificazione della religione cristiana.
Sento l’obiezione legittima che non si può insegnare il Cristianesimo ai cardinali. E’ vero, e tuttavia si può sperare che se apprezzano tanto le lodi degli atei devoti siano altrettanto disponibili a rispettare le critiche mosse dall’interno di una sensibilità religiosa.
Inoltre, nell’accordo tra fede e ragione a soffrire di più è la seconda, e il conflitto si farà più aspro nel XXI secolo. I fisici, in ragione della loro Bildung, lo hanno avvertito per primi, ma non riguarderà la loro scienza. Il conflitto tra Bellarmino e Galilei verteva su ciò che è esterno all’uomo fino alle sconfinate dimensioni dell’universo. Ma domani il dissidio riguarderà come siamo fatti in quanto uomini e donne, la natura vivente che ci costituisce.
Già oggi è diventato difficile dare una definizione condivisa della natura umana, già se ne danno diverse e inconciliabili, eppure è più probabile che di tutte queste sorrideranno i nostri pronipoti. La rivoluzione della scienza della vita elaborerà nuovi paradigmi conoscitivi, produrrà innovazioni tecnologiche inimmaginabili, avrà impatti sociali e mentali di proporzioni mai viste prima.
D’altronde il concetto di natura umana è mutato nel corso della storia, seppure più lentamente. La Chiesa cattolica pretende di darne una definizione fissata per sempre e in questo curiosamente sposa un certo illuminismo di tradizione giusnaturalista, ma nel contempo rinnova un’antica radice della sua intolleranza pretendendo di certificare per tutti, anche per i non credenti, ciò che si considera vita. E’ un’antica pretesa, peraltro quasi sempre fallita, di bloccare ciò che è inevitabilmente fluido nella trasformazione culturale. Ma è lo stesso sviluppo della teologia a smentire questa fissità, se solo mezzo secolo fa la concezione cattolica della vita era centrata sulla persona piuttosto che sull’embrione. La confusione del Vangelo con la biotecnologia è ovviamente un prodotto molto recente e non tra i più solidi dell’esegesi cristiana.
Questi problemi saranno forse il banco di prova più impegnativo della democrazia, della sua capacità non solo di creare ordine nei rapporti sociali, ma anche di regolare la vita e la morte. Qui si giocherà il destino stesso della democrazia come regola di decisione tra diversi, come risultato di conflitti che generano riconoscimenti. Vincerà anche questa sfida, come tante altre in passato, la democrazia se, per dirla con Bobbio, manterrà la promessa di alimentare al suo interno le energie per il proprio sviluppo. Se al contrario passerà l’idea che la democrazia è un orcio vuoto, una mera procedura, come spesso anche noi di sinistra abbiamo preferito credere, allora vinceranno quelli che intendono riempirla con il buon vino d’annata, con i valori dei bei tempi andati, con la religione civile e pagana, ma rassicurante anche per chi non crede.
Di fronte alla mutazione ventura la Chiesa è più avanti di tutti. Con il suo fiuto millenario ha capito che la sfida decisiva è sulla scienza del XXI secolo e ha già collocato le sue forze in campo. Tra le organizzazioni non scientifiche essa è quella che spende maggiori energie organizzative, ideologiche e comunicative per gestire i risultati della ricerca scientifica. In questo è molto più preparata dei non credenti. D’altronde ci vuole poco. Basta ricordare il recente referendum sulla legge della procreazione assistita vinto dalla semplicità della propaganda cattolica contro l’afasia della comunicazione laica.
Ma lo squilibrio di forze è molto più profondo. E’ ormai pienamente sviluppato un grappolo di rivoluzioni scientifiche che minano alle fondamenta le basi epistemologiche della modernità seicentesca. Il mondo di Galileo è oggi superato non dalle frasi di Ratzinger, ma dai nuovi paradigmi delle scienze della vita, della mente, dell’informazione e della materia, i cui maggiori successi non sono riconducibili al concetto e al ruolo della legge scientifica della fisica classica.
All’epoca la rivoluzione galileiana non rimase confinata alla descrizione della natura, ma ebbe impatti in tanti altri campi del sapere. La ragione moderna venne organizzata prima come legge scientifica e poi come legge dello Stato, la Costituzione fondamentale, e poi ancora come legge filosofica, le categorie dell’intelletto. Tutto il sistema di pensiero moderno venne modellato su assiomi fondamentali da cui derivare per deduzione le verità particolari.
