sabato 19 gennaio 2008

Le liste di proscrizione di Gasparri il tollerante.

Maurizio Gasparri di An ha pubblicato sul suo sito l'elenco dei docenti che hanno firmato la lettera al Rettore della Sapienza per esprimere la loro critica all'invito del Papa. Gasparri parla di "un'intolleranza inaudita" dei docenti, ma non pubblica il testo della lettera per dare alla gente la possibilità di leggerla e giudicarla liberamente.

Il tollerante Gasparri vuol anche mandare in galera i docenti che hanno espresso un lecito dissenso in una lettera privata al rettore e arriva a livelli osceni quando afferma: "E’ stato ripugnante vedere nel telegiornale tossici e terroristi alla Sapienza per festeggiare la rinuncia del Papa” “E’ gente da mandare in galera insieme ai professori che li hanno guidati. I loro nomi vanno divulgati affinchè l’Italia sappia chi è nemico della libertà e promotore dell’odio e del terrore”.

Bisogna far presente a Gasparri, che i docenti firmatari della lettera sono persone serie e competenti, i loro nomi sono noti a livello internazionale e presenti su note riviste scientifiche, mentre l'ex-ministro riesce a mettersi in evidenza solo con bieche provocazioni e all'estero è un povero sconosciuto. Quello che dice poi è falso: i toni della "famosa" lettera erano pacati, non c'è opposizione al Papa, si ritiene solo inopportuna la sua partecipazione per una lectio magistralis all'inaugurazione dell'anno accademico. Comunque non si preoccupi Gasparri, potrà allargare la sua lista di proscrizione, sono in arrivo altre migliaia di firme in sostegno dei colleghi messi al rogo da lui ed altri "democratici".

D'altronde cosa potevamo aspettarci da una mente così "aperta" come quella di Gasparri ? Non dimentichiamoci si tratta di uno dei tanti nipotini di Giorgio Almirante, il "gran pensatore" fascista che nel 1938 firmò il regio decreto legge per la difesa della razza nella scuola italiana e contribuì alla emanazione delle leggi razziali che discriminarono gli ebrei in Italia.



Il testo presente sul sito di Gasparri

LA SAPIENZA' CONTRO IL PAPA: ECCO I NOMI DEI PROFESSORI FIRMATARI DEL PUBBLICO APPELLO CONTRO IL PONTEFICE

La rinuncia di Papa Benedetto XVI all’intervento in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università La Sapienza è scaturita dall’iniziativa di 67 professori dell’Ateneo romano che, manifestando un’intolleranza inaudita, hanno rivolto un pubblico appello contro il Pontefice. Ritengo utile che gli italiani possano ricordare i nomi di questi professori che del resto, avendo assunto una pubblica iniziativa, saranno lieti di essere ulteriormente messi in primo piano.

Chi sono i veri intolleranti?

Inserisco un mio articolo pubblicato venerdì su Epolis-Roma a commento della vicenda Sapienza-Papa. Ribadisco e perfeziono qualche concetto che ho già espresso nel blog, mi perdonerete:repetita iuvant!


Era una Sapienza blindata quella di giovedì 17 gennaio 2008, circondata dalla polizia, strade limitrofe chiuse, accesso limitato al personale e a studenti muniti di tesserino, un clima da colpo di stato. La lettera inviata al Rettore da alcuni colleghi della Facoltà di Scienze che mettevano in discussione la presenza del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza, è stata strumentalizzata scatenando una crociata mediatica senza precedenti che ha azzittito le voci fuori dal coro. Gli unici che hanno potuto esprimersi in modo da ripristinare una certa equità di giudizio sono stati Stefano Rodotà e Paolo Flores D’arcais.

Il pontefice “martire” ha deciso di non partecipare all’evento e..apriti cielo: un unico grande partito trasversale di politici e giornalisti vomita livore antiscientifico e al grido di “il Papa non si discute si ama”, vuole mandare al rogo i firmatari della lettera, i nuovi eretici che hanno “azzittito” il povero Pontefice. Gasparri di AN chiede epurazioni, forse anche purghe o deportazioni. Il “cardinal Veltroni” dice "Mai può accadere che l'intolleranza tolga la parola”. “Inammissibili manifestazioni di intolleranza” commenta Napolitano. “Per colpa di qualche decina di sprovveduti, mediocri docenti, impiegati frustrati della docenza, apprendisti stregoni di cose più grandi di loro, l’Italia annuncia al mondo che la sua civiltà e tolleranza è scesa a questo”, vaneggia in modo offensivo e rozzo il direttore di Europa, Stefano Menichini. “Gesto di intolleranza e paura”, enfatizza con toni catastrofici Ezio Mauro su Repubblica. Ma quale intolleranza e paura? Nessuno dei docenti, gente seria e competente, ha sbarrato le porte della Sapienza al Papa, è stato solo espresso un lecito dissenso. Non c’è ostracismo a priori verso il pontefice, che potrà visitare la Sapienza in qualsiasi altra occasione, per un contraddittorio aperto. Nessuno gli ha messo la mordacchia, trattamento riservato dalla Chiesa agli eretici, ricordate Giordano Bruno? Il Papa, infatti, diffonde il suo “verbo” urbi et orbi, come e quando vuole, intervenendo a ruota libera su qualsiasi argomento. Ma l’inaugurazione dell’anno accademico di un’università statale è un evento laico e tale deve rimanere. Il dissenso è quasi scontato, se si invita a tenere la lectio magistralis un papa che non ha mai fatto mistero di posizioni eufemisticamente “chiuse” sulle questioni scientifiche, dalle cellule staminali all’evoluzione biologica. Il Rettore avrebbe dovuto prevedere gli effetti del suo maldestro invito, ma se voleva diffondere l’evento, c’è riuscito alla grande.

Stranamente, del violento sdegno bipartisan esploso in questi giorni non c’è mai traccia quando si tratta di denunciare corruzione e nepotismo. Chissa perchè? Purtroppo, viviamo in un paese di stampo borbonico, dove si muore ancora sul lavoro e i governanti hanno sempre ragione. Non si può più dissentire nei confronti del potere, ma solo allinearsi, a capo chino e subire in silenzio. Siamo tornati indietro di secoli.

venerdì 18 gennaio 2008

Lo striscione dei precari: "Precari traditi: Mussi bugiardo. Più ricercatori, meno politici."

Inserisco il testo di un documento dei precari di Chimica della Sapienza pubblicato dal Messaggero.

Precari della ricerca

L'invito del Rettore al Pontefice a partecipare all'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza Università di Roma ha innescato una serie di eventi che ha riempito la cronaca italiana di questi giorni, mascherando i veri problemi dell'università che avrebbero dovuto essere discussi in questa occasione. Noi siamo particolarmente interessati a porre in evidenza il problema annoso dei "precari della ricerca" dell'Università e denunciare la nostra delusione nei confronti del Ministro Mussi.

Noi precari della ricerca nell'Università siamo tanti, siamo quanti quelli strutturati (professori associati ed ordinari compresi), abbiamo contratti della tipologia più varia (co.co.co., co.co.pro., assegni di ricerca, borse di studio, ricercatori a tempo determinato) e svolgiamo una parte importantissima nell'attività di ricerca ed accademica. Il Governo nelle sue Finanziarie ci ha escluso dai processi di stabilizzazione, a differenza dei colleghi a tempo determinato che lavorano negli altri enti di ricerca nazionali: il ricercatore precario del CNR, dell'Enea o dell'ISS ha diritto al lavoro a tempo indeterminato, mentre il ricercatore precario dell'Università NO. Sospettiamo di essere lavoratori di serie B.

Abbiamo portato pazienza, del resto il Ministro Mussi ci ha promesso un piano di reclutamento straordinario da attuarsi secondo un nuovo regolamento, forse più meritocratico. Il problema è che il piano di reclutamento straordinario non ha niente di straordinario: i 20 milioni di euro stanziati per il 2007 si traducono in circa 500 posti che diventano un migliaio grazie al (necessario) cofinanziamento delle università, a fronte di un numero di precari stimato in decine di migliaia. Per scendere nel dettaglio, il piano di reclutamento straordinario ha concesso un totale di 52 posti (26 pagati dal Ministero + 26 cofinanziati dall'Ateneo) a La Sapienza, da distribuire su circa 200 settori scientifico-disciplinari, per rispondere alle esigenze di migliaia di aspiranti ricercatori. Le cifre stanziate per il reclutamento sono evidentemente risibili e ben lontane dall'essere sufficienti, pur considerando i 120 milioni di euro promessi per il 2008 e 2009.

Al problema dei numeri si somma quello dei modi. I concorsi ancora si effettuano secondo la vecchia normativa, con buona pace della meritocrazia. Il nuovo regolamento, data la complessità delle commissioni che prevede, non si sa quando effettivamente verrà attuato. Parallelamente a questo, il Ministro aveva bloccato i concorsi per professore associato ed ordinario, in nome della necessità di modificare anche questa normativa concorsuale e per garantire che le Università investissero sull'assunzione di nuovi ricercatori. Questo aveva ricevuto il nostro plauso, ma purtroppo il Ministro ha presto ceduto, ed ecco che, nonostante non sia stato neanche discusso un nuovo regolamento, dal 1 gennaio 2008 è stata riaperta la possibilità di bandire concorsi per professore.