Questa mirabile costruzione è travolta perché le nuove scienze hanno progredito enormemente, senza che la cultura sia stata in grado di fornirne una comprensione autentica. Oggi usiamo furiosamente le conseguenze tecnologiche di queste scienze, ma non si vedono in giro gli Hobbes e i Kant capaci di proporci nuovi ordini politici e filosofici per capire davvero la rivoluzione di internet o della post-genomica. E’ una di quelle fasi storiche in cui la potenza di trasformazione sopravanza la capacità di regolare i processi. C’è un’asimmetria tra la forza della scienza e la debolezza del pensiero. In questo scarto nasce l’inquietudine contemporanea e il senso di smarrimento, quella sottile contraddizione dello Sciamano in elicottero, per riprendere un testo di Marco D’Eramo, che mescola nella confusa postmodernità sia l’innovazione sia la regressione culturale.
Questo squilibrio apre la strada a due esagerazioni. Da una parte la sicumera di alcuni settori scientifici e soprattutto tecnologici, i quali, sapendo di essere più avanti, spargono le illusioni di magnifiche sorti e progressive, riproponendo tra tutte le culture scientifiche il più consunto positivismo, anche se ormai molto invecchiato rispetto alla complessità dei loro saperi.
Dall’altro estremo la Chiesa cattolica si offre di sanare lo squilibrio con la subordinazione della ragione alla fede. Si parla di integralismo, fondamentalismo, oscurantismo, ma sono tutte parole fuori gioco. Il lessico distratto dei laici è inadeguato a descrivere l’ambizioso progetto ecclesiastico. Esso opera dentro la grande contraddizione contemporanea, avendone avvertito per primo la portata e il significato, con l’ambizione di guidare il futuro conservando il passato, come seppero fare i grandi papi della Controriforma.
Il problema quindi alla fine non è Ratzinger, ma l’assoluta impreparazione della cultura laica di fronte a queste sfide. Il continuo scivolare verso la facile risposta del libero confronto di opinioni, anche senza avere alcuna opinione. La rimozione di domande forti a favore di banali problemi di metodo. La paura di un vera polemica con la religione, dimenticando che i frutti migliori della cultura occidentale sono quasi tutti concetti religiosi secolarizzati, cioè proprio il frutto di questo scontro di idee, che oggi potremmo gestire più serenamente non essendoci più né roghi né inquisizioni. La polemica religiosa quando è creativa di tensione culturale, rispettosa della democrazia e ispirata ad un avanzamento dello spirito pubblico è sempre una risorsa per la civiltà di un popolo.
Al contrario, mi ha colpito l’unanimità della politica laica nel condannare i poveri professori di scienze, nel prendere sdegnosamente la distanza da loro, nell’affannarsi a chi la sparava più grossa per non correre il rischio di essere accusati di anticlericalismo. In quell’aderire compatta alle ragioni del Vaticano la cultura laica è apparsa in tutta la sua debolezza, come un pugile suonato che, allo stremo delle forze, abbraccia l’avversario nella speranza di non cadere al tappeto. E gran parte della classe politica mentre quasi si commuoveva per Mastella trovava l’unanimità per rampognare i professori.
Così in questo bizzarro Paese, in cui ogni giorno agiscono indisturbati mafiosi, inquinatori, evasori fiscali, arricchiti a spese del bene comune, politici corrotti e imbroglioni di ogni risma, in questa babilonia di illegalità e di arroganza, sono finiti sul banco degli imputati un gruppo di scienziati. Conosco personalmente gran parte di loro, sono ricercatori che danno prestigio all’Italia nel mondo nonostante il cattivo esempio di gran parte della classe dirigente, sono formatori di giovani brillanti costretti ad andarsene perché qui la ricerca non si può fare, sono persone miti e anche un po’ ingenue al contrario di molti furbacchioni che li hanno accusati, sono dipendenti dello Stato che dedicano tutte le loro energie dalla mattina alla sera ad educare i nostri giovani non solo alla scienza, ma alla democrazia e al bene comune. Sono eroi civili di un Italia che neppure sa di averli come risorsa per il futuro. Sono stati messi all’indice come cattivi maestri. Mai come oggi la povera Italia avrebbe tanto bisogno di questi cattivi maestri.

Walter Tocci

20-1-2008

Solidali con voi: Adesioni alle lettera di solidarietà per i docenti della Sapienza.

Sul sito Solidali con voi (http://solidaliconvoi2008.blogspot.com/) potrete leggere la lettera di solidarietà nei confronti dei docenti delle Sapienza messi "al rogo" dalla campagna inquisitoria politico-mediatica. Chi è d'accordo può mandare la sua adesione via e-mail all'indirizzo: solidaliconvoi@libero.it.

A differenza della petizione rivolta al presidente Napolitano, le adesioni sono "riservate" a tutti i docenti e ricercatori di ruolo e precari italiani che lavorano nelle università e nei centri di ricerca, anche all'estero.

Fino ad oggi sono state raccolte più di mille adesioni!

lunedì 21 gennaio 2008

Petizione a favore dei docenti della Sapienza

Chi vuole firmare la petizione a favore dei docenti della Sapienza sottoposti all'inquisizione mediatica può andare alla pagina seguente: http://www.petitiononline.com/386864c0/petition.html

domenica 20 gennaio 2008

Giorgio Parisi ricostruisce la storia della lettera al Rettore e la bagarre che ne è scaturita.

PROVIAMO A RIEPIOLOGARE I FATTI
di Giorgio Parisi

In questi ultimi giorni una lettera scritta a metà di novembre da 67 docenti dell’università della Sapienza, fra cui il sottoscritto, in cui s’invitava il rettore a riconsiderare l’invito al Papa per parlare all’inaugurazione dell’anno accademico, è finita sulle prime pagine di tutti e giornali.

Per leggere tutto il commento di Parisi andate all'indirizzo: http://www.sinistra-democratica.it/universit/articoli-1

I satanisti della Sapienza a Radio Maria.

Sempre su You Tube, andate a guardarvi il video esilarante di Don Livio (http://www.youtube.com/watch?v=Va533YjJ84I), un prete che parla a Radio Maria e denuncia la presenza di sette sataniche alla Sapienza!

Papa e Sapienza: Le dichiarazioni di Stefano Rodotà a "Ballarò" su You tube.

Andate su http://www.youtube.com/watch?v=sWEoAjhFKfg&feature=related

Bravo Rodotà! La conclusione di Tremonti "siamo in un paese dove il Papa non può parlare" è assurda, ridicola, non ho parole!

sabato 19 gennaio 2008

Atei devoti nel giardino del Papa, di Eugenio Scalfari.

Un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica, dove si tratta in una prospettiva più ampia il problema scaturito dalla mancata visita del Papa alla Sapienza.

***

Atei devoti nel giardino del Papa, di Eugenio Scalfari.

NON CI sarebbe, secondo me, alcun bisogno di tornar a scrivere sull'agitato rapporto tra laici e cattolici, tra laicità sana o malata, tra spazio pubblico e spazio privato.

Questi e altri temi strettamente connessi sono infatti della massima importanza per il rafforzamento delle regole di convivenza sociale in uno Stato democratico, ma si evolvono e maturano con il passo lento dei processi storici. È quindi, o almeno così sembra a me, inutile e forse dannoso dibattere quotidianamente temi che sono già chiari alla coscienza di molti anche se le risposte di una società complessa non sono univoche ma plurime.