Questa mattina sopra l'edificio di Chimica dell'Ateneo romano, era affisso uno striscione di denuncia cui la stampa non ha probabilmente dato peso: "Precari traditi: Mussi bugiardo. Più ricercatori, meno politici" (http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/sapienza-inaugurazione/13.html). Il problema del precariato nell'Università esiste ed è grave, in misura maggiore che in qualsiasi altra istituzione pubblica. Noi non abbiamo alcuna rappresentanza sindacale, non abbiamo rappresentanza negli organi collegiali degli atenei, tanto meno abbiamo il potere di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica come è recentemente accaduto per gli autotrasportatori. Quest'ultimo episodio ha dimostrato ancora una volta, come nella necessità di reperire fondi, sia facile e indolore tagliare sulla ricerca. Ci rivolgiamo alla stampa, nella speranza di trovare spazio per le nostre rivendicazioni. Cordiali saluti.

Precari della Ricerca del Dipartimento di Chimica
Sapienza Università di Roma

(17 gennaio 2008)

giovedì 17 gennaio 2008

La Sapienza blindata.

Per tutta la mattinata e nel primo pomeriggio la Sapienza è stata blindata, circondata dalla polizia, strade limitrofe chiuse, accesso limitato al personale e agli studenti iscritti con tesserino identificativo: un clima da colpo di stato. L'inaugurazione mediatica ha avuto successo, la visibiltà della Sapienza non è mai stata così grande. Il Rettore sarà soddisfatto.

Le dichiarazioni di Guarini, Mussi e Veltroni.

Riporto di seguito alcune dichiarazioni del Rettore, del vescovo Mussi e del cardinal Veltroni, nel corso dell'inaugurazione a porte chiuse dell'anno accademico della Sapienza. Rimango allibito per le parole di Mussi e Veltroni. Si legge, inoltre, che "non ci sarà nessun provvedimento contro i firmatari della lettera contro la visita del papa". Beh, ci mancherebbe altro! Allora l'anno prossimo chiameremo alla Sapienza direttamente la buonanima di Pinochet!


Rettore: "Nessun provvedimento contro docenti firmatari"

Non ci sarà nessun provvedimento contro i firmatari della lettera contro la visita del papa da parte del rettore dell'università La Sapienza di Roma. Lo ha confermato lo stesso Renato Guarini, al termine della cerimonia di inaugurazione dell'Anno Accademico.
"L'università ha un grande clima di libertà - ha spiegato Guarini - e il rettore non può intervenire. Coloro che hanno firmato la lettera saranno giudicati dagli studenti e dai colleghi. Se un docente fa valutazioni scientifiche errate viene giudicato dai suoi studenti, che sono i migliori giudici".

Rettore: "Distinguere dissenso da intolleranza"

Le "manifestazioni di intolleranza" vanno "accuratamente distinte dall'espressione di un legittimo dissenso, seppur minoritario". Lo ricorda, riferendosi alle proteste degli scorsi giorni per la venuta del papa alla sapienza, il rettore Guarini nel suo discorso per l'inaugurazione dell'anno accademico 2007/2008.


Mussi contro gli studenti: "Contesto le manifestazioni in atto"

"Contesto le manifestazioni in atto". Così il ministro dell'Università e Ricerca Fabio Mussi ha commentato, al termine della cerimonia inaugurale dell'anno accademico all'Università La Sapienza le proteste messe in atto nel corso della mattinata da gruppi di studenti all'esterno dell'Aula Magna. Il ministro ha anche invitato gli studenti ancora all'esterno dell'università alla non violenza. "Il problema - ha detto Mussi - è del clima che si vuole creare; il problema è se si vuole anche duramente dialogare o se si vogliono invece creare condizioni di impossibilità al confronto e al dialogo".

Mussi: "Far parlare il papa non è attentato a laicità"

"Quello che dice il papa può ben essere criticato, ma non è un attentato al principio di laicità il fatto che il papa possa prendere la parola in questa sede, per un intervento e non per una lectio magistralis a nome dell'ateneo e da ministro della Repubblica, che ha difeso con intransigenza il carattere laico delle istituzioni pubbliche sotto la sua responsabilità, confermo il mio rammarico per il fatto che si siano create le condizioni che lo hanno spinto a rinunciare". Così il ministro dell'università Fabio Mussi interviene durante l'inaugurazione dell'anno accademico 2007-2008 della Sapienza.

Veltroni: "Mai intolleranza deve togliere la parola"

"Mai può accadere, per nessun motivo, che l'intolleranza tolga la parola a qualcuno. Men che meno se si tratta di discorsi sui diritti universali e se si tratta di Papa Benedetto XVI, un punto di riferimento culturale, spirituale e morale per milioni di persone". Lo ha detto il sindaco Walter Veltroni intervenendo all'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza.

Veltroni: "Inaccettabile ciò che è accaduto"

"Ciò che è successo, per un democratico, è inaccettabile". Lo ha detto il sindaco Walter Veltroni, riferendosi alla rinuncia del papa ad intervenire alla Sapienza, aprendo il suo discorso nella cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico dell'Ateneo. Parole accolte con un applauso dalla platea riunita in aula magna

Le ragioni dei laici, di Paolo Flores D’Arcais.

Finalmente! L'articolo di Flores D’Arcais su Repubblica di oggi riporta un po’ di equità in questa vicenda strumentalizzata in modo assurdo da politici e media. Una stretta di mano all'autore che mi piacerebbe conoscere.

LE RAGIONI DEI LAICI

Caro direttore, posso esprimere la mia perplessità per l´unanime concerto politico e mediatico che giudica il regnante pontefice vittima della prevaricazione e della intolleranza di un "laicismo fondamentalista"? Prevaricazione che impedirebbe al Papa di parlare e perfino di muoversi liberamente nella sua città?
Certo, un viaggiatore che arrivasse per la prima volta in Italia, alle lettura dei giornali in aereo si farebbe l´idea che da noi la Chiesa cattolica è perseguitata, e che un forsennato laicismo ha messo al suo supremo Pastore la mordacchia. Ma soggiornando per qualche settimana, e informandosi ogni sera da un diverso telegiornale, scoprirebbe con stupore che Joseph Ratzinger è libero di parlare, eccome, e che anzi è di fatto l´onnipresente editorialista dei telegiornali pubblici e privati, che riprendono ogni sua dichiarazione, importante o meno che sia, con enorme e compunto rilievo.
Ma all´Università gli hanno impedito di aprire bocca, si dirà. Proviamo a stare ai fatti. Il Magnifico Rettore e la maggioranza del Senato Accademico decidono di invitarlo all´inaugurazione dell´anno accademico, momento simbolico per eccellenza per la scienza e il sapere (come l´inaugurazione dell´anno giudiziario per la giustizia). Non è chiaro se in quanto Papa Benedetto XVI o in quanto prof. Ratzinger, e se per una "lectio magistralis" o in qualità di "ospite" (le autorità accademiche della Sapienza accrediteranno via via versioni contrastanti). Un gruppo di docenti di Fisica esprime la sua contrarietà. Alcuni gruppi di studenti dichiarano che daranno luogo a concomitanti e pacifiche manifestazioni irridenti.
Ora, non è lecito che alcuni docenti giudichino sbagliata la scelta di invitare Papa Ratzinger come unico "ospite" all´inaugurazione dell´anno accademico? Se, poniamo, la scelta del rettore Guarini fosse caduta, anziché su Benedetto XVI, su – che so – Tariq Ramadan, da molti considerato un islamico antidogmatico e "aperto" e dunque interlocutore fondamentale per l´Occidente, personalmente io avrei protestato, e con me forse molti di quanti oggi giudicano inammissibile la protesta dei 67 scienziati romani per l´invito in esclusiva a Ratzinger. E qualche gruppo di studenti avrebbe indetto qualche manifestazione, più o meno folcloristica e irridente, contro le posizioni di Ramadan. E nessuno avrebbe parlato di inammissibile censura nei confronti di quest´ultimo.
E allora, cosa c´è di scandaloso o di prevaricatorio nelle posizioni espresse dal professor Marcello Cini e dai suoi autorevolissimi colleghi scienziati? Avrebbero voluto che invece di Ratzinger, quale "ospite" per l´inaugurazione dell´anno accademico fosse invitata una personalità più consona all´istituzione e alla cerimonia. Tutto qui.
Con buone argomentazioni, mi sembra. Entriamo nel merito. L´università è, come vuole la retorica, il "Tempio" della scienza e del sapere. Dell´autonomia del sapere, della ricerca libera da dogmi. Sarebbe logico pensare, come "invitato" (invitato unico, ripetiamolo) proprio a una grande personalità della scienza. Tanto più in un momento in cui, in tutto il mondo, il cuore della scienza contemporanea, il darwinismo, viene attaccato dai più diversi oscurantismi ideologici o religiosi. Sarebbe logico, insomma, pensare a una Levi Montalcini, che tiene alto il nome dell´Italia nel mondo, o, se si vuole una personalità straniera, a colui che, dopo la morte di Stephen Jay Gould, è il più noto darwinista vivente, Richard Dawkins.
Ma, si è obiettato, la Sapienza voleva un "ospite" che incarnasse l´impegno per la pace. In questo caso, più che mai, si davano scelte assai più congrue rispetto a quella del regnante pontefice, che su questo versante non ha fin qui avuto modo di illustrarsi significativamente (a meno che non si pretenda che un Papa è, ipso facto, la migliore delle icone di pace possibili). Dal Dalai Lama a scrittori come Yeoshua o Rushdie, da Noam Chomsky fino a Gino Strada (certamente l´italiano che nel mondo è considerato il più impegnato concretamente per la pace).
Non mi sembra perciò che abbia riscontri nella realtà l´immagine di un laicismo "fondamentalista" che vuole tappare la bocca al Papa, di fronte a una Chiesa davvero laica e aperta al dialogo con ogni ateismo contemporaneo. Perché il rettore Guarini non aveva affatto scelto la via del dialogo ma del monologo. L´invito era solo per il Papa, e ad avere spazio di "ospite" sarebbe stata solo la sua Parola. Se il sapere esige dialogo tra i diversi punti di vista (come si va ripetendo contro i 67 scienziati), perché il senato della Sapienza non ha invitato Joseph Ratzinger e Richard Dawkins? Perché un solo punto di vista?
Punto di vista, oltretutto (non facciamo finta di nulla) di un Papa e di una Chiesa gerarchica che si stanno segnalando per: a) un attacco sempre più sistematico al darwinismo (la cui scientificità non sarebbe accertata, vedi volume ratzingeriano appena uscito in Germania) e b) un attacco di inaudita violenza alle donne che abortiscono, la cui scelta viene equiparata esplicitamente all´omicidio.
Campagna, quest´ultima, sulla cui gravità e relative implicazioni mi sembra non ci si indigni abbastanza (o addirittura affatto). Eppure, se qualcuno accusasse il cardinal Ruini di essere un ladro e il cardinal Bertone di essere un assassino, sarebbe tutto uno stracciarsi di vesti (e fioccherebbero querele). Perché i prelati della Chiesa gerarchica e il loro Sommo Pontefice possono invece impunemente accusare tutte quelle donne del più grave dei reati del codice penale, di essere delle assassine? Se ricordassero loro che sono in peccato mortale, e rischiano le pene dell´inferno, nulla da ridire. Ma accusarle di essere "assassine" questo è ignobile e inammissibile, oltretutto da parte di chi, volendo impedire l´uso del preservativo contro l´Aids, è corresponsabile della morte di migliaia e migliaia di persone solo in Africa (persone, non embrioni).
Infine, l´accusa più incredibile, ma che ormai dilaga su ogni telegiornale: gli studenti erano pronti alla violenza per impedire al Papa di parlare. Eppure sia il premier Romano Prodi che il ministro dell´Interno Giuliano Amato hanno dichiarato che non sussisteva il minimo rischio per la sicurezza del Papa. Perché allora si continua con questa menzogna, con questo processo alle intenzioni?
Nessuno ha impedito al Papa di recarsi alla Sapienza e di essere, nell´Aula Magna, l´unico e monopolistico "ospite". Ma il Papa ha "rinunciato", cioè ha rifiutato, perché non ha accettato che, a qualche centinaia di metri di distanza, alcuni professori discutessero di scienza in termini antitetici ai suoi e alcuni studenti irridessero con maschere e cartelli ai suoi dogmi (attività sulla cui legittimità si spera nessuno abbia da obiettare, perché costituzionalmente garantite). Il Papa, insomma, pretendeva non solo il monopolio della ospitalità in Aula Magna ma anche l´unanime plauso dentro e fuori. Mancando tale unanimità, con perfetta astuzia politica ha preferito fare la grande rinuncia, e passare per vittima di una prevaricazione laicista inesistente. Visto che se ci sono posizioni che ormai stentano ad aver cittadinanza in tv, e al massimo trovano "asilo" in spazi marginali, sono quelle laiche (di credenti o atei che siano).