Capisco la voglia di farle convergere, capisco anche il legittimo desiderio dei credenti e di chi li guida a spingere i non credenti verso le loro convinzioni di fede per guadagnar loro la salvezza, ma capisco meno la petulanza ripetitiva che talvolta accoppia lo slancio missionario con un'attività pedagogica fondata sulla ferma credenza di chi depositario della verità considera come inferiori intellettualmente e spiritualmente quanti dissentono dal suo zelo religioso o ne accettano alcuni principi ispiratori respingendone la precettistica che l'accompagna.

Il dibattito sulla presenza-assenza del Papa all'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza ha rinfocolato alcune differenze sui modi di pensare e sui comportamenti pratici che ne derivano.
Il Vicario di Roma, cardinal Camillo Ruini, ha lanciato da giorni l'appello ad un'adunata di massa all'"Angelus" di oggi in piazza San Pietro. L'adunata ha preso inevitabilmente la forma politica che è propria delle manifestazioni di massa, dove è più il numero che la qualità a determinare gli esiti di una politica "muscolare".


Così bisogna di nuovo affrontare quei temi, precisare il significato di gesti e di parole, capire, se possibile, il senso di ciò che accade. La storia dello Stato italiano è fortemente intrecciata con quella della Chiesa. In nessun altro Paese questo intreccio è stato tanto condizionante e la ragione è evidente: siamo il luogo ospitante del Capo della cattolicità. Siamo stati e siamo il "giardino del Papa", ci piaccia o no. Questa condizione ha determinato in larga misura la nostra storia sociale e nazionale. Nel positivo e nel negativo, nelle azioni degli uni e nelle reazioni degli altri. Le persone ragionevoli non dovrebbero mai dimenticare queste condizioni di partenza, ma spesso purtroppo accade il contrario.

* * *

Metto al primo posto del mio ragionare l'incidente della Sapienza. Su di esso si è già espresso il nostro direttore ed io concordo interamente con lui: una laicità malata ha suggerito ad un gruppo di docenti e di studenti comportamenti di contestazione in sé legittimi ma divenuti oggettivamente provocatori. Di qui la necessità di garantire la sicurezza dell'insigne ospite, di qui la possibilità di tumulto tra opposte fazioni, di qui infine il fondato timore che Benedetto XVI dovesse parlare nell'aula magna mentre sotto a quelle finestre i lacrimogeni e i manganelli avrebbero potuto esser necessari: spettacolo certamente insopportabile per il "Pastor Angelicus" che predica pace e carità.

La contestazione "stupida", tuttavia, non è nata dal nulla ed è l'effetto di varie cause, anch'esse ricordate nell'articolo di Ezio Mauro: l'invito incauto del Rettore nel giorno, nell'ora e nel luogo dell'inaugurazione dell'anno accademico. Non dovrebbe essere un evento mondano e mediatico bensì l'indicazione delle linee-guida culturali e dei problemi concreti della docenza e degli studenti.

Il Rettore, evidentemente, ha un altro concetto, voleva l'evento. E l'ha avuto col risultato di dividere l'Università, la società, la cultura, le forze politiche, in una fase estremamente delicata della nostra vita pubblica.

Un esito catastrofico da ogni punto di vista, di cui il Rettore dovrebbe esser consapevole e trarne le conseguenze per quanto lo riguarda. Ci saranno tra breve le elezioni del nuovo Rettore. Quello attuale vinse la precedente tornata per una manciata di voti. Questa volta si presenterà come quello che voleva che il Papa parlasse alla Sapienza e ne è stato impedito. Un "asset" elettorale di notevole effetto.

Mi auguro che il Rettore non se ne renda conto, ma in tal caso la sua intelligenza risulterebbe assai modesta. Se se ne rende conto, il sospetto di un invito con motivazioni elettoralistiche acquisterebbe fondatezza.
Per fugarlo non c'è che un rimedio: protestare la sua ingenuità e non presentarsi in gara. I guelfi e i ghibellini nacquero anche così.

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La risposta della gerarchia, guidata ancora da Ruini, è stata l'adunata di stamattina. Mentre scrivo non so ancora quale sarà l'esito quantitativo ma prevedo una piazza gremita e un mare di folla fino al bordo del Tevere. È un evento da salutare con piena soddisfazione? È una "serena manifestazione di affetto e di preghiera" per testimoniare l'amore dei fedeli al Santo Padre? Certamente è una manifestazione più che legittima.

Certamente le presenze spontanee saranno robustamente rinforzate dalle presenze organizzate, treni e pullman sono stati ampiamente mobilitati senza risparmio di mezzi dal Vicario del Vicario. La motivazione è esplicita: dimostrare al Papa l'amore del suo gregge dopo l'offesa subita.

Se questa non è una motivazione politica domando al Vicario del Vicario che cosa è. Se questo non avrà come effetto di acuire la tensione degli animi, la lacerazione d'un tessuto già usurato e logoro, ne deduco che il Vicario è privo di intelligenza politica. Ma siccome sappiamo che invece ne è ampiamente provvisto, ne consegue che il Vicariato di Roma si prefigge di accrescere la tensione degli animi e di annunciare venuta l'ora di rilanciare il partito guelfo che ha sempre avuto in cuore.

La Segreteria di Stato vaticana è dello stesso avviso? La Chiesa è unanime in questo obiettivo?

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Abbiamo celebrato giovedì scorso in Senato il senatore, lo storico, il fervido credente Pietro Scoppola, da poco scomparso, alla presenza di molti cattolici che hanno condiviso il suo pensiero e la sua fede e si propongono di continuare nell'impegno da lui auspicato.

Scoppola aveva scavato a fondo nella storia dei cattolici italiani e nell'atteggiamento di volta in volta assunto dalla gerarchia e dal magistero papale. Distingueva il popolo di Dio dalla gerarchia; sosteneva che la gerarchia è al servizio del popolo di Dio e non viceversa.

Mi ha fatto molto senso vedere, proprio alla vigilia del mancato intervento del Papa alla Sapienza, la messa celebrata da Benedetto XVI nella Sistina col vecchio rito liturgico rinverdito a testimoniare la curva ad U rispetto al Concilio Vaticano II: il Papa con la schiena rivolta ai fedeli e la messa celebrata in latino.
Qual è il senso di questa scelta regressiva se non quello di ribadire che il mistero della trasformazione del vino e del pane in sangue e carne di Gesù Cristo viene amministrato dal celebrante senza che i fedeli possano seguire con gli occhi e in una lingua sconosciuta ai più? Il senso è chiarissimo: l'intermediazione dei sacerdoti non può essere sorpassata da un rapporto diretto tra i fedeli e Dio. Il laicato cattolico è agli ordini della gerarchia e non viceversa. Lo spazio pubblico è fruito dalla gerarchia e - paradosso dei paradossi - dagli atei devoti che hanno come fine dichiarato quello di utilizzare politicamente la Chiesa.

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Si continua a dire, da parte della gerarchia e degli atei devoti, che i laici-laici (come vengono chiamati i credenti veramente laici e i non credenti che praticano la laicità democratica) vogliono relegare la religione nello spazio privato delle coscienze.

Questa affermazione è falsa. Chi pratica la laicità democratica sostiene che tutte le opinioni dispongono legittimamente di uno spazio pubblico per esporre e sostenere i loro modi di pensare.

La libertà religiosa è una, e direi la più importante, da tutelare sia nel foro della coscienza che in quello pubblico. Non mi pare che difetti quello spazio, mi sembra anzi che la gerarchia lo utilizzi pienamente anche a scapito di altre religioni e massimamente di chi non crede e potrebbe in teoria reclamare uno spazio più confacente.