mercoledì 16 gennaio 2008

Lettera di Bruno Bertolini al Rettore della Sapienza

Pubblico la lettera di Bruno Bertolini di cui condivido il contenuto.


Caro Rettore,
ho letto con interesse le lettere inviate da Marcello Cini e poi dal gruppo dei fisici, e mi sento di aderire alle idee che le hanno motivate. Come biologo, però, ritengo di dover aggiungere un altro motivo di riflessione a quelli gia dibattuti.
E precisamente la posizione del Pontefice nei riguardi della teoria darwiniana dell’evoluzione. Questa, per i biologi, rappresenta la teoria fondamentale che informa lo status epistemologico e l’interpretazione della natura alla base della loro disciplina.
Nell’ajavascript:void(0)utunno 2006, nella residenza di Castel Gandolfo si è tenuto uno Schülerkreis, una riunione di ex allievi del professor Ratzinger, ora professori in diverse università, e di alcuni scienziati. Il tema del convegno era “Creazione ed evoluzione” (Schöpfung und Evolution), e le relazioni sono state pubblicate nel 2007.
Nel convegno il Papa è intervenuto più volte personalmente, e i suoi interventi sono puntualmente riportati in più pagine.
Il Pontefice aveva più volte manifestato il suo appoggio e il suo plauso alle sortite del Cardinale Schönborn in favore del neocreazionismo, ma in questa occasione si è espresso direttamente e personalmente:
“La teoria dell’evoluzione non è ancora una teoria completa e scientificamente verificata… in gran parte non è affatto dimostrabile per via sperimentale semplicemente perché noi non possiamo riprodurre in laboratorio 10.000 generazioni. Il che significa che ci sono rilevanti lacune nella verificabilità e nella falsificabilità sperimentale a causa dello sterminato periodo di tempo cui la teoria fa riferimento”, tanto per riportare qualche affermazione.
A parte la debolezza epistemologica e la mancanza di conoscenze fattuali delle affermazioni del Pontefice, la sua posizione si inserisce in quel movimento non tanto anti darwiniano, quanto piuttosto antiscientifico, che va sotto il nome di Neocreazionismo o, ammantandosi di una truffaldina pseudoscientificità, di Intelligent Design. Movimento che viene propagandato e diffuso a livello mondiale da gruppi politico-religiosi cattolici, protestanti e anche mussulmani.
Ora ci siamo, la Lectio magistralis è stata ribattezzata Discorso ed è stata separata dall’inaugurazione dell’Anno Accademico con tre asterischi, ma questo non toglie che proprio nella solenne occasione in cui si dovrebbe ribadire l’impegno della Sapienza per una scienza libera e laica, viene invitato chi di questa idea si dichiara avversario, e da posizioni dogmatiche non discutibili.
Con i miei migliori saluti
Bruno Bertolini

Un esempio di enfasi giornalistica catastrofica: come amplificare e drammatizzare i fatti.

L'idea sarà pure malata, ma anche Ezio Mauro, direttore di Repubblica, non sta tanto bene. Leggete e ridetene tutti, qui si è perso completamente il senso della realtà. Mauro dice che "qualcosa si è rotto, drammaticamente, sotto gli occhi del mondo". A me sembra che al mondo di questa storia e del nostro papa reso "martire" non interessi proprio nulla, vista l'assenza di reazioni dall'estero, almeno per ora.


Un'idea malata
di EZIO MAURO

SARA' un giorno che ricorderemo negli anni, il giorno in cui il Papa non parlò all'Università italiana per la contestazione dei professori e la ribellione degli studenti. Una data spartiacque per i rapporti tra chi crede e chi non crede, tra la fede e la laicità, persino tra lo Stato e la Chiesa. Fino a ieri, questo era un Paese tollerante, dove la forte impronta religiosa, culturale, sociale e politica del cattolicesimo coesisteva con opinioni, pratiche, culture e fedi diverse, garantite dall'autonomia dello Stato repubblicano, secondo la regola della Costituzione.

Qualcosa si è rotto, drammaticamente, sotto gli occhi del mondo. Il Papa deve correggere la sua agenda e cambiare i suoi programmi, per non affrontare la contestazione annunciata di un'Università che lo aveva invitato con il rettore e il senato accademico, ma lo rifiutava con una parte importante di docenti e studenti. Il risultato è un cortocircuito culturale e politico d'impatto mondiale, che si può riassumere in poche parole: il Papa, che è anche vescovo di Roma, non può parlare all'Università della sua città, in questa Italia mediocre del 2008.

Questo risultato, che sa di censura, di rifiuto del dialogo e del confronto, è inaccettabile per un Paese democratico e per tutti coloro che credono nella libertà delle idee e della loro espressione. È tanto più inaccettabile che avvenga in un'Università, anzi nella più importante Università pubblica d'Italia, il luogo della ricerca, del confronto culturale e del sapere, un luogo che di per sé non deve avere barriere né pregiudizi, visto che non predica la Verità ma la scienza e la conoscenza. È come se la Sapienza rinunciasse alla sua missione e ai suoi doveri, chiudendosi in un rifiuto che è insieme un gesto di intolleranza e di paura.


A mio parere il giorno d'inaugurazione dell'anno accademico non era la data più propria per invitare Benedetto XVI a tenere la sua lectio magistralis; e il rettore si corresse, perché quella lezione non suonasse come un programma e un indirizzo per l'anno dell'Ateneo. Ma è ridicolo chiamare in causa la scienza, come se potesse risultare coartata, offesa o limitata dalle parole del Pontefice, che è anche uno dei grandi intellettuali europei della nostra epoca. Ed è improprio e pretestuoso nascondersi dietro a Galileo, come se i torti antichi della Chiesa nel confronto e nello scontro con la scienza si dovessero pagare oggi, proprio sulla porta d'ingresso della Sapienza, senza tener conto del cammino fatto in tanti anni, e delle parole ancora recenti di Papa Wojtyla.

Spedito l'invito, e accettato, l'incontro si doveva fare senz'altro. Per gli studenti sarebbe stata l'occasione particolare di ascoltare direttamente le parole di un Papa che ha passato anni dentro l'Università, e che resta professore anche da Pontefice. I docenti avrebbero avuto la possibilità di interloquire, di fissare e ribadire i punti fermi dell'autonomia dell'insegnamento e della libertà di ricerca, se lo ritenevano opportuno e ne sentivano il bisogno. Il risultato sarebbe stato un confronto di opinioni pubblico e trasparente, di cui non si capisce come si possa aver timore, soprattutto se si è persone di cultura e si deve testimoniare la civiltà italiana ed europea - di cui le Università sono parte costituente - e l'importanza di un confronto di idee, prima ancora di ogni specifico sapere e di ogni scientifica conoscenza.