Ma noi non abbiamo obiettivi di proselitismo. Facciamo, come si dice, quel che riteniamo di dover fare, accada quel che può. Tra l'altro cerchiamo di amare il prossimo e riteniamo che la predicazione evangelica contenga grande ricchezza pastorale quando non venga stravolta in strumento di potere, il che è accaduto purtroppo per gran parte della storia del Cristianesimo da parte non del popolo di Dio ma della gerarchia che l'ha guidato con l'obiettivo del temporalismo e del neo-temporalismo.

La lettura della storia dei Papi insegna molte cose e, quella sì, andrebbe fatta nelle scuole pubbliche. Papa Wojtyla ha chiesto perdono per alcuni di quegli episodi, ma non poteva certo chiederlo per tutti: avrebbe certificato che per secoli e secoli la gerarchia si è messa sul terreno della politica, della guerra ed anche purtroppo della simonia piuttosto che praticare nello specifico il messaggio di pace e di povertà della predicazione evangelica.

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Ci saranno modi e occasioni per riprendere questo discorso che tende a chiarire ciò che non sempre è chiaro.

Mi restano due osservazioni da fare. Giornali di antica tradizione laica sembrano aver perso la bussola e si schierano apertamente accanto agli atei devoti.
Di atei devoti la storia d'Italia è purtroppo gremita.
L'ultimo nella fase dell'Italia monarchica fu Benito Mussolini. In tempi di storia repubblicana gli atei devoti fanno ressa e la faranno anche oggi alle transenne di piazza San Pietro.

Questa prima osservazione mi conduce alla seconda.
L'onorevole Mastella nella sua conferenza stampa di Benevento, mentre gli grandinavano addosso pesanti provvedimenti giudiziari, ha fatto come prima affermazione quella relativa alla sua presenza oggi a piazza San Pietro.

Dopo averla fatta si è guardato fieramente intorno con sguardo lampeggiante e ha scandito: "Io sono con il Papa e andrò a testimoniarlo in piazza".
Ne ha pieno diritto. Personalmente mi auguro che i pretesi reati di Mastella, di sua moglie, del suo clan, si rivelino per una montatura. Ma il problema è sul comportamento politico e morale di Mastella, di sua moglie del suo clan.

Un comportamento clientelare e ricattatorio che non ha scuse di sorta, rappresenta una deviazione molto grave dalla democrazia. Non è assolutamente valida la giustificazione proveniente dal fatto che si tratta di un male diffuso.

Negli stessi giorni della "mastelleide" abbiamo assistito anche alla "cuffareide": il popolo non di Dio ma di Totò Cuffaro si è radunato in preghiera nelle chiese della Sicilia; il "governatore" ha pianto di gioia e si è fatto il segno della croce quando ha ascoltato la lettura della sentenza dalla quale è stato condannato a cinque anni di reclusione (che non farà) e all'interdizione dai pubblici uffici che non rispetterà.

Il capo del suo partito, Casini, e il capo della coalizione di centrodestra, Berlusconi, si sono immediatamente complimentati con lui.

Che cos'ha di cattolico il comportamento di Clemente Mastella e di Totò Cuffaro? Nulla. Anzi è il contrario dello spirito cristiano.

Fossi nei panni del Vicario del Vicario farei discretamente e con mitezza sapere a Mastella, a Cuffaro, a Berlusconi, a Casini, che i loro comportamenti sono a dir poco imbarazzanti per la Chiesa e forse farebbero bene a non presenziare manifestazioni di testimonianza cristiana. Ma se poi si venisse a sapere che anche Camillo Ruini è un ateo devoto? Del resto sarebbe l'ultimo in ordine di tempo di un'interminabile sfilata di papi, cardinali, vescovi, abati, che tradirono - devotamente - il messaggio celeste del Figlio dell'uomo, da essi rappresentato.