L'impressione è appunto quella di un cortocircuito, dove il gesto ha prevalso sul pensiero, una malintesa idea di autonomia si è stravolta in divieto, la libertà della scienza ha cozzato malamente contro la libertà di parola e la laicità si è ridotta ad una cupa caricatura di se stessa, preoccupandosi di limitare e restringere il perimetro dell'espressione invece di ampliarlo, garantendolo per tutti. È chiaro che l'Università di Stato di un Paese democratico non può rifarsi al pensiero religioso come fonte primaria e costitutiva del suo sistema culturale ed educativo, e nessuno lo ha chiesto o minacciato. Ma è altrettanto evidente - o dovrebbe esserlo per tutti - che l'Università non è e non deve essere un luogo chiuso alla circolazione delle idee, delle esperienze e delle testimonianze, e non può diventare espressione di un pensiero che pensa solo se stesso, rifiutando persone, idee, contributi e confronti.

L'unica spiegazione di questa prevalenza dell'irrazionale in una delle sedi proprie della ragione è la confusione italiana di oggi. E dentro questa confusione, l'uso improprio che si fa del confronto tra fede e laicità, e tra credenti e non credenti. Uno dei tratti distintivi dell'epoca è il ritorno della religione nel pensiero pubblico, da cui l'avevamo in qualche modo creduta fuori, per consunzione da un lato, e dall'altro per il raggrumarsi di un civismo post-ideologico attorno a capisaldi diversi da quelli della fede. Questo ritorno è un dato che contraddistingue tutto l'Occidente. In Italia la parola della Chiesa, così innervata nella tradizione, non ha mai smesso di farsi sentire. Ma non c'è alcun dubbio che da quasi un decennio la Cei ha acquistato un protagonismo e una reattività che hanno fatto della Chiesa un prim'attore in tutte le vicende pubbliche: una Chiesa che è insieme parte (perché così dicono i numeri) e Verità assoluta, pulpito e piazza, autorità e gruppo di pressione e chiede di determinare come mai nel passato della Repubblica i comportamenti parlamentari delle personalità politiche cattoliche, pretendendo pubblica obbedienza al magistero.

Vorrei essere chiaro: la Chiesa ha il diritto (che per il Concilio Vaticano II è un dovere) di testimoniare la sua dottrina su qualsiasi materia, anche di competenza dello Stato. Ma queste prese di posizione sono destinate alla coscienza dei credenti e a chi riconosce alla Chiesa un'autorità con cui confrontarsi, mentre le scelte politiche spettano ai laici, credenti e non credenti. Nella Chiesa si fa invece strada la convinzione secondo cui i non credenti non riescono a dare da soli un senso morale all'esistenza, perché solo la promessa riconosciuta dell'eternità dà un senso alla vita terrena. Ne deriva una riduzione di dignità dell'interlocutore laico, quasi una riserva superiore di Verità esterna al libero gioco democratico, una sorta di obbligazione religiosa a fondamento delle leggi e delle scelte di un libero Stato.

La reazione a questa nuova "potestas" che vorrebbe coinvolgere nel cattivo relativismo la democrazia, perché si basa sulla libertà di coscienza di tutti i cittadini, e vede ogni fede come un valore relativo a chi la professa, viene sempre più da un laicismo di maniera, un compiacimento per l'ateismo come contraddittoria religione della modernità, un risentito anticlericalismo, che credevamo confinato alla stagione adolescenziale della nostra Repubblica. Sopra questa nuova rissosa incomunicabilità ostile, manca il tetto condiviso di una Repubblica serenamente laica, cosciente dei valori della tradizione e delle religioni, capace di difendere la sua autonomia e la sua libertà garantendo la libertà di tutti.

I partiti hanno una responsabilità primaria. La destra, incapace di formulare una moderna cultura conservatrice in un Paese che non l'ha mai avuta, prende a prestito dal deposito di tradizione della Chiesa la parte scelta della precettistica, cercando così di procurare un'architrave ad un pensiero inesistente: col risultato di un'alleanza del tutto impropria tra la fede ultraterrena e una prassi politica ultramondana, paganeggiante e vagamente idolatra, alla ricerca entrambe della forza perduta. Per la sinistra, è ancora peggio. Non avendo coscienza di sé e della propria identità, incapace di difendere le ragioni che dal pensiero e dall'esperienza rinnovati potrebbero tranquillamente derivare, chiede soltanto - in ordine sparso di conversione, o almeno di gregarietà - di poter occupare uno strapuntino dentro il senso comune dominante, anche se è senso comune altrui: così, in un angolo, con la garanzia di non infastidire con il turbamento di un pensiero vagamente autonomo, per una volta netto, pronunciato in nome di una sinistra finalmente moderna, laica, europea e occidentale.

In mezzo si muovono felici gli atei devoti, a cui nessuno chiede di credere in Dio, di applicare anche a sé la convinzione che il cristianesimo non è una cultura, una filosofia, un galateo politico o sociale ma un "avvenimento", ma a cui nessuno impedisce di selezionare a piacere nel pensiero cristiano, nei Vangeli e persino nelle parole degli ultimi Papi i precetti, i divieti, le norme, rinunciando a tutto il resto: che è molto, che sarebbe importante, e che completerebbe l'immagine del Dio italiano, che così invece cammina monco, sanzionatorio e di parte, un Dio "cristianista", cioè ideologizzato e ridotto a strumento.

È il brutto panorama di un Paese in cui si cede troppo spesso alla tentazione sacrilega, come la chiamava Andreatta, di coinvolgere Dio nelle proprie scelte. Ma se questo è il quadro, ed è preoccupante, perché banalizzarlo nella caricatura dello scontro culturale della Sapienza, che si rivolge necessariamente nel contrario: una censura ad un Papa, nel nome malinteso di una laicità che invece dovrebbe ribellarsi ad ogni intolleranza, soprattutto nei confronti di fedi e credo religiosi? Non c'è alcun dubbio. Nell'Italia d'argilla del 2008, non è nel nome di un'idea forte che si è pensato di vietare al Papa la Sapienza, ma di un'idea malata. Una malattia che ha già fatto due vittime: la libertà di espressione, naturalmente, e la laicità: che già non godeva di buona salute, in questo sfortunato Paese.

Un vero esempio di oscenità (giornalistica).

Inserisco il testo di un articolo pubblicato ieri da Stefano Menichini, direttore di Europa. A mio parere è proprio un bell’esempio di oscenità giornalistica, un testo da prendere a modello per insegnare agli apprendisti come non si deve scrivere.

Ecco qualche perla della finezza giornalistica di Menichini: “Una pagina nera della storia italiana, una vergogna nazionale”. “Per colpa di qualche decina di sprovveduti, impiegati frustrati della docenza, apprendisti stregoni di cose più grandi di loro, l’Italia annuncia al mondo che la sua civiltà e tolleranza è scesa a questo”. “Mediocri docenti partoriti da una università fallimentare si sono incaricati di mettere in luce la fragilità di un sistema di idee falsamente progressista”.
Frasi offensive, piene di rancore e livore sospetto, volte a screditare degli colleghi seri ed onesti della Sapienza.
Non so chi abbia mai conferito la patente per esercitare il mestiere di giornalista a Menichini, ma con questo articolo è sceso in basso e ha reso un pessimo servizio all’informazione.


Il giorno nero in cui muore la laicità

STEFANO MENICHINI

Una pagina nera della storia italiana, una vergogna nazionale. Ora partiranno veglie, preghiere e atti di contrizione, ma è soprattutto la dignità pubblica e laica del paese che esce offesa, umiliata, come più in particolare la sua capacità di mantenere e garantire ordine e sicurezza.
Per colpa di qualche decina di sprovveduti, impiegati frustrati della docenza, apprendisti stregoni di cose più grandi di loro, l’Italia annuncia al mondo che la sua civiltà e tolleranza è scesa a questo: un papa non può parlare in un’aula magna, un professore non può esprimere le proprie idee, un intellettuale non può difendere le proprie convinzioni: sono estreme.
Inascoltabili. Insostenibili.
Sabato sul manifesto un uomo che ha avuto alcuni meriti, e tra questi l’insegnamento sulla non neutralità della scienza, sulla libertà di criticarla e di metterne a nudo i limiti, concludeva un peraltro esile ragionamento con la domanda: potrebbe accadere una cosa del genere fuori dall’Italia? Si riferiva all’intervento di un pontefice in un’aula magna, come fosse una circostanza da Stato della Chiesa. A Marcello Cini, che di quel rozzo appello a non far entrare Ratzinger all’università è stato sventurato primo firmatario, basterebbe ricordare che pochi mesi fa un vero fondamentalista, vero pericolo per l’umanità e vero reazionario come Ahmadinejad ha potuto liberamente parlare alla Columbia University. Con Cini, quanti difensori della laicità hanno perso la patente per parlare di libertà di pensiero, di parola, d’insegnamento? Speriamo che né il Vaticano né i suoi sostenitori vorranno trasformare questa brutta figura nazionale nell’occasione per ulteriormente alzare i toni della polemica. La Chiesa non ha bisogno di altri martiri.
Paradossalmente, ma non tanto, verrebbe da dire ai cattolici: ora lasciate per un po’ il mondo laico da solo, a sbrigarsi questa faccenda. Lasciateci da soli, a confrontarci con le nostre paure, insicurezze, pigrizie, col terrore che s’incrini la certezza delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
Un papa che parla, una Chiesa che vuole farsi ascoltare e contare, e tutto un sistema va in tilt: non è un gran sistema. Viviamo in una società di costumi liberi, libertini, libertari, come poche altre volte s’è visto nella storia dell’umanità.
Consumi e progresso sono le uniche religioni veramente rispettate. Ma basta davvero poco, basta che il papa teologo di una fede minoritaria porti fino in fondo alcuni ragionamenti dirompenti, e che un intellettuale giornalista lo sostenga con vivacità di iniziativa politica, perché la debolezza venga tutta allo scoperto.
Mediocri docenti partoriti da una università fallimentare si sono incaricati di mettere in luce la fragilità di un sistema di idee falsamente progressista, tanto che ora se ne spaventano e prendono le distanze. Intelligenze declinanti come quella di Asor Rosa hanno recitato sulla scena pubblica, si spera per l’ultima volta, il funerale dell’antica forza del pensiero laico.
Se questa è la scienza e questi sono coloro che dovrebbero diffonderla e difenderla, ce ne sentiamo distanti, e già non è che ne avessimo una fiducia incrollabile.
Un’altra rifondazione s’impone. Ma non sappiamo davvero più da dove si possa cominciare

Arriva l'inquisizione mediatica: al rogo i nuovi eretici della Sapienza.

Si è scatenata una bagarre senza precedenti: tutti a impartire ipocrite lezioni di democrazia, accusando i firmatari dell’appello di fomentare insurrezioni contro il papa. Alla fine, il pontefice “martire” ha scelto saggiamente di non partecipare all’evento e…. apriti cielo: politici e direttori di giornali, vomitano livore, vogliono mettere al rogo i nuovi eretici, i docenti fanatici e ignoranti che hanno osato “azzittire” il povero papa. “Gesto di intolleranza e paura”, enfatizza Ezio Mauro su Repubblica. “La Sapienza dovrebbe essere ribattezzata ignoranza”, gridano altri. Il presidente Napolitano parla di "inammissibili manifestazioni di intolleranza". Un tale sdegno mediatico bipartisan, è quasi surreale e non si era mai visto nemmeno per tangentopoli o per le intercettazioni telefoniche degli squallidi colloqui dei politici.

martedì 15 gennaio 2008

Il commento del rettore Guarini.

Il Rettore ha dichiarato: "rispetto la decisione della Santa Sede anche se con rammarico. L'incontro con il Pontefice poteva rappresentare un momento importante di riflessione per credenti e non credenti su problemi etici e civili, quale l'impegno per l'abolizione della pena di morte, che sono la linfa vitale del nostro lavoro didattico e di ricerca. L'ascolto della voce di uno studioso che ha scritto su temi del nostro tempo sarebbe stato alimento per la libertà delle coscienze e per tutti coloro che si interrogano laicamente."

IIl papa decide di non partecipare alla kermesse della Sapienza e…. apriti cielo!

Alla fine, il Benedetto XVI ha saggiamente scelto di non partecipare alla kermesse e…. apriti cielo: da Prodi a Veltroni, da Casini a Berlusconi, tutti vorrebbero la testa dei responsabili “fanatici e intolleranti” che hanno osato sollevare un’obiezione. Il Presidente Napolitano ha scritto una lettera al pontefice che verrà letta domani. La Cei parla di "intolleranza antidemocratica e chiusura culturale". Viene da dire da che pulpito. Anche Giuliano Ferrara, uno dei tanti ciambellani di corte, rilascia un commento esilarante: "Dobbiamo vergognarci, e' un vero disonore. Per fortuna non mi sono laureato, altrimenti avrei rispedito alla Sapienza il certificato di laurea con su scritto: "siete un branco di asini". Beh, detto da un cinghiale del suo "peso" politico! Purtroppo, in questo paese di stampo borbonico, in questa repubblica delle banane, non si deve mai protestare contro nessun potente, ma stare sempre a capo chino e subire in silenzio.
L’iniziativa dei colleghi della Facoltà di Scienze è condivisibile, non certo per ostracismo verso pontefice che può mettere piede alla Sapienza in qualsiasi altra occasione, per un confronto aperto. E nemmeno per censurare la forza delle sue opinioni, visto che il papa diffonde il suo “verbo” “urbi et orbi”, come e quando vuole, intervenendo a ruota libera su qualsiasi argomento. Quello che vorrei fosse chiaro, una volta per tutte, è che l’inaugurazione dell’anno accademico di un’università statale è un evento laico e tale dovrebbe rimanere. Come ha già puntualizzato Sergio Pimpinelli, non sono richieste operazioni di immagine, non è necessario ricorrere a ospiti eccellenti per cercare la luce dei riflettori. Se quell’ospite è poi un papa che non ha mai fatto mistero delle sue posizioni eufemisticamente “chiuse” rispetto al progresso scientifico, allora la protesta della Facoltà di Scienze è quasi scontata. Il rettore e il senato accademico della Sapienza avrebbero dovuto immaginarlo. Senza ritornare su Galileo, sono sfuggite altre esternazioni fatte da Benedetto XVI sulle cellule staminali e sull’evoluzione biologica. Purtroppo per il papa e per i suoi poco informati sostenitori, l’evoluzione è un ormai fatto provato da numerose prove sperimentali, le più recenti sono quelle che derivano dall’analisi comparata dei genomi di vari organismi, uomo incluso.

lunedì 14 gennaio 2008

Il papa alla Sapienza: lettera di Sergio Pimpinelli al Rettore Guarini.

Pubblico volentieri una lettera del collega Sergio Pimpinelli, direttore del Dipartimento di Genetica e Biologia Molecolare "Charles Darwin" della Sapienza, che interviene sulla questione del papa alla Sapienza, ormai ingigantita dai mass media.


Caro Rettore

Premetto che con queste poche righe voglio esprimere alcune
considerazioni che meriterebbero un'analisi più vasta e approfondita,
ma in questo momento sento l'urgenza e il dovere morale di
intervenire sulla questione dell'inaugurazione dell'anno accademico.
Voglio esprimere la mia piena solidarietà ai docenti firmatari e la
mia piena adesione al contenuto della loro lettera riguardo l'invito
al Papa per l'inaugurazione dell'anno accademico. Voglio anche
esprimere la forte indignazione per la canea che si è instaurata nei
mass media e nel mondo politico in maniera apparentemente
irrazionale, ma che ritengo in malafede, da parte di tromboni,
trombette e zufoli culturalmente asfittici. Se ne sono lette e
sentite di tutti i colori su un argomento che obbiettivamente non
meritava tale risonanza data la situazione realmente mefitica in cui
stiamo vivendo attualmente e sulla quale bisognerebbe riflettere in
maniera seria (vedi il problema spazzatura, la tragedia della
Tyssen su cui già non si riflette più anche se questo avrebbe dovuto
maciullare le nostre coscienze in maniera indelebile, oppure il
problema della prostituzione per le strade che in nome dell'iprocrito
concetto di stato etico, nell'elaborazione del quale la chiesa non è
certamente estranea, ci induce a vivere una situazione di degrado
estremo come segno di profonda inciviltà).

Ritornando all'evento in questione, la peggiore mistificazione che
ricorre in questo guazzabuglio mediatico è che si vorrebbe censurare
il Papa.

NON MI PARE CHE IL PAPA SUBISCA ALCUN TIPO DI CENSURA COME DIMOSTRATO
DALLA SUA ONNIPRESENZA QUOTIDIANA IN TUTTI I MASS MEDIA.

LA LETTERA MI PARE SIA SEMPLICEMENTE UNA CRITICA AL RETTORE PER
L'INVITO CONSIDERATO INOPPORTUNO DATE LE NOTE POSIZIONI DEL PAPA
SULLA SCIENZA CHE CONTRIBUISCONO AD ACCENTUARE IL DIFFUSO
ATTEGGIAMENTO ANTISCIENTIFICO CHE SI RESPIRA IN ITALIA E CHE CI RENDE
UNO DEI PAESI PIÙ ARRETRATI DEL MONDO OCCIDENTALE IN MOLTI SETTORI
DELLE BIOTECNOLOGIE , ENERGIA ETC..

Voglio inoltre aggiungere che considero l'invito inopportuno anche
perché rivolto ad un capo di stato straniero il quale, tanto per
gettare un sasso nel mare di ipocrisia pelosa che ci sta sommergendo,
secondo i parametri canonici di democrazia, è basato su un sistema di
potere antidemocratico e religioso.

Se questa iniziativa dipende da una strategia che punta a dare una
malintesa visibilità alla Sapienza mediante la partecipazione di
guest stars, per cui una volta viene invitato un cantante a
recitare poesie, un'altra volta il Papa e poi magari qualche star del
calcio o del wrestling, l'iniziativa ha avuto successo!
Tutto questo sarebbe però ancora più doloroso in quanto
significherebbe che anche l'Università, l'ultimo baluardo del sapere
e della razionalità, e per questo profondamente laica e libertaria,
è franato sotto i colpi della mediocrità, superficialità e cinismo
che caratterizzano il modello di convivenza civile attuale,
perdendo quindi definitivamente la sua funzione di risorsa a cui
attingere per superare il buio culturale e comportamentale che
colpisce le società nei periodi di crisi come quello attuale.
Mi dispiace ammetterlo, ma ho il forte sospetto che sia proprio così
per responsabilità dell'attuale gestione del nostro Ateneo che ha
causato e sta causando, come ho già espresso in occasione di altri
eventi , non pochi problemi a chi spende la sua vita lavorando in
mezzo a mille difficoltà all'interno dell'Università.
Un'ultima riflessione, poiché non tutto il male viene per nuocere,
speriamo che questa iniziativa, avendo dato grande visibilità alla
Sapienza, possa mantenere il nostro ateneo sotto i riflettori mass
mediatici e questo possa contribuire a migliorare i comportamenti
istituzionali di tutto il mondo accademico.

Ti chiedo scusa per queste poche e frettolose considerazioni che
spero possano suscitare un dibattito più approfondito essendo
l'Università il luogo ideale per la formazione di serie e
approfondite riflessioni sul rapporto tra Scienza e Fede, Scienza e
Società, Scienza e (ahinoi!) politica.

Cordiali Saluti
Sergio Pimpinelli

domenica 13 gennaio 2008

L’oscurantismo di papa Benedetto XVI approda alla Sapienza?

Benedetto XVI è stato invitato all'inaugurazione dell'anno accademico 2007-08 della Sapienza, il 705° dalla fondazione, che si terrà il 17 gennaio. La cerimonia sarà aperta dalla prolusione del rettore Renato Guarini. Seguiranno gli interventi del rappresentante degli studenti, Gianluca Senatore, e del personale tecnico amministrativo, Dina Bei Schmid. Una lectio magistralis dal titolo “Pena senza morte” sarà pronunciata da Mario Caravale, docente di storia del diritto italiano. Interverranno anche Walter Veltroni e Fabio Mussi. Benedetto XVI concluderà offrendo una sua "riflessione" alla comunità universitaria e poi visiterà la Cappella universitaria.

Una sessantina di colleghi della Facoltà di Scienze della Sapienza, tra cui molti Fisici, criticando questa operazione di facciata, hanno firmato un appello (pubblicato il 10 gennaio scorso su Repubblica) a sostegno di una lettera precedente inviata dal fisico Marcello Cini al rettore Guarini, chiedendo l'annullamento dell'invito al papa. La lettera di Cini è consultabile all'indirizzo:http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=007887.

E ‘superfluo dire che condivido l’iniziativa dei colleghi della Facoltà di Scienze, non certo per ostracismo verso pontefice che può mettere piede alla Sapienza in qualsiasi altra occasione per un dibattito. E nemmeno per censurare la "potenza" delle sue parole, visto che il papa è libero di diffondere il suo “verbo” “urbis et orbis”, quando e come vuole, intervenendo a ruota libera su qualsiasi argomento. Quello che deve essere chiaro, una volta per tutte, è che l’inaugurazione dell’anno accademico di una università statale è un evento laico e tale dovrebbe rimanere. Non sono richieste operazioni di immagine, non è necessario ricorrere a ospiti eccellenti per cercare la luce dei riflettori. Se quell’ospite è poi un papa che non ha mai fatto mistero delle sue posizioni eufemisticamente “chiuse” rispetto al progresso scientifico, allora la protesta della Facoltà di Scienze è quasi scontata. Vorrei solo aggiungere che Ratzinger ha ribadito il suo atteggiamento "chiuso", mettendo in discussione le cellule staminali e anche l'evoluzione biologica. La teoria di Darwin «non è verificata scientificamente», e il solo approccio scientifico «non è sufficiente a spiegare l’origine della vita». Lo ha scritto in un libro che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi a Castel Gandolfo lo scorso settembre.

L'appello ha suscitato grande scalpore: da quotidiani noti per essere da sempre " aperti e democratici" come il Foglio, Il Tempo, Il Giornale ecc., sono stati scagliati strali e accuse di fuoco contro i firmatari dell'appello, ritenuti loro i veri oscurantisti e responsabili, secondo i giornalisti, di istigare una sorta di insurrezione contro il Papa, che potrebbe sfociare in atti di violenza. L'ex-ministro Gasparri ha addirittura dichiarato che i firmatari dovrebbe essere denunciati per istigazione a delinquere! Beh, visto come "nasce" politicamente Gasparri, non ci stupisce più di tanto: mi meraviglio che non abbia proposto purghe o deportazioni, come facevano i suoi "nonni" del fascio. E' proprio verò che in questo paese "borbonico" è vietato protestare contro i potenti, bisogna soltanto stare a capo chino e subire in silenzio.


Il testo della lettera apparsa su Repubblica

CONDIVIDIAMO appieno la lettera di critica che il collega Marcello Cini ha inviato al Rettore dell'Università La Sapienza di Roma a proposito della sconcertante iniziativa che prevede l'intervento di papa Benedetto XVI all'Inaugurazione dell'Anno Accademico alla Sapienza (lettera che sostiene l'inopportunità dell'intervento e alla quale non è stata data finora risposta).
A sostegno della critica di Marcello Cini aggiungiamo solo un particolare. Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Rattzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: " All'epoca di Galileo la chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". Sono parole che, i nquanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenza, ci offendono e ci umiliano.
In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato.
______________________________

La risposta dell'Ufficio stampa della Sapienza

Alessandra Barberis Ufficio stampa Università La Sapienza di Roma

La lettera firmata da alcuni docenti della Sapienza relativa alla visita del Papa all'Università (ieri su Repubblica), riferisce che Benedetto XVI interverrà nell'inaugurazione dell'anno accademico, trascurando che inaugurazione e visita papale saranno due momenti diversi e tralasciando il contesto di valori nel quale il Pontefice sarà all'Università.
La Sapienza inaugurerà l'anno accademico 2007-2008, dedicando la manifestazione all'impegno contro la pena di morte. L'Università intende infatti farsi promotrice di un appello alla comunità scientifica internazionale contro la pena capitale. La cerimonia si svolgerà secondo la tradizione accademica, con una relazione introduttiva del Rettore, alla quale seguiranno gli interventi degli studenti e del personale. Concluderà una lezione magistrale del professor Mario Caravale, dal titolo "Pena senza morte".
Benedetto XVI, che giungerà dopo la cerimonia di inaugurazione, ha scelto di offrire in questa occasione una propria riflessione alla comunità universitaria.

venerdì 11 gennaio 2008

Settis, la lungimiranza di Mussi e i vestiti nuovi dell’Imperatore. Di Patrizio Dimitri

Condivido molte delle considerazioni fatte da Salvatore Settis nel suo articolo apparso su Repubblica il 9 gennaio scorso. In particolare, ritengo necessario che i concorsi universitari per ricercatori e docenti debbano essere delocalizzati, ovvero sottratti all’egemonia delle sedi locali e svolti a livello nazionale, e che le commissioni prevedano la presenza di esperti stranieri svincolati dai clan accademici. Sinceramente, però, non sono d’accordo con il Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa quando, pur criticando questo governo “impotente”, di fatto assolve il “virile” ministro Mussi. Settis arriva addirittura ad attribuire a Mussi “grande lungimiranza”, anche in virtù della nomina del fisico Luciano Maiani a presidente del CNR; un risultato, in verità, un po’ misero, dopo quasi due anni di lavoro.

Settis non è nuovo a questi elogi nei confronti del ministro. Su Repubblica del 5 settembre scorso aveva già scritto: “ Il "Corriere" ha pubblicato un articolo di Mussi che non lascia dubbi sulla sua determinazione ad agire” e ancora " E' lecito sperare nella cultura e nell'intelligenza politica del ministro Mussi". Frasi che hanno il sapore amaro delle ultime parole famose, visto quello che è accaduto in seguito. Non è proprio Mussi, in qualità di ministro, uno dei primi responsabili della desertificazione delle già magre risorse finanziarie e umane, che pesa come un macigno su università e ricerca? Non ha nulla a che fare Mussi con le inefficienze burocratiche e le lentezze pachidermiche del suo Ministero? Perché affrontare contemporaneamente una massa di problematiche complesse, quando sarebbero stato preferibile assegnare delle priorità? Perché scatenare un'enfasi normativa, come ha scritto l’onorevole Walter Tocci, che ha poi creato lo stallo? Gli esempi non mancano: l’iter controverso del nuovo regolamento per il reclutamento dei ricercatori e dell’istituzione dell’Agenzia di valutazione di università e ricerca (Anvur); la creazione del nuovo Fondo di investimento per la ricerca scientifica e tecnologica (First) che non si sa bene di quanti e quali fondi sarà dotato; il blocco dei concorsi di ricercatore e professore; la scelta di Mussi di bandire un migliaio di posti di ricercatore secondo le vecchie e criticate regole, in attesa che sia approvato (se mai lo sarà) il nuovo regolamento; una scelta, forse irrinunciabile, che però rappresenta un fallimento; il grave ritardo del bando Prin 2007, che ha creato grande difficoltà e incertezza nel mondo della ricerca. Sensazioni consolidate dal fatto che, secondo voci di corridoio, i progetti non sono stati ancora assegnati ai revisori, a più di 2 mesi dalla scadenza del bando. E per finire, non dimentichiamo la riforma dei corsi di dottorato, che forse poteva anche attendere e, come se non bastasse, l’ultima "la perla" del “docente equivalente” (discussa nel topic precedente). Il tutto sapientemente condito dai pesanti tagli della finanziaria 2006, riproposti anche nella finanziaria 2007. 

Se Mussi non può far fronte alle aspettative della parte sana del mondo universitario e della ricerca, alimentate dalle vane promesse pre-elettorali, allora, per coerenza, dovrebbe dimettersi, come annunciato in un intervista del 27 luglio 2006 al Manifesto. Disse allora Mussi "Nessuno si aspetta miracoli e abbondanza, ma se l'Italia, di fronte all'esplosione globale della spesa in ricerca e formazione superiore, annuncerà provvedimenti di definanziamento della ricerca, si tratterebbe di un'altra politica rispetto a quella con cui il centrosinistra si è presentato agli elettori. La si potrebbe fare, ma in quel caso ci vorrebbe un altro ministro .” Cosa fa, invece, questo ministro? Come nella fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore” di Andersen, Mussi vede una realtà che non esiste, ma che gli fa comodo vedere. Rilascia interviste e compare in televisione lanciando i soliti proclami trionfalistici, sbandierando risultati e mostrando un ottimismo surreale. Magari fosse così semplice! Non basta fare l'elenco dei buoni propositi, occorre realizzarli. Uno dei tanti cavalli di battaglia di Mussi è il famoso “Patto per l’Università e la ricerca” firmato insieme a Padoa-Schioppa a settembre scorso. In realtà, si è trattato di una sorta di “patto col diavolo”, che ha avuto l’unico effetto di “dannare” l’Università, senza arrecarle il benchè minimo vantaggio. Ma almeno Faust, con Mefistolefe aveva fatto un po' meglio. Infatti, l’ultimo comunicato della CRUI ci dice che la situazione è drammatica: “Tenuto conto dei tagli, della mancanza del finanziamento per l’edilizia, degli oneri per gli incrementi stipendiali, il Fondo incrementale di 550 milioni di euro, al netto del riallineamento tra il 2007 e 2008, si è letteralmente volatilizzato e il saldo finale diventa addirittura negativo”. 

In realtà, Mussi, come l’imperatore della fiaba, è “nudo” (solo metaforicamente, per nostra fortuna...), anche se vuol far credere a se stesso e agli altri di indossare vesti magnifiche, fatte di stoffe preziose. Settis, forse, non l'ha ancora capito, ma qualcun altro, sì. “E l'imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: "Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!", e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una coda che non c'era per niente”.

mercoledì 9 gennaio 2008

"La fuga dei cervelli e un governo impotente" di Salvatore Settis.Da Repubblica del 9 gennaio 2008.

L'assegnazione appena annunciata dei primi fondi di ricerca del Consiglio Europeo delle Ricerche (ERC) merita una seria riflessione. Quello di ERC e' il piu' innovativo meccanismo per la ricerca in Europa, basato esclusivamente sul merito e garantito da una rigorosa peer review; e se quest'anno il bando (riservato ai giovani, entro nove anni dal dottorato) era di 300 milioni di euro, i bandi successivi cresceranno di anno in anno fino a coprire la cifra complessiva di sette miliardi e mezzo di euro.
L'analisi dei risultati dei concorrenti italiani e' la miglior cartina di tornasole per giudicare lo stato della ricerca e dell'universita' in Italia, la cui crisi (irreversibile?) e' sotto gli occhi di tutti. Il confronto con l'Europa e' vitale per capire di che morte sta morendo la nostra universita'. Per questo primo bando ERC si e' avuto un numero altissimo di domande,oltre 9000, distribuite fra i vari Paesi in modo ineguale. Solo 300 i vincitori, appena uno su trenta (non si tratta di borse di studio, ma di fondi di ricerca che possono raggiungere i 2 milioni a testa). Nella lista dei concorrenti, l'Italia figurava al primo posto (1600 domande contro le 1000 della Germania, le 800 della Gran Bretagna, le 600 della Francia). Buon segno? No. Se tanti ricercatori italiani si sono rivolti all'Europa, e' perche' possono contare in Italia su risorse misere, a confronto di quelle dei loro colleghi tedeschi, olandesi, francesi. Ma alla prova dei fatti quale e' la percentuale di successo degli italiani? Su 300 vincitori, gli italiani sono 35, contro 40 tedeschi, 32 francesi, 30 inglesi. Risultato comunque notevole: l'Italia, prima per numero di domande, e' seconda in Europa per numero di vincitori. Anzi, se si guarda alla "pattuglia di testa" (i 53 ricercatori che hanno avuto il punteggio massimo, 10 su 10), l'Italia e' prima con 9 vincitori contro i 7 di Regno Unito e Germania, i 6 di Francia e Spagna. Dunque: l'Italia ha offerto a questi studiosi (eta' media: 35 anni) un adeguato ambiente di ricerca.
Ma questa immagine positiva si capovolge se si guarda al futuro. Proprio perche' cosi' altamente selezionati, le scelte che i vincitori stanno facendo sono molto significative. La piu' importante di queste scelte e' dove essi intendono svolgere la propria ricerca, portandosi dietro in "dote" i fondi ERC (mediamente, un milione di euro a testa). Ed e' qui che l'Italia subisce una pesante sconfitta. Dei 35 vincitori italiani, solo 22 resteranno in Italia, gli altri 13 se ne vanno in Paesi con migliori strutture di ricerca, e dall'estero ne arrivano solo 3 (due polacchi e un norvegese). Il confronto con la Gran Bretagna e' devastante: dei 30 vincitori inglesi, 24 restano nel Regno Unito; ma ad essi si aggiungono ben 34 ricercatori di altri Paesi (tra cui 6 italiani) che hanno scelto di trasferirsi in Gran Bretagna. Per citare solo un altro caso, in Francia restano 27 vincitori francesi su 32, ma ne arrivano altri 12 da altri Paesi (tra cui 2 italiani). Insomma l'Italia, prima per numero di domande e seconda per numero di vincitori, precipita al settimo posto fra i Paesi che ospiteranno queste ricerche, sorpassata non solo da Gran Bretagna, Francia e Germania, ma anche dall'Olanda, ed eguagliata da Spagna e Israele (Paese associato all'Unione Europea per la ricerca). Peggio ancora se guardiamo alla "pattuglia di testa" dei vincitori col massimo punteggio: dei 9 italiani, ben 4 lasciano l'Italia per Inghilterra, Francia e Olanda.
Questi numeri sono eloquenti. Per una volta, data la severa selezione che ha portato da 9167 domande a 300 vincitori, i numeri parlano in termini di qualita', non solo di quantita'. Ci dicono un'amara verita': l'Italia non attrae come ambiente di ricerca, i nostri giovani migliori non hanno fiducia nel proprio Paese, gli stranieri non considerano l'Italia fra le proprie opzioni. Abbiamo formato ottimi studiosi, ma li spingiamo ad andarsene. In questo saldo negativo, non e' solo l'immagine del Paese che si annebbia, ma e' il suo futuro, l'indirizzo delle sue politiche, dei suoi investimenti, dello sviluppo (o mancanza di sviluppo) che ci attende. Di una situazione tanto drammatica, il Governo non si mostra consapevole. La Finanziaria 2008 comporta un ulteriore calo dello stanziamento per le universita', che si estende anche al 2009 e al 2010: una de'bacle che ci lascia drammaticamente lontani dall'Europa, salvando a stento la spesa corrente e marginalizzando la ricerca. Ecco perche', dei 35 progetti vincitori italiani, ben 30 vengono da centri di ricerca o da Atenei particolari (Normale, Bocconi), solo 5 da dipartimenti universitari (Padova, Parma, Roma 1, Firenze, Napoli 1).
Ma c´e' di peggio: dopo due anni di incomprensibile blocco dei concorsi per professore universitario, tutto quello che il Consiglio dei Ministri ha saputo fare (il 28 dicembre) e' riesumare gli squalificati concorsi secondo la legge Berlinguer del 1998, pilotati in sede locale onde garantire (nel 90% dei casi) la vittoria del candidato locale, senza alcun rispetto per il merito. Secondo il decreto "milleproroghe", la mesta riesumazione di questa legge-cadavere varrebbe per un solo anno, ma e' difficile crederlo. Se ci son voluti venti mesi di governo Prodi per rispolverare una normativa pessima senza cambiarne una virgola, quanti anni ci vorranno per inventarne una nuova? Intanto si aggirano fra Camera e Senato alcuni disegni di legge che gareggiano fra loro negli sciatti garantismi della promozione sul campo, dell'ope legis, delle terze e quarte fasce, del trionfo dell'anzianita' sul merito (ne ho scritto in questo giornale il 5 settembre e il 30 ottobre).
In queste condizioni, l'emorragia dei migliori non solo continuera', ma e' destinata ad accentuarsi. Intanto da oltre un anno, nonostante le assicurazioni in contrario, non si e' riaperto il bando per il "rientro dei cervelli", che richiede qualche aggiustamento ma e' indispensabile per correggere, sia pure marginalmente, il saldo negativo, la fuga dei cervelli dall'Italia. E´ indicativo che in risposta al bando ERC tornino in Europa dall'America vincitori tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli, finlandesi, svedesi, ma nemmeno un italiano: tanta e' la perdita di credibilita' del Paese sul fronte del "rientro dei cervelli".
Il ministro Mussi e' capace di grande lungimiranza, come ha mostrato con la nomina di Luciano Maiani a presidente del CNR dopo una preselezione secondo i migliori standard internazionali. Si stenta a credere che egli possa accontentarsi, dopo due anni di paralisi dei concorsi, della miserevole soluzione che il Governo (stremato, si puo' supporre, dalla maratona della Finanziaria) ha varato fra Natale e Capodanno. E´ di moda accusare gli accademici di autoreferenzialita': ma non c´e' nulla di piu' autoreferenziale di questo ritorno al passato, quasi che esistano al mondo due soli modelli di universita', targati rispettivamente Berlinguer e Moratti. Viceversa, era ed e' ancora possibile agire sulla legge Moratti (che quanto meno de-localizza i concorsi) a livello regolamentare,correggendone le storture mediante una prima applicazione sperimentale che, tenendo conto delle esperienze europee, includa commissari anche non italiani (secondo le intenzioni dichiarate dallo stesso Mussi). Se cosi' non sara', i concorsi localistici che mortificano il merito scacceranno dall'Italia i giovani migliori, saranno una barriera impenetrabile per gl studiosi stranieri, renderanno irreversibile il processo di marginalizzazione e provincializzazione della nostra universita'. La politica dello struzzo a cui assistiamo con sgomento puo' solo condurre la ricerca e l'universita' italiana alla rovina. E´ troppo sperare che il Governo risponda a questo drammatico problema non con ulteriori placebo, ma con un incisivo progetto culturale e politico?"

sabato 5 gennaio 2008

L'ultima trovata di Mussi: l’unità di misura dei docenti.

Pubblico volentieri il commento dell'ANDU sul surreale art. 11 del Decreto di Mussi che riguarda i requisiti qualificanti dei Corsi di laurea formativi . Il "docente equivalente" è l'ultima sorprendente "magia" che esce dal cappello a cilindri del Ministro. Anche in questo caso, dove sono i contenuti e gli aspetti culturali? Purtroppo sembrano messi in secondo piano, sopravanzati da regole e cifre decise a tavolino. E di valutazione, neanche a parlarne.

"La perla del "Docente Equivalente".
L'art. 11 del Decreto del Ministro Mussi sui Requisiti per i Percorsi Formativi riporta nell'allegato D quali sono i "requisiti qualificanti" dei Corsi di Laurea e Corsi di Laurea Magistrale ai fini della valutazione dei programmi proposti dagli atenei per il triennio 2007-2009 e, quindi, anche degli incentivi economici loro riservati. Tale allegato, nel precisare gli indicatori di qualità nei programmi degli atenei, elenca tra i criteri necessari: un rapporto "docenti equivalenti / totale docenti di ruolo" 0.8, assegnando al "docente equivalente" un peso 1 per i professori ordinari, peso 0.7 per i professori associati e peso 0.5 per i ricercatori.

In pratica vengono presi a riferimento i pesi relativi delle rispettive retribuzioni. Un tale criterio ci fa sorridere amaramente perche' come sempre si pongono vincoli burocratici definiti (a capocchia) a priori invece di andare a controllare a posteriori i risultati conseguiti. In pratica si prevede che un corso triennale possa essere definito "eccellente" se vi insegnano almeno 8 Ordinari e 4 Associati, ma non lo sia se ci sono 9 Associati e 3 Ordinari. Non parliamo poi dei corsi che impegnano diversi ricercatori, perche' basta che in un corso insegnino 5 di loro (e non sono pochi i corsi triennali in queste condizioni) per impedire comunque a priori qualunque aspirazione all'eccellenza.
Il Ministro pare non accorgersi che l'eccellenza non puo' essere associata a priori alle etichette, ma va verificata sul campo. Si accettano proposte di definizione di un "Ministro U.R. equivalente"."

domenica 23 dicembre 2007

Triste Natale per università e ricerca.

Tristi notizie dal Natale della finanziaria: il governo Prodi, come un chirurgo sadico e di mano malferma, per il secondo anno di fila ha inciso tagli profondi nelle carni già martoriate della ricerca scientifica italiana. Nel maxiemendamento sono stati “scippati” 92 milioni di euro destinati ad atenei ed enti pubblici di ricerca. I tagli serviranno per accontentare i trasportatori e per altre “micromisure” risultate prive della copertura prevista. A poco è valso il “patto per università e ricerca” firmato a settembre dai ministri Mussi e Padoa-Schioppa: qui a “schioppare” saranno docenti e ricercatori, privati delle necessarie sovvenzioni. Che strano, i politici così trasversalmente prodighi di belle frasi di circostanza nei confronti di ricerca e formazione, al momento di fare i fatti vengono sempre colti da gravi amnesie. L’anno scorso, Rita Levi Montalcini votò la finanziaria al Senato solo grazie alla promessa, poi non mantenuta dal governo, di inserire provvedimenti a favore della ricerca. Ricordate le risposte di Bindi, Letta e Veltroni su "Europa”, in risposta alla nostra appello firmato da più di 500 colleghi? I tre sottolinearono con grande enfasi che il sostegno della ricerca era una priorità del Partito Democratico. Perchè ora tacciono? Mussi, invece, come un anno fa finge di protestare, sbuffa, borbotta, chiede rimedi, ma in mente ha solo la sua Sinistra Democratica. Ormai è tutto tristemente chiaro: con una classe politica tanto inaffidabile quanto inossidabile, la ricerca scientifica sarà sempre la cenerentola di un paese “borbonico”. Arriverà mai un bel principe a restituirle la giusta dignità?

giovedì 15 novembre 2007

Si sta come d'autunno, di Patrizio Dimitri

"Soldati"
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.

Qual'è il nesso tra la poesia “Soldati” di Ungaretti e la ricerca scientifica, direte voi? Beh, non bisogna essere dei critici letterari per cogliere l'analogia con la precaria condizione della ricerca e dei ricercatori nel nostro “bel” paese.

Come molti di noi sanno, dopo più di un anno di legislatura, sia nel campo dei concorsi che in quello della valutazione e dei fondi alla ricerca, le riforme promesse sono ancora immerse in acque stagnanti. La storia infinita del bando PRIN 2007 ne è il tragico esempio. Il bando è uscito per la prima volta in 11 anni, con un grave ritardo di ben 6 mesi sulla tempistica prevista creando gravi difficoltà a migliaia di ricercatori e precari. Infatti, la ricerca, al contario della politica italiana, è un’attività soggetta a forte competizione ed una sua interruzione o limitazione, per mancanza di fondi e personale, può comportare gravi ritardi e danni irreversibili. Questa tremenda stagnazione ha generato precarietà, disorientamento e frustrazione nella comunità dei ricercatori. Nel mio laboratorio, ad esempio, due ottimi elementi che avevano conseguito il dottorato di ricerca e pubblicato su ottime riviste internazionali, sono stati costretti ad abbandonare, perchè non era possibile prospettare loro una programmazione certa. Chi ci risarcirà di questi ed altri danni? In molti paesi europei la programmazione della ricerca pubblica si fa in largo anticipo, mentre i nostri politici si confermano maestri d'improvvisazione, una qualità che sarebbe certo più apprezzata in un gruppo jazz.

Ed il Ministro Mussi cosa fa? Nel corso del programma Exit, ha continuato a citare i suoi interventi a favore della ricerca pubblica. Ma dove vive? Forse in una realtà parallela dove le persone sembrano le stesse, ma in realtà non lo sono e gli eventi hanno esito diverso? La sua immaginazione è degna di Philip Dick. Purtroppo, Mussi parla bene, anzi benissimo, ma razzola male, anzi malissimo.

lunedì 12 novembre 2007

Ricerca, Atto di accusa firmato PD, di Mario Lavia, Europa 23-10-2007

Inserisco tardivamente il commento di Mario Lavia ad un articolo di Walter Tocci pubblicato su "Italianieuropei". Purtroppo, non sono ancora riuscito a reperire il testo dell'articolo originale di Tocci.

È «con amarezza» che Walter Tocci ha scritto un lungo articolo su Italianieuropei nel quale fa pelo e contropelo al governo sul tema ricerca e università. Un’amarezza comprensibile, poiché l’autore, deputato del Pd, ex diessino, da anni segue con passione e competenza le vicissitudini di un settore di cui si parla tantissimo ma per il quale si fa pochissimo. Nelle settimane scorse Europa si è fatta tramite del disagio di un nutrito gruppo di scienziati sollecitando le repliche di Veltroni, Letta e Bindi. E continuerà a seguire la questione.
L’articolo di Tocci – “Un anno di governo per ricerca e università” – è una rassegna degli errori e dei ritardi che il governo Prodi può “vantare” a dispetto delle sue proclamate intenzioni. «Il programma elettorale del centrosinistra – ricorda Tocci – proponeva di disboscare la selva normativa cresciuta negli ultimi decenni (...) premiando il merito sulla base di risultati rigorosamente verificati e investendo risorse su questa opera di rinnovamento.
Era una linea semplice e si poteva riassumere con tre verbi: valutare, delegificare e investire. Purtroppo è accaduto esattamente il contrario ».
C’è stato «un blocco operativo della valutazione», si è registrata «un’enfasi normativa» tale da far raggiungere «il record tutto italiano di un numero spropositato di leggi in vigore circa 700 solo per l’università », fino all’«autolesionismo» di soldi stanziati (300 milioni per i bandi di ricerca) allocati anziché sui fondi già esistenti su un nuovo fondo per il quale bisogna scrivere un nuovo regolamento eccetera eccetera... Una specie di Azione parallela che «ha bloccato di fatto se non di diritto i concorsi per ricercatore », e così «si sono persi nove mesi». Dulcis in fundo, «la Finanziaria ha tagliato i bilanci di università, enti e ministero». Qui sotto accusa è la politica economica del governo: «I soloni di via XX settembre sostenevano che fosse necessario per salvare la finanza pubblica e rimettere in piedi l’Italia, poi si è scoperto il tesoretto, che tutti considerano una buona notizia, mentre si tratta della plateale conferma di un grave errore di previsione ».
Tutto è perduto? No. Si tratta però «di mettere in campo azioni concrete per aiutare quei riformatori che pur camminando controvento stanno già facendo una buona ricerca e una bella università, senza scoraggiarli con vecchie politiche ». Si può «correggere la rotta ». Ma il tempo non è dalla parte del governo.